Migranti e lavoro

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stagionale

Per il terzo anno consecutivo scatta l’allarme per la mancanza della manodopera stagionale necessaria, soprattutto in agricoltura, turismo e commercio. La pandemia, non ancora debellata, ha segnalato la penuria dei lavoratori costantemente in mobilità. Il 2022 porta con sé altri problemi, peraltro non del tutto inattesi.

Il conflitto innescato nel febbraio scorso dall’invasione russa dell’Ucraina e la conseguente crisi dovuta alla mancata consegna dei cereali ai Paesi sprovvisti di sovranità alimentare – quelli del Maghreb insieme ai subsahariani – ha determinato il sovvertimento dell’ordine mondiale, sbilanciando tutte le relazioni internazionali di carattere politico, militare e commerciale.

Pandemia e lavoro stagionale

Di riflesso tali sconvolgimenti hanno aumentato le criticità nella mobilità umana interessata alle programmazioni delle attività stagionali, sia in Europa che in Italia.  Stando ad alcune valutazioni fatte dagli analisti, la forzata riduzione delle attività lavorative nel comparto del commercio e del turismo – dovuta ai lunghi periodi di lockdown totale o parziale – aveva già spinto molti occupati e occupate di tali settori a cercare altri lavori e altre possibilità di reddito.

È risaputo che i trattamenti contrattuali destinati a quei tipi di manodopera offrivano larga libertà di manovra per i datori di lavoro, aprendo autostrade a favore del lavoro sommerso e dello sfruttamento dei dipendenti, impiegati ben oltre gli orari dichiarati, a partire dalla condizione di necessità dei lavoratori, costretti ad accettare condizioni di lavoro svantaggiose pur di portare a casa un po’ di soldi.

Da diversi decenni, infatti, le occupazioni stagionali si avvalgono dell’arrivo di lavoratori stranieri provvisti di visti di ingresso per periodi limitati alle necessità produttive. Accanto ad una residuale manodopera nazionale, il bacino principale di approvvigionamento per le attività connesse all’agricoltura è rappresentato dalla manodopera proveniente sia dagli ultimi Paesi entrati nell’Unione Europea, quali la Romania o la Bulgaria, che dai flussi dall’Asia e dall’Africa del Nord.

Così, in questi mesi, quasi ogni giorno, si solleva il problema della penuria di manodopera, soprattutto in un momento di forte ripresa, oltre che nelle attività commerciali e turistiche, nella cantieristica. Per quanto riguarda l’agricoltura e il comparto zootecnico è proprio la manodopera straniera a mancare vistosamente, quella ampiamente impiegata nelle raccolte di frutta e verdura.

Ripresa e manodopera

Quello dell’agricoltura – posti i contraccolpi dovuti alle difficoltà di reperire prodotti dall’estero, soprattutto dalla Ucraina e dalla Russia – diventerà sempre più il comparto delle maggiori trasformazioni. Accanto e dentro tutto ciò, non possiamo ignorare l’attività criminale svolta dal caporalato, ancora ben radicato nel nostro Paese.

Le richieste espresse dalle associazioni di categoria imprenditoriali, maggiormente interessate, vanno dunque dalle 387.000 unità di fabbisogno di manodopera per il turismo e la ristorazione, alle 174.000 per le attività commerciali, alle 100.000 per le attività connesse all’agricoltura. A fronte, si stima una irreperibilità del 40% della forza lavoro necessaria.

Tra le cause della penuria vengono strumentalmente indicate sia l’introduzione del Reddito di Cittadinanza, sia la mancata disponibilità a riprendere attività lavorative stagionali alle stesse condizioni economiche e contrattuali precedenti il covid.

Ma la pandemia ha fatto semplicemente venire a galla tutte le carenze di tutela dei moltissimi lavoratori precari, esposti al forte rischio di povertà relativa e assoluta. Rischio che nessuno – in un Paese civile – può continuare a legittimare.

La vera causa della difficoltà di reperimento è proprio invece da ricercare in siffatta mancanza di tutele: quelle tutele contrattuali che potrebbero e dovrebbero coprire, oltre al corretto corrispettivo in danaro delle ore lavorate, anche i periodi di inattività lavorativa e quindi di totale mancanza di reddito personale e familiare.

Retribuzione e tutele

Giustamente, da più parti, viene richiesto di offrire una retribuzione in base alla qualità ed alla intensità del lavoro svolto. La correttezza dei contratti e dei trattamenti – se effettivamente tale – potrebbe essere una prima risposta per far fronte alla penuria.

L’indicazione europea di un salario minimo orario di 12 euro – in un Paese come l’Italia in cui i salari da decenni stanno perdendo potere di acquisto – non è ben vista dal sistema produttivo, ancor più negli ambiti in cui il lavoro sommerso è da sempre altamente praticato. Sembra banale, ma è fondamentale riaffermare che solo col giusto stipendio si possono trovare lavoratori in numero adeguato.

Mentre il continuo dumping sui salari, per favorire una concorrenzialità sfrenata, non fa altro che arricchire chi ha più potere di contrattazione e di ricatto, impoverendo le fasce già economicamente più fragili della popolazione.

L’arrivo di 132.000 profughi dall’Ucraina, in maggior parte donne con minori, per lo più ospitati da privati, viene ora visto come potenziale disponibilità di manodopera stagionale: per loro si stanno moltiplicando le offerte di occupazione, soprattutto nei servizi turistici e commerciali.

La risposta non sembra altrettanto scontata ed immediata, sia perché l’aspirazione di un rapido rientro in patria sembra ancora animare i nuovi arrivati, sia perché la qualità delle opportunità occupazionali non tengono o non possono tenere in adeguata considerazione le loro aspettative di inquadramento.

La recente applicazione della direttiva europea nr. 55/ del 2001 – pensata dopo aver assistito all’esodo delle masse in fuga dal tragico conflitto balcanico degli anni ’90 – consente l’ottenimento del permesso di soggiorno per 2 anni, oltre alla possibilità di richiedere lo status di rifugiato.

Tale dispositivo normativo dovrebbe, d’ora in poi, offrire una maggior possibilità di tutela, sinora non sempre garantita, ai richiedenti asilo provenienti da altri Paesi extra UE.  Ma neppure l’inattesa risorsa umana ucraina può prospettare la risoluzione al problema immediato della mancanza di manodopera. Va aggiunto – per inciso – che per i circa 8.000 profughi ucraini accolti in strutture alberghiere si dovrebbero pure trovare altre sistemazioni, per lasciare posto all’arrivo dei turisti.

Italia: migranti regolari a quota fissa

Il governo italiano – per 6 anni consecutivi sino al 2020 – ha stabilito una quota fissa di ingressi regolari per motivi di lavoro nel nostro Paese pari a 30.850 unità. Dal 2020, ha dovuto aumentare la quota annuale sino al numero calcolato per l’anno in corso 2022: calcolo realizzato alla fine del 2021, in tempi precedenti il conflitto russo-ucraino.

La quota dunque prevista per il 2022 è stata di 69.700 lavoratori, di cui 42 mila per lavoro stagionale, mentre le quote di ingresso per lavoro non stagionale o autonomo sono state quantificate in 27.000, di cui 20 mila riservate a lavoratori nei settori dell’autotrasporto, dell’edilizia e del settore turistico alberghiero. La clausola per questi lavoratori è di provenire da paesi extra UE che abbiano sottoscritto accordi di rimpatrio o reinsediamento con l’Italia.

La restante quota di 7.000 è prevista per la conversione di permessi di soggiorno già rilasciati per studio e per altri motivi in permessi per lavoro, comprendendo quindi cittadini extra-UE già regolarmente presenti in Italia a vario titolo.

Il conflitto in atto e i conseguenti nuovi assetti di criticità strutturale che si stanno profilando stanno portando il governo a progettare un ulteriore ampliamento delle quote di ingresso per il corrente anno. Il nuovo decreto flussi dovrebbe sopperire alle carenze di manodopera, proprio nei settori sopra citati: agro-alimentare, turistico-alberghiero e dell’edilizia.

Alla luce di quanto esposto, non scrivo nulla di strano affermando che i decreti flussi sinora adottati dal nostro Paese non hanno – non solo risolto ma neppure affrontato – i problemi strutturali di carenza di manodopera nei settori troppo spesso appannaggio del lavoro nero e grigio.

Basti pensare a quanto avviene nel settore dell’agricoltura, non solo nelle campagne del sud, ma anche nei meleti del nord o nelle coltivazioni del Veneto, passando attraverso le vendemmie delle eccellenze enologiche del nord-ovest.

Presenze irregolari

Non sono mai riuscito a comprendere per quale oscuro motivo la programmazione dei flussi – al di là di quanto calcolato dal sistema informativo Excelsior di Unioncamere sul fabbisogno di manodopera straniera non UE – non preveda di attingere innanzi tutto dalle risorse umane  già presenti sul territorio nazionale, benché  in condizione di irregolarità amministrativa, spesso dovuta alla perdita del permesso di soggiorno per insufficienza di reddito da lavoro regolare, ovvero dal bacino dei richiedenti asilo non ammessi ai titoli di protezione internazionale o al sistema dei cosiddetti permessi speciali.

Ssi tratta di alcune centinaia di migliaia di persone (e famiglie) che vengono quindi volutamente tenute in un limbo senza via d’uscita, in balia delle fluttuazioni dell’umore dei governanti di turno, rispetto ai potenziali rimpatri e alle invettive di clandestinità. Si tratta di un capitale umano in età lavorativa colpevolmente non valorizzato.

La ricezione da parte dell’Italia della Direttiva Europea 55/2001 dovrebbe inoltre permettere a tutti coloro che fuggono dai conflitti armati o dalle condizioni di rischio per la propria vita, a causa di tracolli ambientali e di catastrofi naturali, di essere adeguatamente accolti. Ciò non avviene. Il sistema selettivo iniquo introdotto dalle normative europee e nazionali nei confronti di chi sbarca a Lampedusa o attraversa a piedi i Balcani deve essere perciò decisamente superato e bandito.

Di recente i 15 paesi UE – a seguito del fallimento delle quote di redistribuzione tra Paesi europei dei richiedenti asilo approdati in Italia, Grecia e Spagna – hanno dichiarano la disponibilità ad accogliere nuovi arrivi di migranti rispondendo alla richiesta di “Solidarietà e Responsabilità” ribadita più volte dalla Presidente della Commissione Europea Ursula von der-Leyen.

Ma, nonostante il buon proposito, un aspetto non irrilevante permane nel pieno vigore delle direttive di Dublino che ancora prevedono la piena responsabilità di accoglienza e di trattamento delle richieste giuridiche di protezione internazionale a carico del primo Paese di approdo nella UE. Ancora una volta sarà da vedere quale effettiva disponibilità verrà mostrata e messa in atto.

La guerra in Ucraina

Il conflitto russo-ucraino – che vede così solidamente coinvolti i Paesi europei e i membri della Nato – ridisegna le dinamiche geostrategiche del futuro, anche per quanto riguarda i flussi migratori. Molti Paesi africani, asiatici e sudamericani non hanno condannato, in sede ONU, l’intervento russo e, per la maggior parte, si sono astenuti.

L’Europa deve tener conto di questa situazione, non tanto per elaborare nuove strategie militari e rinfocolare guerre più o meno fredde insieme a guerre commerciali, bensì per ripensare significativamente i caratteri della propria internazionalizzazione: per convertirsi da Stati padroni di colonie a Continente disposto a sviluppare un sentire cosmopolita che sappia ascoltare le istanze dei Paesi in difficoltà, valorizzando le enormi risorse presenti nell’immigrazione.

L’avversione ai migranti non fa altro che irrigidire le giuste rivendicazioni da parte dei vecchi dominati. La crescita della internazionalizzazione nelle relazioni umane, culturali e religiose dell’Europa rappresenta una spinta alla deglobalizzazione commerciale e finanziaria che porta al pacifico riconoscimento delle legittime aspirazioni di autonomia economica e di sovranità politica di Paesi che possono essere partner alla pari nella costruzione di un futuro comune, non più destinatari di elemosine.

Tale disponibilità include la piena legittimazione dei flussi migratori quali opportunità di co-sviluppo. Questa è la sola via sensata per andare incontro, con un po’ più di fiducia, ad un futuro così carico di incertezze.

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