Perché la povertà in Italia non fa paura?

di: Vinicio Albanesi

Ogni anno, dal 2005, l’Istat pubblica i dati sulla povertà in Italia. I numeri dicono che i poveri sono sempre più numerosi, non proporzionali alla crescita della popolazione. Per quest’anno sono stati stimati poveri oltre cinque milioni di persone, che corrispondono a un milione e 778 mila famiglie. Tra i componenti poveri sono da annoverare oltre un milione e duecentomila minori.

Ai dati della povertà assoluta sono da aggiungere quanti vivono in povertà relativa: in termini più espliciti, quanti semplicemente sopravvivono in precarietà. Costoro rappresentano oltre tre milioni di famiglie e nove milioni di persone.

Infine, esiste la fascia di invisibili: immigrati non regolari, immigrati stagionali, cittadini dell’area Schengen che girano senza dimora e lavoro stabili, ma vivono in condizioni subumane.

I soli dati Caritas dicono che, nel 2015, sono stati distribuiti sei milioni di pasti, da aumentare con quelli gestiti da altre organizzazioni umanitarie.

Non è difficile capire chi sono queste persone che vivono in precarietà: mentre nel passato erano sostanzialmente straniere, la tendenza recente dice che stanno crescendo gli italiani. Basta poco per andare in miseria. La vita quotidiana nei paesi evoluti è diventata economicamente pesante: utenze (acqua, luce, riscaldamento), trasporti, scuola, sanità, telefoni, oltre naturalmente cibo e vestiario, esigono redditi stabili e significativi. Un licenziamento, una malattia importante, figli adolescenti possono ridurre in povertà. Due variabili accrescono il rischio: il rimanere soli, senza una cintura stretta di parentela, e il luogo dove si abita.

Spesso la solidarietà intergenerazionale permette di ridurre il rischio: se non si ha nessuno, non si resiste. Recentemente, il fenomeno delle separazioni ha contribuito all’aumento delle povertà. Se, con un coniuge occupato, la famigliola riusciva a sopravvivere, con la separazione si creano due nuclei poveri: quasi sempre il reddito del marito è assorbito da moglie alla quale sono affidati i minori. All’uomo non resta che rifugiarsi dai propri genitori per vivere. Così, per due anziani che vivevano di pensione: se uno dei due viene a mancare, la solitudine e la povertà sono in agguato. Sempre più le mense Caritas offrono cibo a persone sole.

L’altro elemento di incidenza della povertà è la collocazione tra nord e sud d’Italia. L’Italia del sud è più povera di risorse e di reddito. Le occasioni di lavoro sono scarse; la corsa per un qualche impiego, anche precario, con le strutture pubbliche sono una delle poche vie di salvezza.

Povertà in italia

Gli invisibili

C’è tutta una fascia di popolazione, la cui consistenza è difficile da calcolare – composta da “invisibili”. Esistono, ma non sono intercettati né, tanto meno, censiti. Sono al di sotto dei cosiddetti “incapienti”, quanti hanno un reddito talmente basso da non essere tenuti a pagare l’Irpef.

Un buon numero è costituito da quanti, raggiunta l’Italia su barconi o per via di terra, sono ufficialmente respinti, ma rimangono nel nostro paese perché non possono tornare alle loro terre, né emigrare altrove. Sopravvivono alla giornata: spesso sono vittime di violenza procurata da loro stessi (furti, rapine…) o subìta (sfruttamento, caporalato…). Da non sottovalutare quanti si recano in Italia stagionalmente con visti turistici (!) senza contratti di lavoro.

Tra gli invisibili è utile non dimenticare i disoccupati giovani (età compresa tra i 15 e i 24 anni). Nel febbraio 2018 la disoccupazione giovanile era al 32,8%. Giovani con studi superiori acquisiti, ma senza prospettive. Sono costretti a vivere con i propri genitori oltre la soglia ragionevole della loro “crescita”.

Infine, quanti, non trovando occupazione in Italia, sono costretti ad emigrare. Duecentocinquantamila nel 2017 secondo i dati ISTAT del 2017; altre stime dicono che sono il doppio.

Perché nessun allarme?

Perché i dati sulla povertà non creano allarme è una domanda pertinente e di non facile risposta. Fuori dagli schemi di spiegazioni facili, il dato antropologico fa emergere una tendenza preoccupante.

Prima della crisi del 2008 in Italia il benessere era ritenuto stabile. Le persone, anche di umili di condizioni, potevano permettersi una vita tranquilla, attenta a soddisfare anche bisogni non primari. C’era lavoro, erano possibili spese voluttuarie. L’Italia è il terzo paese al mondo dopo Sud Corea e Hong Kong per numero di cellulari per abitante.

La crisi economica grave ha interrotto “l’idillio”, mettendo in discussione le fondamenta della sicurezza. Gli artigiani e i commercianti hanno iniziato ad avere difficoltà, la bolla immobiliare ha portato molti al fallimento, grandi aziende sono finite in mano straniere, le occasioni di lavoro si sono gradatamente quasi annullate. Qualcuno ha tentato di mettersi in proprio: non sempre i risultati sono riusciti. La globalizzazione non ha permesso la sopravvivenza di piccole aziende contro grandi organizzazioni. Da qui insicurezza e precarietà che hanno iniziato a diffondersi ampiamente (si veda le crisi delle banche). Chi aveva risorse le ha tenute per sé; i più furbi all’estero.

La catena della crisi ha coinvolto anche le istituzioni pubbliche: la celebre spending review ha coinvolto i Comuni, la sanità, la scuola, i trasporti. La stessa proprietà immobiliare, oltre la prima casa, è diventata onerosa. La classe media, che si riteneva fortunata e protetta, si è sentita povera. La crisi ha coinvolto l’intero mondo. La migrazione si è accelerata in quel periodo, complici le guerre del Medio Oriente.

La reazione alla crisi, causata da ingordigia e da truffe, ha procurato rancore ponendo tutti in difesa. Non era stata una calamità nazionale o internazionale a causare la crisi, ma la scorrettezza di pochi. Poiché era impossibile incriminare le grandi organizzazioni economico-speculative, la responsabilità è stata addossata alla politica, senza sconti.

Da quei momenti ognuno spinge per i propri “diritti” veri o presunti. A ben riflettere, per recuperare posizioni perdute, frutto di libertà o di privilegio.

Specchio del rancore sono i commenti non filtrati della rete. Ognuno pensa a sé: i rimproveri verso chi si adopera per il bene dei poveri viene sminuito e collegato all’economia: sembra che per ogni azione – anche la più nobile – si debba rispondere alla domanda di chi guadagna. Ognuno si sente contemporaneamente sindaco, medico, professore, artista, opinionista. In realtà difende se stesso, pensando ai propri interessi.

Sono saltati i sentimenti di solidarietà, di bene comune, di tolleranza. Non c’è prospettiva di una società più giusta, più equa, più solidale. La recente politica governativa si è adeguata alla domanda di garantire il benessere perduto. Confini chiusi, sicurezza personale, sostegno pubblico, diritti e privilegi senza distinzioni: la formula è «prima gli italiani». Il consenso alle promesse è ampio, anche se nessuno dice come e quando. Una politica seria esigerebbe di dichiarare a chi togliere e a chi dare: non è possibile dichiararlo, perché non nessuno è disposto a cedere qualcosa.

povertà in Italia

L’assenza del sentire cristiano

Nella crisi chiaramente materialistica, ma già presente nella cultura occidentale molto prima del 2008, la fede è divenuta marginale, a mezza strada tra rimpianti e assenza. Le chiese sono piene solo per la celebrazione dei funerali.

Per il resto della vita la visione materialistica non concede quasi nulla a Dio. Sono scomparsi intellettuali, politici, economisti, artisti e fedeli cristiani. Il Dio creatore non è all’orizzonte del pensiero delle persone. L’uomo e la donna sono diventati protagonisti di se stessi, dediti alla sopravvivenza temporanea. Sono preoccupati dei loro corpi, delle loro abitazioni, del loro cibo, delle loro emozioni e delle loro frequentazioni. Non riescono a vedere e a contemplare l’anima.

In questo clima i pochi che ancora credono nelle parole di fraternità, di rispetto e di uguaglianza sono costretti a sopravvivere. Continuano ad agire secondo le indicazioni del Vangelo, ma sono minoranza; sono diventati profeti loro malgrado.

Il Dio misericordioso è paziente; non interviene per correggere o per punire. Ma ha fissato nella natura la legge della memoria e dell’equilibrio. Quando si saranno superati i limiti della sopportazione, penserà la natura a ridare equilibrio. Allora le parole di Matteo: «l’avete fatto a me» ritorneranno ad essere indispensabili.

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