Non puoi imporre al tiranno la legge che non accetti per te

di: Emanuele Curzel

mercato

Un’entità, il Mercato finanziario mondiale, quotidianamente giudica, premia o condanna il comportamento dei singoli e dei gruppi, travalicando qualunque altra logica – non solo quella connessa con il rispetto della sovranità popolare.

È questo un modo troppo semplicistico di leggere la realtà? Dicendo questo, si rischia di togliere valore a meccanismi economici che hanno avuto e hanno la loro importanza per la pacifica coesistenza umana? Può essere; eppure quegli stessi meccanismi si presentano oggi ai più come l’espressione di una “tirannia”.

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Dovremo promettere agli investitori tassi piuttosto alti per poter continuare a finanziare la nostra spesa pubblica. A prestarci denaro non sono e non saranno (più) i piccoli risparmiatori autoctoni: grandi soggetti finanziari (le mille persone cui un miliardo di terrestri affidano i propri risparmi perché vengano moltiplicati) manovrano grandi quantità di denaro e sono disposti a darlo solo a fronte della promessa di alte rendite. Questa promessa, per essere credibile, deve accompagnarsi a “riforme” che si traducono in tagli a quella stessa spesa che si dovrebbe finanziare, altrimenti la nostra credibilità sarebbe ancora inferiore e i tassi crescerebbero.

È una situazione che ci strappa parole di indignazione, perché non è né lungimirante né rispettosa delle priorità umane e sociali. Quel che di solito non ci diciamo è che il Mercato opera secondo logiche molto “umane”, se “umano” è il comportamento quotidiano delle persone. Per capirci: avete presente quando, in qualche contesto collettivo, dite ai presenti di aver da parte qualche soldo che vi rende una certa percentuale, e interviene qualcuno (il cognato, il collega, il membro del consiglio parrocchiale…) che, tra il paterno e lo scandalizzato, vi spiega che i suoi risparmi gli rendono molto di più perché li ha affidati a quella banca o a quel fondo? E a quel punto vi fate piccolini, vi sentite in colpa, tentate di spiegare che il vostro investimento è serio, è a lunga scadenza, punta più alla solidità che alla rendita, che sapete grosso modo che cosa stanno facendo i vostri soldi… ma tutto ciò serve a poco. L’unica “moralità” ammessa è la massimizzazione del profitto di chi detiene il credito. Il cerchio di persone all’interno di cui vi trovate (la tavolata, l’assemblea, il consiglio parrocchiale) ha già identificato chiaramente chi è il fesso (tu) e chi invece sa come si sta al mondo (lui).

Il Mercato “sa” – come tutti, più di tutti – come si sta al mondo, qual è la legge che governa la realtà, l’unica a essere considerata “naturale” (e dunque divina), e sa bene come si fa per ottenere il meglio dai suoi (e dai nostri) soldi. Massimizza il proprio interesse, come farebbe chiunque. Come una cellula cancerogena corre attraverso le vene informatiche del mondo alla ricerca del modo più rapido di replicarsi, con grande efficienza e in modo automatico, senza curarsi dei danni che può recare all’intero organismo; fa quel che gli abbiamo detto di fare.

L’Italia impreca e preferirebbe che il Mercato le chiedesse un tasso di interesse inferiore. Ma profeti disposti a fare lo stesso in privato, però, ce ne sono ben pochi. Non si potrà però chiedere al tiranno di fare un passo indietro finché farà parte della cultura diffusa il fatto che sia naturale, legittimo, morale che i soldi generino soldi. Fino allora non si potrà seriamente discutere di tobin tax, di lotta ai paradisi fiscali, di tasse sui proventi da capitale e sulle rendite finanziarie invece che sul lavoro umano. La “conversione” non sarà forse una premessa sufficiente, ma è necessaria. Chiunque abbia o pretenda di avere un ruolo educativo o formativo deve esserne consapevole.

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La Chiesa ha una lunga storia di opposizione all’esistenza stessa dell’interesse, sulla scorta di una lettura letterale della Bibbia (Esodo 22, 24-26) e di una dottrina sociale che, ben prima di chiamarsi tale, diffidava del denaro che generava denaro. Tale posizione fu sconfitta dalla realtà economica già nel tardo medioevo, si irrigidì in modo fallimentare su tesi dogmatiche e improponibili e di fatto si arrese già nei primi secoli dell’età moderna, travolta da una prassi nella quale la stessa organizzazione ecclesiastica si è poi integrata (alla faccia dello jota unum, principio che a questa materia evidentemente non si applica). Quanto si trova nel Catechismo attuale appare tanto duro nei toni quanto indeterminato e quasi residuale nei contenuti: «Il quinto comandamento proibisce qualsiasi azione fatta con l’intenzione di provocare indirettamente la morte di una persona. (…) Quanti nei commerci usano pratiche usuraie e mercantili che provocano la fame e la morte dei loro fratelli in umanità, commettono indirettamente un omicidio, che è loro imputabile» (§ 2269).

Non è possibile respingere in toto la legittimità morale del prestito a interesse, attraverso il quale l’attività economica si sviluppa e la ricchezza può davvero aumentare per tutti. Ma ci si deve chiedere se quello che si calcola oggi sui mercati finanziari sia davvero un “interesse”. L’interesse si ha quando si “è presenti” (inter-esse) al lavoro che produrrà quella ricchezza. Se non conosco per quali vie quel denaro ne produrrà altro, e/o se il mio atteggiamento è tale da non accettare l’eventualità che quell’“essere presenti” possa anche risolversi negativamente, quello non è interesse. La pretesa di un guadagno che derivi dal solo fatto di aver messo del denaro a disposizione si chiama usura. Davvero esiste, nei meccanismi finanziari attuali, qualcosa che non sia usura?

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L’invito a tenere in maggiore considerazione l’economia “reale” è spesso presente nelle discussioni politiche e in quelle quotidiane: ed è un bene che sia così. Ben venga l’invito a tener conto della realtà di un’economia fatta di uomini, di risorse e di competenze e non di buone pagelle di rating. Vale pero la pena di ricordare che l’“economia reale” non è, da sola, capace di difendersi dal tiranno. Non solo fabbriche ed edifici, ma anche terra e acqua, scoperte intellettuali e farmaci, genoma e memoria storica possono essere trattati come ricchezza contabile. È un trionfo del valore di scambio sul valore d’uso, che rende ad esempio un edificio prezioso non perché ci si può abitare, ma per il suo convenzionale “valore di mercato”, magari artefatto, stratificato, decuplicato a prescindere da qualunque reale utilità.

E bisogna anche chiedersi che cosa significhi davvero oikonomia. “Economia” è “governo della casa”. Per quale casa stiamo lavorando? Dove sta quel “tesoro” al riparo da inflazioni, furti ed erosioni (Lc 12,31-34)? Dov’è, insomma, un’economia veramente reale? È una domanda serissima, anche se si parla di “realtà penultime” e non “ultime”, come (forse) nel passo evangelico. Butto lì qualche risposta: l’impegno per una vita di relazione e di famiglia ricca e feconda (inquieta il sentir dire “i figli costano troppo”: una civiltà che pensa e agisce in questi termini sceglie di autodistruggersi); l’impegno per il mantenimento di una cerchia di amici (la frase “non ho tempo, devo lavorare” deve essere pronunciata il meno possibile); l’impegno per acquisire conoscenze che nessun ladro potrà portare via e nessun licenziamento potrà annullare.

Non possiamo imporre al tiranno il rispetto nei confronti dell’economia reale (quella vissuta dagli uomini e dalle donne di questo pianeta, quella che conta davvero) se siamo noi i primi a non darle peso. Solo se si diffonderà una cultura consapevole delle priorità realmente umane troveranno consenso le proposte di tassazione dei patrimoni mobiliari e immobiliari. Altrimenti l’impegno strettamente politico per fare dell’economia uno strumento per soddisfare le necessità profonde dell’uomo e della donna, per tutelare la famiglia, per migliorare le relazioni interpersonali, per produrre i beni indispensabili, per difendere l’ecosistema sarà vano.

Il testo rappresenta una nuova versione dell’articolo già pubblicato sulla rivista Il Margine 32(2012), n. 8.

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