Migranti: la frontiera di terra

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Mentre l’attenzione ritorna sugli sbarchi da piccole imbarcazioni con numeri ancora relativamente contenuti di migranti sopravvissuti che hanno rischiato la traversata del Mediterraneo col clima favorevole dell’estate e mentre il nostro paese mostra ancora la propria voluta e irresponsabile impreparazione – con soli 100 posti regolari nel “punto caldo” di Lampedusa nel tempo delle misure di prevenzione da Covid-19 – nessuno in Italia sembra volgere seriamente lo sguardo alla frontiera di terra, in particolare a Trieste, ove dolentemente tentano di passare i migranti della rotta balcanica, percorsa con i piedi, tra mille ostacoli e pericoli, dalle isole greche, sino a noi e oltre a noi, verso più promettenti paesi europei.

Cosa sta accadendo dunque da quelle parti in questa estate? Decine e ormai centinaia di persone – anche se è impossibile una precisa quantificazione – per lo più a piccoli gruppi di giovani, con diversi minorenni, specie afghani, pakistani e iraniani, ce la fanno a raggiungere il nostro confine.  Ma una parte consistente viene di nuovo respinta in Slovenia, in spregio delle leggi nazionali e internazionali sul diritto di asilo, probabilmente in ragione di accordi informali tra gli stati.

Sta di fatto che la polizia italiana costringe i ragazzi a salire su bus diretti di ritorno in Slovenia, anche con la forza. Dalla Slovenia vengono nuovamente respinti in Croazia, e da là, con le botte, costretti a ritornare – anche letteralmente nudi – ai campi della Bosnia Herzegovina (regolari e non) dai quali erano ripartiti nei giorni o nelle settimane precedenti, per ritentare il disumano gioco dei passaggi di frontiera.

Nella città di Trieste persiste comunque un flusso di gruppetti della entità di una ventina di persone al giorno. L’associazione “Linea d’ombra” continua a prestare loro una prima assistenza essenziale fatta di qualche genere alimentare, di qualche indumento con scarpe, di qualche farmaco e soprattutto di cura dei piedi piagati dal lungo cammino.

Si capisce che l’intento principale dei migranti è ora di proseguire il viaggio attraverso la pianura Padana, verso la Francia e altri paesi del nord. Ma ovviamente non è affatto facile arrivare a Ventimiglia e soprattutto superare un altro valico di frontiera molto ben presidiato.

Data l’organizzazione dei respingimenti dal lato di Trieste, chi giunge dalla rotta sembra ora preferire i passaggi da Gorizia, meno sorvegliato, e di Udine, più distante dal confine e su cui risulta quindi meno probabile il respingimento forzato.

La prevenzione dal contagio sembra c’entrare ben poco: ai volontari che cercano di raccogliere i racconti, le misure anti-Covid appaiono giustificare operazioni programmate dalla volontà politica piuttosto di un effettivo cordone sanitario. Gli sbrigativi metodi adottati non prevedono peraltro particolare attenzione alle condizioni d’igiene delle persone e tanto meno al loro distanziamento.

Sinora sono risultati solo pochissimi casi di positività accertata e per i quali sia stata applicata la misura di quarantena: a noi ne risultano solo tre su centinaia. Naturalmente tale misura riguarda solo quella piccola parte di migranti che non viene immediatamente respinta e per la quale viene applicata la legge dello stato.

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