No alla tratta di esseri umani

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«La tratta delle persone è un’attività ignobile, una vergogna per le nostre società che si dicono civilizzate! Sfruttatori e clienti a tutti i livelli dovrebbero fare un serio esame di coscienza davanti a se stessi e davanti a Dio!» (Papa Francesco, 24 maggio 2013. Discorso ai partecipanti alla plenaria del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti)

«Papa Francesco e gli altri leader religiosi, nella loro dichiarazione comune contro la schiavitù (2 dicembre 2014, ndr),[1] affermano di volerla sradicare entro il 2020. Per tale ambizioso obiettivo, la Chiesa dovrebbe mobilitare molta più energia, a tutti i livelli. Non abbiamo tempo da perdere. Dovremmo essere efficaci nella prevenzione e dare una mano alle vittime, oltre che attivi nella difesa politica. Dove gli sforzi per combattere la tratta degli esseri umani mancano ancora, dovremmo prendere l’iniziativa e iniziare i colloqui con i governi allo scopo di adottare legislazioni antitratta, costruire strutture antitratta e fornire le relative risorse necessarie al fine di agire, in Africa e nel mondo, come “una sola famiglia umana con un’unica voce contro il traffico di esseri umani”».

È la parte finale dell’intervento del card. Luis Antonio Tagle, presidente di Caritas Internationalis, alla conferenza internazionale sulla tratta dei esseri umani che si è svolta ad Abuja (Nigeria) dal 5 al 7 settembre scorsi. Evento ecclesiale di rilevante importanza, organizzato da Caritas Internationalis e dal Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti, in collaborazione con COATNET (Christian Organisations Against Trafficking in Persons Network), la rete di organizzazioni cristiane che lottano contro la tratta, e con Caritas Nigeria.

Obiettivo della conferenza: promuovere la collaborazione tra organizzazioni governative e non per costruire buone prassi in grado di contrastare la tratta all’interno e al di fuori dei confini africani («Human trafficking within and from Africa»).

Perché una conferenza in Nigeria

La capitale della Nigeria non è stata scelta a caso, come luogo della conferenza. Perché proprio da questo paese – come ha ricordato il card. John Olorunfemi Onaiyekan, arcivescovo di Abuja – migliaia di giovani, soprattutto ragazze, lasciano il paese con il sogno di una vita migliore e finiscono nelle reti dei trafficanti di esseri umani che le usano come schiave per il mercato del sesso a pagamento. L’arcivescovo di Jos e presidente della Conferenza episcopale della Nigeria, Ignatius Ayau Kaigama, nel suo intervento ha ricordato quanto emerge, peraltro, da documentati rapporti sul fenomeno della tratta di donne: l’80% delle ragazze nigeriane che arrivano in Italia sono coinvolte nello sfruttamento sessuale. «Ogni anno – ha affermato – nella sola Africa centinaia di migliaia di persone sono vittime della tratta degli essere umani. E il fatto più sconvolgente è che in alcune parti dell’Africa equatoriale la maggior parte delle vittime sono ragazzi e ragazze al di sotto dei 18 anni». Si stima che, dal 1990 al 2005, le vittime di schiavitù di nazionalità nigeriana sino state tra le 40 e le 45 mila. Solo nel 2105 sono sbarcate in Italia 5.400 donne nigeriane. Il 95% proviene da Edo State.

«In Nigeria, le persone vittime di tratta – ha ricordato Nkese Maria Udongwo di Caritas Nigeria – sono membri delle nostre comunità, delle nostre parrocchie e qualche volta delle nostre famiglie. Per questo non è mai troppo tardi per lavorare sulla prevenzione».

Ma se in Nigeria la piaga della tratta ha assunto dimensioni enormi negli ultimi decenni, essa ha una rilevanza che va ben oltre i confini di questo paese e riguarda tutta l’Africa e il mondo intero.

Una sola famiglia con un’unica voce

Alla conferenza hanno preso parte 130 delegati rappresentanti delle organizzazioni, sia cattoliche che di altre fedi, provenienti da 43 paesi, metà dei quali africani, impegnate nella lotta contro il traffico di esseri umani. Il fenomeno riguarda tutti e interpella ogni fede, dal momento che le destinazioni finali delle vittime non sono solo in Europa, nel Medio Oriente, in Africa e negli Stati del Golfo, ma in ogni continente e in qualunque paese. Ci sono, dunque, buone ragioni per agire in modo sinergico al fine di promuovere la dignità umana e difendere la libertà di ogni persona.

Per essere efficaci è quanto mai necessario unire le forze, evitare le dispersioni, essere e agire davvero come «una sola famiglia umana con un’unica voce contro il traffico di esseri umani». A richiedere una collaborazione più incisiva dev’essere soprattutto la sofferenza delle vittime e il loro sfruttamento, unitamente all’ impunità dei criminali e dei trafficanti. Le vittime sono spesso invisibili agli occhi della società e purtroppo quasi solo per caso riescono, a volte, a sottrarsi alla violenza e ai condizionamenti dei loro sfruttatori. Per ogni vittima individuata e soccorsa, ce ne sono 100 o più non identificate e alla mercé dei criminali, alcune delle quali potrebbero non sopravvivere per testimoniare il loro calvario.

Diverse tipologie di tratta

Nel corso della conferenza, autorevoli esperti si sono soffermati sulle diverse tipologie di tratta degli esseri umani: la tratta e lo sfruttamento lavorativo e sessuale dei bambini; la tratta nei contesti sociali di crisi (conflitti, calamità naturali, migrazioni forzate); la tratta nell’ambiente marittimo; la tratta a scopo di sfruttamento sessuale; la tratta a scopo di sfruttamento lavorativo.

Alla radice delle varie forme di tratta vi sono: l’interconnessione tra la mancanza di una buona governance e di una risposta adeguata a livello legislativo; il degrado ambientale; la povertà; la mancanza di opportunità; la carenza dell’istruzione e dell’educazione; l’insufficiente percezione del valore della persona umana; soprattutto – come ha affermato Michel Toy, direttore di Caritas Internationalis – la cultura dell’indifferenza che considera lecito usare persone come se fossero “cose”.

Tutti questi i fattori creano vulnerabilità e dipendenza, rendendo le persone facile preda dei trafficanti. «Il traffico di esseri umani – ha sottolineato Phili Jusu, del Dipartimento per gli Affari Sociali dell’Unione Africana – è un commercio spietato e mortifero. Pertanto, i trafficanti vanno perseguiti con vigore. Bisogna smantellare le loro reti attraverso la forza delle leggi e delle convenzioni internazionali. Il traffico di esseri umani è un crimine transnazionale e richiede una risposta organizzata a livello transnazionale. Combattere questo flagello dei nostri tempi dev’essere una responsabilità condivisa».

Impegni assunti dai partecipanti alla conferenza

Importanti e concreti gli impegni assunti dai partecipanti alla conferenza, utilizzabili anche nel contesto ecclesiale italiano:

a) assicurare e gestire l’accoglienza e il sostegno delle vittime della tratta con un approccio basato sui diritti umani e non sul giudizio;

b) inserire la questione della tratta di esseri umani nei piani e progetti pastorali;

c) porre in essere iniziative volte a scoraggiare la domanda di prestazioni sessuali mercificate;

d) aiutare famiglie e comunità a proteggersi dallo sfruttamento e dalle nuove forme di schiavitù, superando modelli culturali, abitudini, pratiche religiose tradizionali che, di fatto, offrono la sponda ai trafficanti;

e) fare in modo che anche nelle comunità ci siano leader, operatori pastorali e ministri religiosi in grado di parlare e di agire con cognizione di causa contro la piaga della tratta;

f) utilizzare adeguatamente i media per intercettare non solo le possibili vittime del traffico, ma anche le persone fuoriuscite da situazioni di violenza e di sfruttamento che possono contribuire a prevenire il fenomeno, trasformando la loro sofferenza in una risorsa per altre potenziali vittime e parlando a partire dalla loro esperienza;

g) incrementare la collaborazione tra organizzazioni cristiane per una maggiore efficacia nella lotta alla tratta e nel sostegno alle vittime.

Ai governi è richiesto di…

Ai governi dei paesi coinvolti nel dramma della tratta il documento finale della conferenza chiede di:

a) porre particolare attenzione nell’individuare, tra i rifugiati e i migranti richiedenti protezione internazionale, le persone in situazione di vulnerabilità, quali i minori non accompagnati, le donne in stato di gravidanza, le vittime della tratta di esseri umani, le persone per le quali è stato accertato che hanno subìto torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale;

b) ratificare e rendere effettivi le convenzioni e i protocolli riguardanti il problema della tratta, come la Convenzione delle Nazioni Unite sul Crimine Internazionale Organizzato e il Protocollo di Palermo, la Convenzione Internazionale sulla Salvaguardia dei Diritti di Tutti i Lavoratori Migranti e i Membri delle Loro famiglie e altre Convenzioni ancora a tutela di soggetti a rischio;

c) attuare politiche e misure che riducano la vulnerabilità e garantiscano protezione contro le attuali forme di schiavitù e di tratta, destinando ad esse le necessarie risorse umane e finanziarie;

d) riconoscere, sostenere e valorizzare il lavoro e l’esperienza delle organizzazioni che operano per il bene delle comunità e delle vittime, sostituendo le prassi emergenziali con sistemi integrati di politiche e di servizi stabili, valorizzando al meglio tutte le risorse disponibili e creando preziose sinergie territoriali in un’ottica di rete.


[1] Cf. Settimana n. 4 del 25 gennaio 2015, pag. 11.

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