Migranti: vite inesistenti

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Giulio Regeni, un giovane studente, nostro connazionale, è stato ucciso, massacrato, alla fine del gennaio 2016 a Il Cairo da agenti delle forze di sicurezza egiziana: il suo omicidio attende ancora giustizia e l’opinione pubblica italiana, a quasi cinque anni di distanza, sollecita i governi – italiano e soprattutto egiziano – perché sia fatta chiarezza e siano finalmente dichiarate precise responsabilità.

Altrimenti – prima e dopo la morte di Regeni e ancora in questi giorni – decine e centinaia di migranti, donne, uomini e bambini, continuano a morire per annegamento nel Mare Mediterraneo davanti alle coste italiane. Mentre nessuno dai paesi d’origine, da quel che risulta, richiede di appurare le responsabilità della loro morte, né fornisce una qualche informazione che riguardi ciascuna di queste persone singolarmente: come se non fossero mai esistite. Corpi senza nomi.

Da decenni nel nostro paese si insiste, penosamente, a discutere di sé stessi e degli interessi nazionali, su come e quanto impedire a queste persone in fuga da fame, crisi climatiche e conflitti etnici, specie se di colore, di varcare i nostri confini. Animatamente si polemizza per bloccarle al loro arrivo, ostacolarne il movimento sul territorio nazionale, riuscire a rispedirle al più presto perché irregolari o clandestine. E così non vederle mai più.

Nonostante questo prevalente atteggiamento, molte delle persone migranti che, partendo dall’Asia, dall’Africa, dal Sud America sono riuscite ad approdare in Italia, si sono qui inizialmente fermate da “irregolari” ed ora vivono tra noi, hanno famiglia, mandano i loro figli a scuola con i nostri figli, lavorano nei nostri campi e nelle nostre officine. Alle “tate”, alle persone “extracomunitarie”, abbiamo persino affidato l’accudimento di molti dei nostri bambini col nostro e col loro futuro, delle nostre nonne e dei nostri nonni con la nostra memoria. Ai sikh abbiamo affidato la cura delle vacche dal cui latte si trae il formaggio grana, orgoglio ed eccellenza della Pianura Padana.

Queste persone sono spesso vestite, specie le donne, in modo diverso da noi, ma non interessa vederle una ad una, in maniera distinta, secondo la comunità di appartenenza, la propria lingua, cultura, musica e culto. La loro presenza preoccupa, infastidisce: si preferisce che non compaiano pubblicamente.

Insomma, da una parte si pretende che non ci siano proprio, dall’altra, ne abbiamo semplicemente bisogno.

Le posizioni xenofobe e i comportamenti ad esse correlati non costituiscono tratti esclusivi della estrema destra politica, come mostra il diffondersi di ideologie securitarie di “sacralizzazione nazionale” dei territori e come dimostra il fatto che nel nostro paese non si sia ancora riusciti ad introdurre il principio legislativo dello ius soli mentre continua ad albergare il solo ius sanguinis quale requisito di accesso al diritto di cittadinanza.

Certamente la popolazione italiana non esprime solo diffidenze. Sono senz’altro presenti e diffuse le pratiche umanitarie e di carità volte ad alleviare le deprivazioni e ad affrontare le più drammatiche disdette della vita quotidiana delle persone immigrate. Ma si tratta piuttosto di atti di dedizione volontaria che di volontà politica programmata ed organica alla vita sociale.

Forse non ci si rende ben conto del fatto che così stiamo cancellando la nostra storia e la nostra cultura di penisola immersa nel Mediterraneo – teatro geografico, da secoli, di incontri e di scambi fra le genti d’Asia, d’Africa e d’Europa – e che stiamo facendo un’opera di rimozione del nostro passato coloniale, di quello interno avverso alle popolazioni meridionali come di quello esterno avverso alle popolazioni di Eritrea, Somalia, Libia, Etiopia, senza qui parlare delle manifeste avversioni espresse nelle leggi razziali fasciste avallate da un re Savoia.

Questa grave opera di rimozione, a mio modo di vedere, impedisce di fare pienamente i conti, oltre che col nostro vero passato, anche col presente di una società italiana ormai multietnica e multiculturale.

Altri paesi occidentali, più di noi, quali Francia, Regno Unito, Germania, per non parlare degli Stati Uniti, hanno consapevolezza, da più tempo, di essere “multiculturali”. Il che non significa necessariamente che in tali paesi i gruppi etnici abbiano superato le difficoltà di riconoscimento e di reciproco rispetto, ma, almeno in quei contesti, le cose vengono chiamate col loro nome, ossia là si parla chiaramente di razzismo e di “suprematismo bianco”. Il movimento Black lives matter ne è l’esempio lampante.

Ora, è certamente faticoso imparare a convivere: per lingue, fedi, modi di intendere la vita. Ma non possedere consapevolezza storica e di pensiero complica enormemente le cose, perché alimenta ignoranza ed ipocrisie, impedisce di vedere i veri problemi e le loro possibili soluzioni, di riconoscere il valore delle grandi risorse umane dei migranti nella loro appartenenza alle comunità culturali di origine.

Da sempre sostengo la necessità dello studio e dell’approfondimento della nostra storia nazionale, compresa la nostra ancor recente e drammaticamente attuale storia di italiani emigrati all’estero. Milioni di italiani se ne sono andati nelle Americhe, in Australia, nei paesi del Nord Europa, di solito senza conoscere lingue, costumi, istituzioni dei luoghi verso il quale si stavano dirigendo. Risulta per me di grande interesse recuperare tutto il patrimonio di speranza dei migranti italiani, la forza del mandato ricevuto dalle loro famiglie, le risorse di umanità poste nelle mete, nei recapiti dei congiunti e dei compaesani da raggiungere, nelle attese di apertura e di ospitalità delle genti incontrate. Queste persone – italiane – sono emigrate nel mondo intero partendo da una comunità di appartenenza, con una loro identità, religiosità,  retroterra di relazioni affettive. Con questo patrimonio hanno saputo resistere nelle situazioni più dure e ostili.

Studiare e conoscere il nostro passato significa voler comprendere quel che sta accadendo, prendere parte alla vita di quel (meno del) 9% di persone immigrate tra noi, per costruire un futuro comune del nostro paese.

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