Si scrive “pace”, si legge “pane”

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guerra ucraina

Viviamo una tragica divisione fra popoli che sono in lotta per la sopravvivenza e gruppi che hanno il problema della “pasticceria”.

Ne vogliamo prendere atto o ancora una volta tapparci occhi e orecchie per rifugiarci nel nostro standard di benessere, che vede nella guerra e in Putin un nemico solo perché vede minacciato il proprio standard borghese?

Si tratta, al contrario, di una minaccia alla libertà e all’autodeterminazione dei popoli, non al nostro standard consumistico. E in quanto tale va radicalmente contrastata.

Il grano per i popoli

Non disdegno il pasticcino e ne sono ghiotto, ma, nel momento in cui fossimo chiamati a consumarne meno o a lasciarli da parte per tempi diversi (torneremo a gustarli nei momenti di relax che ora non possiamo permetterci), credo che dovremmo tutti optare perché, consumando noi occidentali meno prodotti voluttuari a favore della necessità di fornire il pane a chi rischia di morire di fame, partecipiamo non solo mediaticamente, ma nel quotidiano, alla tragedia che si sta consumando davanti ai nostri occhi.

L’opzione radicale che il contesto pone di fronte alle nostre coscienze fa il paio con la necessità di scegliere fra condizionatori e pace. Nel nostro caso si tratta di una guerra di “sopravvivenza”.

A tal proposito, per poter sdoganare le navi con i container che contengono frumento di vario tipo, il leader russo chiede che si alleggeriscano o addirittura eliminino le sanzioni. È un problema di sopravvivenza e soprattutto di coscienza! Pensiamoci oltre schemi e steccati!

Il pane spezzato

Il gesto intorno al quale si riunisce la comunità credente è quello del pane spezzato. Certamente si tratta di un momento fondamentale della fede, ma è anche un gesto antropologico, sociale, politico, che ci vede radunati intorno a un momento di condivisione che tutti come battezzati (cattolici, protestanti, ortodossi, anche russi) condividono nel giorno del Signore.

Possiamo continuare a partecipare a questo gesto, mentre neghiamo il pane a chi ha fame, non i pasticcini a chi vuole continuare a gustarli?

E ancora: fra i segni della presenza del Regno di Dio nella storia, che denominiamo miracoli di Gesù di Nazareth, svolge un ruolo non marginale quello della “moltiplicazione”, non della “sottrazione” dei pani.

In un mondo di potenti che stanno segregando i cereali e quindi il pane, questo segno evangelico non dovrebbe essere letto anche in funzione sociale e non solo cultuale?

Tra l’altro, essendo prossima la celebrazione del “corpus Domini” mi sembra necessario lanciare un messaggio al mondo da parte della comunità cattolica circa la valenza geopolitica dell’eucaristia.

Il pane necessario

Penso che il tema scelto per il congresso eucaristico nazionale di Matera (22-25 settembre) sia particolarmente significativo e rivesta una valenza teo-politica non indifferente: «Torniamo al gusto del pane. Per una Chiesa eucaristica e sinodale».

Forse dobbiamo fare un passo in più, alla luce degli eventi catastrofici ultimi. Non si tratta di recuperare tanto il “gusto” del pane, ma la sua necessità, adottando la prospettiva di coloro a cui manca il pane piuttosto che quella di quanti desiderano gustarlo nelle sue diverse elaborazioni gastronomiche.

Ai sussidi di carattere liturgico pubblicati, forse bisognerà affiancare, proprio alla luce del momento che stiamo vivendo, un sussidio teologico-politico, in modo che la celebrazione tocchi il tempo che stiamo vivendo e non si estranei da esso.

Uno spunto decisivo e particolarmente suggestivo in questo senso proviene dalla citazione posta in esergo proprio al sussidio liturgico-pastorale, che richiama il pensiero di un teologo russo, che mi è molto caro: «La nostra vita quotidiana deve essere “eucaristia”, movimento di amore e di adorazione verso Dio, il movimento in cui unicamente può essere rivelato e adempiuto il significato e il valore di tutto ciò che esiste. Sappiamo di aver perduto questa vita eucaristica e che, nel Cristo, il nuovo Adamo, l’uomo perfetto, la vita eucaristica fu restituita all’uomo. Perché egli stesso fu la perfetta eucaristia. Egli offrì se stesso in totale obbedienza, in totale amore e rendimento di grazie a Dio. Dio era la sua vera vita. Ed egli diede a noi questa vita perfetta ed eucaristica. In lui, Dio divenne la nostra vita. E perciò questa offerta a Dio del pane e del vino, del cibo che noi dobbiamo mangiare per vivere, è la nostra offerta a lui di noi stessi, della nostra vita e del mondo intero. Questa è la nostra eucaristia» (A. Schmemann, Il mondo come sacramento).

Rinunciare

L’azione paradigmatica, come direbbe Maurice Blondel, è quella eucaristica, per cui non si tratta solo di un momento, ma del fatto che la vita del cristiano è eucaristica o non è. Il segno del pane spezzato è quanto ci resta del Signore dopo la sua Ascensione e, se i credenti vi scorgono la sua presenza reale dopo il suo congedo fisico dalla storia, chi non crede o crede diversamente riceve comunque un messaggio potente di condivisione e di pace: “eucaristia in uscita”, ossia non relegata al momento liturgico e cultuale, ma tale da parlare alla città delle donne e degli uomini del nostro tempo.

La sfida della guerra ci chiama al ritorno all’essenziale e quindi alla necessità, come singoli e come comunità, della “rinunzia” o del “sacrificio”, a cui non siamo affatto educati.

In tal senso, la guerra ci educa, nostro malgrado, spingendo ciascuno (e la pace parte dal cuore delle persone) verso scelte in cui vadano abbandonate comodità superflue per vivere una povertà che, lungi dal confondersi con la sciatteria, si identifica con la sobrietà.

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