Lo spartiacque sottile

di:

seconda ondata

Se entriamo con un minimo di responsabilità in una sorta di gioco delle parti, si può quantomeno comprendere la preoccupazione del nostro governo di fronte a una recrudescenza dell’epidemia da Coronavirus in Italia. Preoccupazione che spinge verso misure preventive volte ad arginarla nei limiti del possibile – pur tra le mille polemiche che queste genereranno, soprattutto in quei settori che risulteranno più colpiti da esse.

Estrema attenzione andrebbe però riposta, sia a livello di decisione sia a quello di comunicazione, per tutte quelle misure che toccano la sfera privata della vita dei cittadini italiani. La “segnalazione” da parte dei cittadini, invocata dal ministro Speranza in un programma televisivo per quanto concerne violazioni di queste misure in ambito privato, maschera quanto realmente si chiede alla gente: ossia denunciare comportamenti personali di altri cittadini e cittadine. Il rischio è quello di seminare un aumento di sfiducia reciproca tra di essi, anziché favorire una positiva responsabilizzazione personale da parte di tutti – che è ciò che potrebbe fare la differenza in frangenti come quello che stiamo attraversando.

Ogni dispositivo legale che dà ai cittadini il potere di intromettersi in maniera così pesante nella vita personale e nei comportamenti degli altri andrebbe maneggiato con estrema cura e attenzione; e non si dovrebbe mai ricorrere a esso come sostituto della coscienza individuale di ogni persona, né di un senso collettivo di ciò che è bene per una società. Il rischio di generare mostri incontrollabili è lì a due passi – e con esso la perversione del senso della legge in regime di democrazia e stato di diritto.

I danni che si possono produrre rispetto alla qualità democratica della vita civile sono ingenti, e non si può non considerarli debitamente a livello politico e istituzionale. Creare artificialmente la cittadinanza più facile da governare non rientra nello spirito della democrazia – anche davanti alle urgenze più impellenti. Di questo, chi ha la responsabilità di governare il paese proprio in un momento particolarmente delicato per la sua tenuta complessiva dovrebbe, quantomeno, tenerne conto.

D’altro lato, è indubbio – e ce ne stiamo rendendo conto tutti – che alcuni comportamenti personali e ciò che avviene nel privato hanno una ricaduta che va a toccare la dimensione pubblica e condivisa del vivere sociale. Diventa evidente che non abbiamo attualmente gli strumenti adeguati per prenderci cura di questi ambiti “misti” – dove privato e pubblico confluiscono l’uno nell’altro. Paghiamo qui il caro prezzo dell’individualizzazione spinta della coscienza personale, pensata e vissuta senza nessun legame con il vincolo sociale.

Ci ritroviamo oggi senza istanze e istituzioni che si prendono cura della giusta edificazione di questa dimensione della coscienza dei cittadini. Potrebbe, e dovrebbe, farsene carico la Chiesa per ciò che le compete – che avrebbe nelle sue corde la sapienza per declinare insieme la singolarità individuale e il legame sociale di una coscienza degna di questo nome. Ma quella italiana sembra essere senza forza per mettere mano a una simile impresa, e comunque sarebbe in ritardo di decenni rispetto alla realtà in cui afferma di vivere.

Anche la cosiddetta laicità secolare, che ha gustato questo declino della Chiesa come il sapore della propria vittoria, appare però essere del tutto spuntata e inerme davanti al compito di cui avrebbe dovuto farsi carico – affossato una volta per tutte il nemico clericale. Celebrando così una vittoria di Pirro, che rivela tutta la sua inconsistenza proprio nel momento in cui avrebbe dovuto mostrare l’efficacia della propria pretesa.

La coscienza spappolata e abbandonata a se stessa, senza itinerari di formazione e punti di riferimento, non fa male solo alla dimensione sociale del vivere, ma anche al singolo cittadino che vive attendendosi sempre che altri provvedano ad assumersi un compito che sarebbe il suo. Questa coscienza, che grida vendetta contro la pervasività del potere istituzionale dello stato, è esattamente quella che glielo ha concesso senza alcuna remora né tentennamento.

Impermeabile davanti al richiamo di un diritto di ingiunzione che le viene da un’altra coscienza, ha aperto lo spazio per la mortificazione di quest’ultima a vigilante impaurito (e asservito) che la sente essere una minaccia per la propria sopravvivenza – anziché un’alleata affidabile su cui poter far conto nell’impresa di vivere insieme.

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