Rotta chiusa, drammi aperti

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20 giugno:
Giornata mondiale del rifugiato

Tutto risolto? Dopo l’accordo con la Turchia, la cosiddetta rotta balcanica appare pro­sciugata. Eppure, nei primi cinque mesi (scarsi) del 2016, la Grecia ha registrato l’arrivo di circa 155 mila persone in fuga, via mare. Che si sono aggiunte alle 850 mila arrivate nel 2015. La pressione migratoria su un paese (di nuovo) in piena crisi econo­mica è dunque tutt’altro che cessata.

Migranti al confine di Idomeni

Migrante con un bambino sulle spalle guarda durante una protesta per chiedere l’apertura della frontiera tra Grecia e Macedonia al confine greco di Idomeni (Grecia) 22/03/2016. (AP Photo/Darko Vojinovic)

A partire dal 10 marzo 2016, data della chiusura definitiva della fron­tiera con la Repubblica di Macedo­nia, la risposta all’emergenza costi­tuita dalle migrazioni è cambiata drammaticamente. L’Unhcr ((United Nations High Commission for Refugees) – Alto commissariato ONU per i rifugiati) stima che almeno 46 mila tra rifugiati e mi­granti siano attualmente bloccati in Grecia, di cui circa 10 mila nel villag­gio di Idomeni, al confine settentrio­nale con la Macedonia, e poi 8 mila distribuiti sulle cinque isole meta de­gli approdi, e oltre 1.500 nella zona del porto di Atene, il Pireo.

Condizionato dallo scellerato ac­cordo tra UE e Turchia del 17 marzo 2016, costato all’Europa ben 6 miliar­di di euro, il governo greco ha avviato una politica per porre fine al flusso di profughi dalle isole greche verso la terraferma; per cui, a partire dal 20 marzo, tutti coloro, profughi o mi­granti, che arrivano senza regolare permesso in territorio greco, dovreb­bero essere trattenuti in quelli che erano hotspot e ora sono trasformati in centri di detenzione a tutti gli effet­ti, per essere in seguito respinti nella vicina Turchia. In realtà, nel paese sembrano regnare sovrane l’anarchia organizzativa e l’assoluta mancanza di informazione a favore dei profughi: molte organizzazioni umanitarie, tra cui l’Unhcr, hanno abbandonato gli hotspot detentivi come forma di pro­testa contro l’attuale politica europea sulle migrazioni e i suoi effetti disu­manizzanti.

Per quanto riguarda gli oltre 46 mila profughi arrivati in Grecia prima del 20 marzo, il governo di Atene ha proposto tre possibili soluzioni: la presentazio­ne di richiesta di asilo in Grecia; il ricollocamento in un altro paese euro­peo; il ritorno volontario nel paese di origine. Attualmente il governo a gui­da Tsipras è in grado di alloggiare più di 36 mila profughi in 35 campi gover­nativi ufficiali, collocati sul territorio continentale, e circa 7.500 nelle isole. La maggioranza dei siti consistono in accampamenti di emergenza, allestiti con un limitato numero di servizi: di­stribuzione di viveri, lavanderia, assi­stenza sanitaria. Inoltre, tanti di questi centri sono sovraoccupati, non adeguatamente progettati per soggiorni di durata superiori a un paio di settimane, in zone isolate lontano dai centri urbani. Sono, insomma, veri e propri “ghetti”. Secondo l’Unhcr, il governo sta valutando la creazione di ulteriori siti, circa 40, progettati per soggiorni a lungo termine e dotati di migliori con­dizioni umanitarie.

Idomeni, inferno e carnevale

Campo rifugiati

Idomeni (Grecia), 1/4/2016. Un bambino cammina dietro uno striscione nel campo rifugiati (AP Photo/Darko Vojinovic)

Idomeni è (è stata) la metafora per­fetta del fallimento delle politiche eu­ropee in materia di immigrazione. Un’enorme distesa senza senso, dove sono state accampate fino a 10 mila anime. Profughi: persone, per lo più provenienti da un Medio Oriente in fiamme, assiepate lungo l’immagina­ria linea di confine fra Grecia e Mace­donia, nella speranza che i tanto declamati borders, frontiere, potessero finalmente aprirsi.

Idomeni (sgomberato a fine mag­gio) è stato il più grande campo in­formale di tutta la Grecia, sviluppa­tosi accanto a uno sperduto villaggio più macedone che greco: una man­ciata di case, un centinaio, dai colori tristi, abitate per lo più da contadini, vecchi poveri fra nuovi poveri germo­gliati lì, a causa di assurde guerre e assurde politiche lontane. La tendo­poli attraversata da binari sconnessi della linea ferroviaria, ora in disuso, richiamava in un flash le fotografie in bianco e nero dei campi di concen­tramento tedeschi.

Idomeni aveva le sembianze di un inferno spontaneo; a cominciare dal­le condizioni igieniche, spesso al li­mite dell’epidemia. Alle forti tende bianche da emergenza umanitaria, allestite da Unhcr e Médecins sans frontières, si sommavano le migliaia di tendine da campeggio colorate, com­prate dai profughi lungo il cammino: un carnevale che stringeva il cuore, e un po’ strideva un po’ si intonava col cielo carico di una tristezza grigia. Le piogge stagionali hanno fatto sì che la terra si mischiasse con avanzi di ci­bo, vestiti sporchi, cumuli di spazza­tura e plastica bruciata; un magma di fango, vergogna e dolore che riempi­va di disgusto, anche e soprattutto a causa della pesante assenza delle isti­tuzioni.

Fino a maggio, inoltre, il clima era ri­gido, e gli abitanti della tendopoli si scaldavano con pesanti ciocchi di le­gna, che animavano falò improvvisati: rischio di incendio elevatissimo.

Sul fronte alimentare non è che le cose an­dassero meglio: i profughi erano “avve­lenati” dalla continua distribuzione di panini e biscotti, tre volte al giorno, che poteva avere un senso fino al 7 marzo, quando il confine macedone era per­meabile. Un pasto veloce, per chi non ha tempo da perdere: ma poi il pane è diventato indigesto per popoli abituati a tutt’altro tipo di alimentazione.

Asilo, non risponde nessuno

Dal 9 maggio la polizia greca aveva iniziato a bloccare le tante organizza­zioni informali, con volontari prove­nienti da ogni parte d’Europa, che provavano a dare aiuto ai profughi sti­pati a Idomeni. «Il governo cerca lentamente di smobilitare il campo. Ostacolando la distribuzione dei pasti, rendono le condizioni per i profu­ghi ancora più invivibili – raccontava Chrisoula, greca, volontaria di Praxis –. Ciò ha spinto diverse centinaia di persone a smontare le loro tende per cercare riparo altrove; alcuni, nei campi governativi limitrofi a Idomeni; altri se ne sono andati avendo come meta Salonicco o Atene.

Ma anche nelle grandi città la situazione è inge­stibile, dato che i siti governativi han­no ormai raggiunto la capienza mas­sima». I rumors sulla smobilitazione generale della tendopoli si sono con­cretizzati nell’ultima decade di mag­gio; le voci messe in circolo in manie­ra informale dalla polizia greca, nella speranza che i profughi incomincias­sero ad abbandonare il sito sponta­neamente, sono poi state confermate a partire dal 24 maggio.

Rifugiati sull'isola di Lesbo

Famiglia di rifugiati sull’isola greca di Lesbo. (Kay Nietfeld/picture-alliance/dpa/AP Images)

A Idomeni i malumori si erano concentrati anche su Skype, program­ma che, caricato su smartphone, è lo strumento principe a disposizione dei profughi per continuare le pratiche relative alla richiesta d’asilo o alla re­location. «Tre mesi. Sono tre mesi che provo a chiamare»: Ahmed ha 24 anni ed è un giovane siriano. Anche lui, co­me i suoi connazionali, è in fuga dalle bombe di Aleppo, la città natìa, dove studiava giornalismo. «Ci dicono che possiamo richiedere asilo o reloca­tion, ma in realtà non possiamo affat­to farlo – spiega –. Nessuno risponde dall’altro lato». «In Grecia – conferma Valentina, volontaria italiana ed esperta in protezione internazionale per l’associazione pratese Le Mafal­de – entrambe le procedure che ga­rantirebbero protezione internazio­nale possono essere avviate solo via Skype. Ma stiamo filmando da giorni le skype call e stiamo documentando che non risponde nessuno, in aperta violazione dei diritti fondamentali di chi fugge. Sanare l’aspetto dell’orien­tamento legale è fondamentale per dare una prospettiva, per aiutare que­ste persone a costruire un pezzo della loro strada. L’aspetto legale è uno dei fattori immobilizzanti».

Non avrei dove andare

Le condizioni dei richiedenti asilo, in Grecia, restano dunque in generale assai difficili. Il sistema nega ogni ti­po di tutela; a differenza dell’Italia, per esempio, i richiedenti asilo non hanno accesso a vitto, alloggio e al pocket money mensile. In sostanza, sono abbandonati a loro stessi.

Emblematica, da questo punto di vista, è la storia di Tamer, 26 anni, cristiano, siriano, proveniente anche lui dalla periferia di Aleppo. È ospite del centro pastorale delle famiglie di Neos Kosmos, nell’omonimo quar­tiere di Atene, due fermate di metro dalla bella area archeologica del­l’Acropoli.

Nel centro, gestito da L’Arca del Mediterraneo, associazione della Ca­ritas di Foligno, e dalla comunità Pa­pa Giovanni XXIII, attualmente sono accolte circa 60 persone, per lo più fa­miglie con bambini al seguito.

Tamer da mesi porta avanti le pratiche per effettuare richiesta d’asilo in Grecia, dove vorrebbe lavorare come inter­prete grazie al suo perfetto inglese, per dare voce alle tantissime persone che, come lui, sono ospiti di un paese straniero. «Il problema è che, in qua­lità di richiedente asilo, non posso la­vorare – racconta Tamer –. È una si­tuazione assurda; se non ci fosse la casa di Neos Kosmos non avrei un posto dove andare, e non avrei di che mangiare perché non potrei mante­nermi con un regolare lavoro».

Una doccia, per favore

Campo profughi

Campo profughi al confine tra Grecia e Macedonia (EPA/Yannis Kolesidis 11/3/2016)

Il problema è che la situazione, no­nostante l’accordo con la Turchia, non evolve verso un alleggerimento. L’Unhcr stima per la prossima estate l’arrivo in Grecia di almeno 200 mila profughi. Nel frattempo, continuano a fiorire nuove tendopoli come quelle di Policastro e Cherso, poco distanti da Idomeni. Quella di Cherso, gestita dall’esercito greco, ospita circa 4 mila persone, di cui il 60% bambini: le docce presenti nel campo sono cin­que. All’uscita della tendopoli, numerose mamme siriane con bambini al seguito chiedono gentilmente ai passanti la possibilità di farsi una shower, una doccia.

Problematica è anche la situazione ad Atene. Al porto del Pireo sono circa 1.500 le persone accampate lungo i moli o nelle sale d’attesa, da cui sono state divelte le sedie per creare nuovi posti letto. Centinaia i casi giornalieri di febbre, vomito e diarrea. Oltre capienza massima so­no poi i campi di Elionas, Scistò ed Ellinikò, che in totale ospitano quasi 8 mila persone. Pieno anche l’albergo affittato dalla Caritas greca, nella zo­na di Omonia, che da dicembre ha dato accoglienza a più di 10 mila per­sone, soprattutto famiglie con bam­bini piccoli e soggetti vulnerabili, co­me anziani e disabili.

«Prima le famiglie si fermavano per pochi giorni, per poi proseguire il loro viaggio lungo la rotta balcanica – racconta Christos, responsabile del progetto alberghi per conto di Caritas Hellas –. Ora invece gli accolti si fer­mano per intere settimane, e hanno bisogno di tutto: ogni giorno, alle stesse persone, spieghiamo più volte come andare dal dottore, come pren­dere la metro e muoversi per la città, insomma, come funziona il mondo qui. Immagina cosa può voler dire abbandonare la terra dove sei nato e cresciuto, per trovarti catapultato in una realtà che è altro da te. Si pro­spetta una sfida anche educativa molto complessa».

Una sfida che è stata raccolta solo da associazioni, ONG locali e interna­zionali e dalla buona coscienza del popolo greco. Il governo Tsipras sulla questione si comporta da buon figlio d’Europa: semplicemente, se ne lava le mani. (Da Italia Caritas, giugno 2016)

Pubblicato su Italia Caritas, n. 5 (giugno 2016).

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