Referendum sulla “Cirinnà”?

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L’on. Michela Marzano si è dimessa dal Gruppo Pd della Camera perché, a suo giudizio, la legge sulle unioni civili, nel suo impianto complessivo, esclude l’idea del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Non è sola: nel vasto movimento che ha promosso l’intervento legislativo in materia sono molti a pensarla come lei.

Un altrettanto ampio insieme di soggetti è dell’opposto parere: la legge, pur con qualche addolcimento verbale e qualche correzione (come l’esclusione dell’obbligo di fedeltà), non è che fotocopia del matrimonio “storico”. E la cosa sarà ancora più chiara quando il riconoscimento della stepchild adoption permetterà di integrare le condizioni – i figli – per la completezza di una simil-famiglia.

Nel frattempo, è in incubazione il referendum abrogativo con locomotiva di marca cattolica e con vagoni dell’area politica che aveva già sostenuto le iniziative referendarie del passato.

Quod voluit dixit

In questo contesto si inserisce l’aspro sermone contenuto nella Prolusione del card. Bagnasco al Consiglio permanente della CEI. Esso adotta una lettura decisamente “matrimonialista” della legge, nel senso dell’assimilazione dell’«unione civile» al matrimonio; e anzi la colloca in un itinerario che include anche il “banco di prova” dell’utero in affitto.

Lo scenario descritto si offre a un duplice ordine di riflessioni: sul piano giuridico-istituzionale e, quindi, a proposito della responsabilità dei credenti in rapporto alla gestazione di un referendum abrogativo per il quale – come è stato precisato dallo stesso cardinale – la competenza appartiene ai laici.

L’argomento giuridico può farsi valere in entrambe le direzioni. Non è la stessa cosa parlare di «unione civile» come «specifica formazione sociale» e parlare di matrimonio vero e proprio. La circostanza è convalidata dal riferimento a due diversi articoli della Costituzione: l’unione si inserisce nel novero delle “formazioni sociali” di cui all’art. 2, che lo stato riconosce come luoghi in cui i cittadini svolgono la loro personalità, mentre la famiglia come «società naturale fondata sul matrimonio» resta nella sua unicità agganciata all’art. 29.

Su questo punto s’è svolto al Senato un confronto decisivo, al termine del quale la stessa relatrice ha proclamato che l’istituto che si andava a configurare non era e non poteva essere equiparato al matrimonio.

Ora poi che il senso del confronto s’è condensato nelle formule della legge non è ozioso ricordare che, in campo giuridico, la diversità delle forme corrisponde sempre ad una diversità di sostanza. Semmai, poiché nel caso sono inevitabili zone di sovrapposizione, è corretto e utile sollecitare l’attenzione dell’interprete affinché, applicando la legge, non ne dirotti il significato.

Ovvio immaginare che questo sarà il terreno su cui i fautori del “matrimonio gay” produrranno il loro massimo sforzo di orientamento e di persuasione. Ma difficilmente l’interprete potrà discostarsi dalle linee-guida contenute nella sentenza della Corte Costituzionale del 2010. La quale, mentre legittimava l’esigenza di una tutela delle coppie omosessuali, precisava che doveva essere distinta da quella riservata al matrimonio. È questo in definitiva il canovaccio su cui ha legiferato il parlamento.

Un vissuto di sconfitte

Qui si innesta il tema “cattolico” . E qui, salvo smentita, sembra dominare l’idea del referendum abrogativo (totale o parziale) vissuto da molti come un’opzione senza alternative. Ma proprio su questa soglia – è la mia opinione – è necessario fermarsi e ragionare.

Abbiamo tutti a disposizione un vissuto di sconfitte in materia referendaria. È fisiologico verificare in anticipo se non se ne stia preparando un’altra. Ma questo è un calcolo politico che può essere trascurato, se si ha in mente l’autenticità della testimonianza.

C’è, però, un’altra considerazione che non può essere elusa ed è la presa in carico di una “narrazione” che ha registrato, oltre alle sconfitte, il diffondersi esponenziale della cultura di fondo che le ha determinate. La “società radicale”, diagnosticata già negli anni 70 del secolo scorso, ha esteso il suo influsso su una platea sempre più vasta di persone e di gruppi sociali, di pari passo con il regredire delle solidarietà di massa, sorrette originariamente dalla cultura del movimento operaio.

Il tracciato di questa tendenza, che ha un carattere mondiale, è quello della massima espansione dei diritti individuali il meno possibile correlati ai corrispettivi doveri. L’esperienza ha dimostrato che in materia non funzionano l’arroccamento in trincea e la proclamazione dello stato d’assedio.

La stagione dei doveri

Non è stata mai attentamente frequentata l’ipotesi, ai suoi tempi cara ad Aldo Moro, di spendere energie per la maturazione di un costume alternativo – la “stagione dei doveri” – da coltivare in forme di impegno sulle questioni decisive della giustizia e della solidarietà. Impegno arduo e affascinante: il cristiano non si distingue dagli altri quanto alle leggi e alle istituzioni, ma per il modo in cui vive e si esprime nella carità. È il messaggio della Lettera a Diogneto tanto citata quanto poco vissuta.

Il cambio di paradigma insito nell’insegnamento di papa Francesco può spingere in questa direzione?

La speranza si accompagna al dubbio. E questo si fonda sulla memoria di vicende passate su cui non s’è esercitato un pieno discernimento.

Un esempio? Anche prima del referendum del 1974 (divorzio) si precisò che esso non aveva un carattere confessionale ma laico. Ma poi quando, dopo la prova fallita, la CEI convocò gli “stati generali” del popolo cattolico (il convegno “Evangelizzazione e promozione umana”) il promotore del referendum, il prof. Sergio Cotta, si rifiutò di partecipare ai lavori del comitato preparatorio scrivendo al papa Paolo VI che non se la sentiva di sedere accanto al prof. Pietro Scoppola, alfiere dei “cattolici del no”.

Non parlo del referendum sull’aborto, a proposito del quale avvenne, bensì, una consultazione informale che risultò molto problematica, salvo ad essere conclusa da una “direttiva superiore” alla quale non ci si poteva opporre.

Una proposta: discutiamone

Oltre a non incidere sui temi affrontati (l’unico caso mi pare quello dell’invito ad astenersi sulla procreazione assistita), il ricorso al referendum ha sempre spaccato il popolo di Dio che è in Italia costringendo poi ad affannose rincorse.

Per questo, senza pregiudizi sulla legittimità dell’utilizzo dello strumento, mi parrebbe saggio aprire e favorire e alimentare un ampio e libero dibattito tra i cattolici italiani per elaborare un orientamento che vada oltre le contingenze legislative e riesca a individuare, in sintonia col Vangelo, un “che fare” commisurato alla realtà culturale e civile delle persone di questo secolo.

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Un commento

  1. Don Giovanni Giavini 8 giugno 2016

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