L’ultima frontiera occidentale: gli animali “figli”

di: Maria Teresa Pontara Pederiva

Lungo la nostra strada c’è un bellissimo parco immerso nel verde (di una California dove la primavera arriva a gennaio e termina tra due mesi, sempre che arrivi pioggia a sufficienza e già si teme quanto avvenuto lo scorso anno che si è concluso con terribili incendi e troppe vittime), ma non si vedono i giochi dei parchi ricreativi, né bimbi che corrono su e giù per le colline o genitori che spingono passeggini… solo cani, di ogni razza e taglia, lasciati scorrazzare liberi sotto gli occhi vigili dei loro padroni che si fermano ai lati, magari scambiando qualche saluto con il conoscente di turno.

È uno dei sempre più frequenti “Dog Park” (parco per cani) che stanno crescendo di numero in parallelo con alcuni “segnali” a livello commerciale: la moltiplicazione di intere corsie di scaffali ai supermarket con prodotti dedicati agli animali domestici, una quantità infinita di pelouche e giochi vari appositamente preparati per loro in ogni negozio di giocattoli, mentre spuntano come funghi nuovi store letteralmente in grado di svuotare il portafoglio degli amici degli animali (i prezzi dei “cappottini” natalizi o di quelli per Halloween fanno concorrenza a quelli per bambini, ma dei negozi “su”). Iniziative che si diffondono un po’ in tutto il mondo occidentale: in Italia, per fare un esempio, uno dei più attivi è il parco per cani di Senigallia, istituito con la collaborazione di esperti cinofili e i negozi per gli amici dell’uomo sono ben presenti.

Niente di nuovo quindi rispetto alla nostra realtà (visto che da noi sono nate persino pasticcerie con leccornie da forno per cani e gatti): solo una proiezione di ciò che si sta allargando nei Paesi della parte più ricca del mondo, certo una proiezione in versione “stelle e strisce”, dove tutto si ingigantisce a dismisura, e senza alcuna differenza tra gli stati, dalla democraticissima California a quelli a radicata tradizione repubblicana, quali Texas o Georgia, fino a tutta la costa Est.

Anmali domestici, quasi familiari

Animali domestici sempre più coccolati

Una tradizione, quella dell’amore per un cane (o anche per più cani) considerati alla stregua di componenti della propria famiglia, che risale all’epoca della colonizzazione ed è giunta qui soprattutto per merito di quanti approdavano dall’Irlanda e dal Regno Unito dove ancora oggi, dalla famiglia reale in giù, sono milioni i sudditi di Sua Maestà che possiedono almeno un “dog”, anche ai piani più alti di un palazzo cittadino, immaginiamo poi nelle dimore di campagna. Ma l’amore per gli animali, soprattutto se domestici, risale a secoli, se non a millenni fa, dalla Mesopotamia all’antico Egitto.

Eppure oggi, forse complice il rapidissimo mutamento delle società occidentali, tutto è in piena accelerazione e non è azzardato dire che oggi gli animali siano sempre più coccolati. Un esempio è la moltiplicazione delle offerte di “cura” per gli “amici dell’uomo”. Non più solo canili per dare rifugio ai senza casa, non solo le cliniche specializzate per curarli o gli “ostelli” per ospitarli in assenza del padrone (perché all’ospedale o in vacanza), ora pullulano i “Dog Walking Service”: se possiedi un cane e non puoi portarlo a spasso per la passeggiata quotidiana, perché sei ammalato, anziano o anche solo non trovi il tempo, basta rivolgersi, tramite telefono – meglio ancora se su un sito internet –, ad un centro specializzato e si fissano abbonamenti quotidiani, settimanali, all’occorrenza (le tariffe non sono quello che si dice “popolari”, ma si tratta pur sempre di un introito che finisce nelle tasche di giovani studenti o mamme disoccupate dopo la maternità o comunque di chi ne ha bisogno per sopravvivere meglio).

Arriva la legislazione “animal friendly”

Nello stato della California, dal primo gennaio, è vietato il commercio di cani, gatti e conigli. Le vendite autorizzate sono limitate a quelle provenienti da gruppi di soccorso locali, rifugi o agenzie per il controllo degli animali. Gli esercizi commerciali dovranno inoltre conservare tutti i dati relativi alla provenienza degli animali e includere dettagliate informazioni sui mezzi di detenzione utilizzati, come gabbie o recinti. La multa per gli inadempienti è fissata a 500 dollari.

Fin qui un provvedimento che molti aspettano anche altrove in quanto rappresenta una garanzia per monitorare lo stato di benessere degli animali e allontanare il rischio di abusi, come l’abbandono, l’utilizzo (in caso di cani e gatti) per scopo alimentare o, per quanto riguarda i conigli, privo di controlli sanitari, ma anche, nei casi peggiori, di sevizie o altre forme di crudeltà.

Ma sempre lo stesso stato americano ha introdotto un’altra norma che rappresenta una novità: dal 1° gennaio è entrata in vigore una legge che assegna agli animali domesticigli stessi diritti delle persone (nella fattispecie i figli minori) nell’eventualità di cause di separazioni e divorzi. Fino all’anno scorso gli animali venivano trattati all’interno della variabile “proprietà”, mentre ora è affidata al giudice anche la decisione in base al loro affidamento, esattamente come per i figli, sulla base «del loro miglior interesse», puntando su accordi condivisi tra i due ex coniugi.

La legge – promulgata dal governatore Brown che, da un mese, ha passato le consegne al neo-eletto Newsom – spiega altresì che i giudici devono considerare la proprietà di un animale domestico in modo assai diverso rispetto alla proprietà di una casa o un’auto, mentre occorre prendere in considerazione chi si occupa prevalentemente dell’animale (chi lo nutre, lo porta a passeggio o gioca con lui).

Anmali domestici, quasi familiari

«Trattare un animale domestico come proprietà non aveva senso per me», aveva spiegato il primo firmatario della proposta di legge, il democratico Bill Quirk, all’emittente televisiva Nbc, aggiungendo il suo sdegno alle notizie che alcuni giudici avevano spesso suggerito di vendere l’animale in questione e dividere il ricavato.

Occorre ricordare che Quirk, 72 anni, fisico nucleare, già al lavoro alla NASA e poi in diversi laboratori del Paese, si è sempre distinto per il suo impegno nella difesa ambientale e per la salute dei cittadini: dal 2015 è in vigore una legge che porta il suo nome e che vieta ogni forma di violenza sugli animali ed è dello scorso 28 gennaio l’approvazione di una norma sull’obbligo di riciclo dell’acqua a scopo di irrigazione agricola e domestica, per ovviare alla scarsità atmosferica, il cui spettro si staglia nuovamente sulla California dove finora la pioggia invernale è stata decisamente insufficiente; e il 31 gennaio è avvenuto il passaggio finale di un’altra sua proposta di legge tendente a limitare la diffusione di virus come Zika o il West Nile in una zona, come la West Coast, ad altissima mobilità dal momento che ospita il secondo e terzo aeroporto della Nazione.

Tuttavia, la legge sull’affidamento degli animali alla stregua dei figli ha suscitato qualche discussione nell’opinione pubblica, mentre in Italia non ha mai iniziato l’iter parlamentare un analogo disegno di legge firmato da Michela Vittoria Brambilla di FI che mette nero su bianco una proposta portata avanti anche dalla LAV, la Lega antivivisezione.

Nel nostro Paese, però, nel 2012 è stato emanato il titolo XIV-bis del Codice Civile che, all’articolo 455, recita: «Per gli animali familiari, in caso di separazione dei coniugi, il tribunale, in mancanza di un accordo tra le parti, a prescindere dal regime di separazione o comunione dei beni e da quanto risultante dai documenti anagrafici dell’animale, sentiti i coniugi, i conviventi e la prole, e acquisito, se necessario, il parere degli esperti di comportamento animale, ne attribuisce l’affido esclusivo o condiviso alla parte in grado di garantire loro la sistemazione migliore inerente il profilo della protezione degli animali».

E, sempre nel nostro sistema, gli animali hanno smesso di essere trattati come cose, stante il reato di “maltrattamento di animali” disciplinato dall’art. 544-ter Codice Penale (introdotto dalla legge 189/2004 in seno al nuovo titolo IX bis, rubricato “Dei delitti contro il sentimento per gli animali”), che punisce «chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche» con la reclusione da 3 a 18 mesi o con la multa da 5 a 30 mila euro.

Ma è sempre più vasto, in tutto il mondo occidentale, il settore dell’“animal friendly”, tutte quelle iniziative volte al benessere degli animali, soprattutto domestici, e non solo: dall’ospitalità in alberghi e strutture turistiche fino alle spiagge, dalla promozione di allevamenti idonei (vedi il problema dei polli in batteria…) all’eliminazione dei test sugli animali per prodotti cosmetici, come quelli per capelli o da rasatura, alla messa al bando di pellicce e via dicendo (alcuni del movimento vegano si orientano sempre di più anche all’eliminazione delle scarpe di cuoio), mentre incontrano maggiori ostacoli i tentativi di vietare l’utilizzo di animali nella ricerca scientifica, sia farmacologica che oncologica, perché, di fatto, la sperimentazione su animali-modello, soprattutto mammiferi o quantomeno vertebrati, risulta ancora la più significativa per l’animale-uomo.

Tutto rientra, tuttavia, in quella doverosa consapevolezza, nata solo nel secolo scorso, della necessità di un nuovo rapporto tra uomo e animali alla luce anche dell’intrecciarsi degli ecosistemi e delle più recenti acquisizioni della sensibilità animale (e non è da dimenticare il significativo ausilio fornito dagli animali, dalla pet-terapia, ai cani da soccorso in caso di calamità naturali, come sismi o valanghe).

In Italia animali domestici come “figli” o “migliori amici”

Dalla pubblicazione del Rapporto 2019 dell’Eurispes emerge che un terzo degli italiani che hanno in casa animali li considerano alla stregua di “figli” e per due terzi i loro “migliori amici”. Il 33,6% degli italiani ha in casa almeno un animale domestico (con un incremento dell’1,1% rispetto al 2018). Sono in aumento le famiglie che ospitano due, tre o più animali: rispettivamente 8,1% (7,1% nel 2018), 4,7% (contro il 3,7%), 3,8% (nel 2018 era il 2,3%) con tutti i costi che questo comporta.

Se andiamo a vedere il tipo di animale, prevalgono i cani (40,6%), seguono gatti (30,3%), uccelli (6,7%), pesci (4,9%), tartarughe (4,3%), conigli (2,5%) e criceti (2%). Non mancano gli animali esotici (2%), tra cui i rettili al 1,1%. I cavalli si fermano al 1,3% e gli asini allo 0,4%.

In due anni è più che raddoppiata la spesa media dedicata alla cura degli animali in continua crescita negli ultimi anni: rispetto al 2017 coloro che investono tra i 51 e i 100 euro/anno passano al 33,2% a fronte del 15,4% del 2017. Aumentano anche coloro che spendono tra i 101 e i 200 euro che sono il 14,5% (rispetto all’8,1% del 2018 e al 4,5% del 2017). Esiste anche un 3,7% che spende annualmente una cifra che va dai 201 ai 300 euro in su (+1,5% rispetto al 2018, mentre nel 2017 nessuno dichiarava di spendere questa cifra).

E ancora: il 76,8% degli italiani considera i propri animali “membri effettivi della famiglia”: 6 su 10 li ritengono i loro migliori amici (60%), quasi un terzo dei veri e propri figli (32,9%). Sempre più frequente la presenza di coppie che scelgono la compagnia di un animale domestico rispetto all’impegno della nascita di un figlio.

Soltanto il 20,5% considera un impegno gravoso tenere in casa un animale. Un terzo del campione (33,7%) nei propri viaggi sceglie solo alberghi e strutture che accettano animali. Il 37,1% porta sempre il proprio amico animale in vacanza con sé. Solo 3 su 10 (29,5%) lo lasciano in pensioni per animali (purtroppo le cronache ci parlano anche di frequenti casi di abbandono, persino in autostrada).

Anmali domestici, quasi familiari

Cani, figli e disagio sociale

Una riflessione si impone su tutte: un cane, un gatto, un criceto, un pesce rosso NON saranno mai “figli” dell’Homo sapiens, anche se ritenuti tali. E per di più all’interno di una società occidentale che ha optato per la decrescita demografica (magari dichiarando motivi economici, ma le spese per la cura di un animale pongono qualche dubbio sulla veridicità di tale affermazione).

Ma spingendosi oltre: perché un cane sarebbe “figlio” e non “fratello” il prossimo? Soprattutto se in una qualche forma di disagio sociale, emarginazione, povertà, richiedente asilo, solo ospitalità temporanea o magari lavoro…

Chi scrive ha sempre avuto cani nel giardino della famiglia d’origine: non proprio cani da salotto, ma dobermann, samoiedo, schnauzer… e da più di 30 anni è impegnata nella promozione della salvaguardia del creato, oltre che di spirito francescano, ma francamente qualche interrogativo resta nell’aria. Anche perché l’enciclica sociale più recente, la Laudato si’ di papa Francesco, non sembra proprio andare in questa direzione e nemmeno la dottrina sociale della Chiesa.

E in più la nuova legislazione italiana in materia di aiuto a quanti arrivano da lontano, di fatto appare considerare le persone non solo a livello sub-umano, ma anche, a questo punto, sub-animale.

Francesco d’Assisi, l’“ecologo globale” come l’aveva definito padre Olgiati, aveva un singolare rapporto con il creato e con gli animali: stringe amicizia con il falcone che aveva il nido poco lontano dal suo giaciglio a La Verna (FF 754); loda le allodole per il loro vestito colore della terra (FF 1669). Intercede in loro favore: «Se avrò occasione di parlare con l’imperatore, lo supplicherò che per amore di Dio e per istanza mia emani un editto, al fine che nessuno catturi le sorelle allodole o faccia loro del danno (FF 1669) e in occasione del Natale faccia spargere dalle amministrazioni per le strade miglio e granaglie per gli uccellini e i proprietari di buoi e asini forniscano una doppia razione di foraggio» (FF 1814). Si preoccupa di far preparare miele e vino perché le api non muoiano di freddo (FF 458), è preoccupato per l’incolumità dei lombrichi (FF 458), elogia il cane (FF 1726). Rimette in acqua una tinca ricevuta in dono (FF 428), libera un leprotto dalla trappola (FF427) e rimette le tortore nel nido (FF 1853). Raccomanda ai pesci di farsi furbi (FF 428), ai lupi di non recar danno (FF 1159, FF 1852), predica ai passerotti (FF 1154), alle rondini (FF 426), alle colombe, alle cornacchie e alle monachine (FF 424), alle gazze, ai corvi, agli avvoltoi (FF 2289) e chiamava tutti “fratello” e “sorella” intuendone i segreti. Tuttavia non esita a far a voce grossa con il pettirosso ingordo: «avrà una brutta morte» (FF 633), rimprovera la scrofa (FF 698), fa tacere gli uccelli (FF 1154), ha orrore del morso dei serpenti (FF 1141), associa i topi alla tentazione del male (FF 1591). E con i lebbrosi è tutto un altro rapporto.

Il teologo morale sudtirolese Martin M. Lintner, religioso dei Servi di Maria, docente a Bressanone/Brixen e a Innsbruck, si è occupato spesso del rapporto uomo-animali, anche nell’ottica del benessere di “ogni” creatura, cui ha dedicato anche un testo uscito in lingua tedesca.

Raggiunto in partenza per il Portogallo per tenere un ciclo di lezioni sull’AL, ha risposto così: «Occorre trattare un animale secondo le necessità, i bisogni e le capacità tipiche della sua specie e anche secondo il carattere del singolo animale. Non umanizzarlo, proiettando bisogni e desideri umani sull’animale, nemmeno aspettarsi dall’animale qualcosa che solo un uomo può dare (vicinanza umana, comprensione, consolazione ecc.) ma, allo stesso momento, rispettare sempre l’animale con un suo valore proprio che gli appartiene indipendentemente dalla sua relazione con l’uomo!».

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