Lavoro da morire

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Come noto, la Costituzione italiana poggia il suo fondamento sul lavoro, asserendo, all’art. 1: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Nessun’altra Carta di Stato pone tale principio a fondamento della propria identità.

L’ideale costituzionale

La scelta dei padri costituenti italiani ha inteso dunque conferire un fondamento pratico – concreto – alla struttura solidale del neonato Stato democratico postbellico. Il riferimento al lavoro rappresenta la volontà di affidare all’operosità dei cittadini la costruzione di una democrazia orientata alla giustizia sociale e alla salvaguardia della dignità della persona e della famiglia.

Nella ricostruzione fisica e morale del Paese il lavoro rappresentava la sintesi di tutte le aspirazioni di libertà e di uguaglianza e la condizione in grado di rafforzare i legami sociali tra i cittadini. Non bisogna dimenticare il grande sforzo fatto per percorrere la strada della riconciliazione nazionale dopo le dolorose fratture causate dalla tragica avventura fascista.

In altre parole, l’incipit della nostra Costituzione non ha affermato soltanto grandi valori teorici ma ha lanciato un programma concreto di ricostruzione fattiva della società italiana. Questo programma è stato promosso proprio mentre centinaia di migliaia di cittadini italiani stavano prendendo la via dell’emigrazione.

L’ideale costituente si è mostrato alquanto arduo da attivare e, effettivamente, da realizzare.

Allentamento delle tutele

L’inizio dell’attuale millennio ha conosciuto il dispiegarsi di progetti di ampliamento della platea degli occupati, soprattutto giovani e donne: ma tutte le trovate messe in campo hanno di fatto indebolito e reso ancora più precaria la condizione dei lavoratori. Ricordo il job’s act, le agenzie di intermediazione, il lavoro in affitto, il lavoro a chiamata.

Le assunzioni con carattere di temporaneità – ed estemporaneità – non hanno fatto altro che ampliare le fasce di sottoccupazione, costringendo moltissimi lavoratori nel recinto della precarietà e della esposizione ad ogni forma di sfruttamento e ricatto. Hanno, inoltre, incrementato la dimensione di solitudine nel lavoro, che non si colloca più tra le dinamiche di solidarietà delle masse nelle grandi fabbriche e nei poli industriali. Sono fiaccate le capacità di aggregazione e di tutela delle organizzazioni sindacali.

Nel collettivo – anche i deboli e i rassegnati – si aggregavano nella protesta. Ora, solo nella propria individualità, ciascun lavoratore è posto nell’arena della competizione. Ciò chiaramente avviene ad ogni livello, nazionale e globale. La logica del libero mercato offre una ghiotta occasione – epocale – di sfruttamento, secondo ottiche di delocalizzazione del lavoro per mere ragioni di offerta dalle aree più convenienti del pianeta: non certo a favore di migliori infrastrutture e tutele, bensì con piena facoltà del sistema di instaurare rapporti para-schiavistici, se non di vero e proprio sfruttamento criminale. Penso – per contatto personale – alle morti per sfinimento nelle campagne italiane d’estate.

L’allentamento delle tutele di fatto e il venir meno della solidarietà collettiva, in fabbrica o nei cantieri, come nella società civile in genere, hanno facilitato la crescita del lavoro assassino. La parcellizzazione delle funzioni lavorative e la segmentazione sociale sempre più accentuata stanno creando condizioni occupazionali più fragili, a più facile rischio di infortuni e di morte.

Dati che parlano

Negli ultimi due anni la cronaca ha dovuto interessarsi di condizioni di lavoro disumane, non tanto nelle grandi aziende, ma soprattutto nelle piccole e medie imprese attive in ambiti altamente a rischio quali l’edilizia, la logistica e l’agricoltura.

Quel che è accaduto, ad esempio, a Prato, con la morte della giovane mamma Luana D’Orazio, vittima della manomissione dello strumento di lavoro, o l’incidente mortale del diciottenne friulano Lorenzo Parelli, ha fatto solo dischiudere gli occhi su ambiti e prassi lavorative assai pericolose, non tanto e non solo per cause imprevedibili, bensì per l’evidente carenza di un serio rigore imprenditoriale sul versante della sicurezza e della salute dei dipendenti. La corsa alle consegne e i profitti prendono la mano.

I dati INAIL del 2021 e dei primi 5 mesi dell’anno rappresentano un ulteriore campanello d’allarme. Le denunce di infortunio sul lavoro – o sul percorso che porta al lavoro – nel 2021 sono state 555.236, leggermente superiori rispetto alle 554.340 del 2020. Ma, mentre nel 2020 molte denunce di infortunio hanno riguardato le affezioni da Covid-19, nel 2021 queste sono drasticamente calate: per contro, sono aumentate le denunce tradizionalmente presenti nei report degli anni precedenti.

Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate nel 2021 all’INAIL sono state 1.221, ossia 49 in meno rispetto alle 1.270 del 2020. Bisogna però tener presente che questo dato è ancora provvisorio, poiché le cause di decesso da lavoro o sul lavoro spesso vengono indagate – e accertate – per anni e dopo anni. I casi di epitelioma o di silicosi risultano emblematici.

L’INAIL fa presente che il calo dei casi mortali nel 2021 rispetto al 2020 è dovuto al calo dei decessi della componente femminile, passato da 138 a 126, sommato a quello maschile italiano, passato da 1.132 ai 1.095, insieme a quello degli stranieri comunitari passato da 61 a 48. Mentre le morti dei lavoratori extracomunitari sono aumentate, da 129 a 137: dato – quest’ultimo – che può essere facilmente letto quale conseguenza della costatazione che i lavori svolti dagli immigrati extra-comunitari sono i più pericolosi, sporchi e malpagati.

Mancanza di controlli e formazione

Osservo ora che, nei primi 5 mesi del 2022, gli infortuni sul lavoro sono cresciuti di quasi il 50% rispetto ai primi 5 mesi dell’anno precedente: precisamente + 47,8%, passando da 219.262 a 323.806. Sembrano calare – di poco – gli infortuni mortali, anche se i dati restano parziali, a motivo degli accertamenti ancora in corso: da 434 a 364. Si tratta, comunque, di circa 3 morti al giorno!

Con l’attivazione del superbonus 110%, il 2021 ha visto l’esplosione del numero di imprese edili: 6.000 solo nel terzo trimestre. Sta di fatto che molte imprese edili si sono concepite come tali trasformando la loro precedente ragione sociale, pur di partecipare all’affare. Anche questa – non trascurabile – circostanza ha determinato la comparsa di maestranze professionalmente poco preparate e sprovviste della necessaria formazione di sicurezza nei cantieri. Ciò ha sicuramente aumentato il rischio grave di infortuni.

Se il PIL italiano nel 2021 ha segnato, secondo i dati ISTAT, un +6,6% sull’anno precedente, ciò sta a significare che tutte le attività produttive sono riprese alla grande in tutti i settori, soprattutto in quello edilizio, della logistica, poi del commercio e del turismo, ovunque con una manodopera professionale esigua – ulteriormente assottigliata nel periodo del Covid –, turni di lavoro massacranti, retribuzioni spesso irrisorie.

La mancanza di controlli sulla sicurezza sui posti di lavoro, la scarsa propensione delle piccole ditte ad organizzare corsi di formazione per le proprie maestranze, il lavoro nero diffuso a tutte le latitudini del Paese – così da costituire un ramo non indifferente dell’economia reale – sono da ritenersi le principali causa di morte. Tutto ciò è inaccettabile!

Una stabile… precarietà

La grave difficoltà di trovare una piena e soddisfacente occupazione costringe inoltre molte persone – specie giovani e donne – a un regime di precarietà permanente, che non consente una vera e propria maturazione professionale e soprattutto preclude ogni reale possibilità di vita famigliare sicura ed economicamente autonoma.

La difficoltà di intravvedere prospettive, dunque, non facilita i processi di coesione sociale ideali che la Carta Costituzionale prevedeva e ancora prevede. Molti lavoratori – soprattutto molte lavoratrici – devono svolgere più lavori contemporaneamente per potersi mantenere.

L’ISTAT rileva che, nel 2021, 1,9 milioni di famiglie in Italia e circa 5,6 milioni di individui vivevano in condizioni di povertà assoluta, mentre in povertà relativa si trovavano 2,9 milioni di famiglie. I minori costretti a vivere in povertà assoluta erano 1,4 milioni.

Lo stesso rapporto dell’istituto di statistica sottolineava che tra le famiglie più colpite vi erano quelle con un maggior numero di figli, tra queste, i nuclei famigliari stranieri. Era rilevata all’8,3% l’incidenza della povertà assoluta delle famiglie con minori composte da soli cittadini italiani, mentre per le famiglie composte da soli stranieri l’incidenza giungeva al 36,2%, dal 28,6% del 2020. Sono queste le condizioni che costringono molte persone – italiane e straniere – ad affrontare i rischi di un lavoro pericoloso, pur di tenersi a galla nella vita.

Pessime politiche

I dati insieme riportati rappresentano il quadro della mala organizzazione del lavoro e della pessima politica migratoria che stanziano da anni nel nostro Paese, senza peraltro segnali di correzioni di rotta. Anzi, la crisi anche politica generale, oltre che economica, indotta dalla guerra in Ucraina, non potrà che aggiungere guasti a guasti.

In tale quadro – così sconfortante – resta l’insegnamento sociale della Chiesa che fa della costruzione di una economia dal volto umano – in cui capitale e lavoro si incontrano nel rispetto e nella tutela della dignità della persona – il principale obiettivo.

Resta l’anelito di umanità contenuto nelle pagine del Vangelo.

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3 Commenti

  1. Luciano Luppi 10 agosto 2022
  2. Mauro Bigi 9 agosto 2022
  3. Issa Bousso 7 agosto 2022

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