Sono stato sulla cima del monte

di:

Il 4 aprile 1968, verso le sei del pomeriggio, Martin Luther King venne assassinato a Memphis sul balcone dell’albergo in cui alloggiava per mano di J.E. Ray. Pubblichiamo in nostra traduzione italiana il suo ultimo sermone, tenuto la sera prima presso il Mason Temple (quatier generale della Church of God in Christ).

Qualcosa sta accadendo a Memphis, qualcosa sta accadendo nel nostro mondo. Se mi trovassi all’inizio del tempo con la possibilità di gettare uno sguardo panoramico su tutta la storia umana fino a oggi, e l’Onnipotente mi chiedesse «Martin Luther King in che epoca vorresti vivere?», allora inizierei il mio viaggio mentale in Egitto e guarderei i figli di Dio nel loro magnifico cammino dall’oscura prigione d’Egitto, attraversare il Mar Rosso, li vedrei attraversare luoghi selvaggi verso la Terra promessa. Ma nonostante questa magnificenza non mi fermerei qui.

Attraverso la storia fino a qui

Andrei in Grecia portando la mia mente verso il monte Olimpo. E vedrei Platone, Aristotele, Socrate, Euripide e Aristofane riuniti nei pressi del Partenone. E li guarderei discutere le grandi ed eterne questioni della realtà nei pressi del Partenone. Ma non mi fermerei qui.

Andrei a guardare lo splendore all’apice dell’Impero romano e vedrei gli sviluppi portati avanti dai vari imperatori e tribuni. Ma non mi fermerei qui.

Arriverei fino ai giorni del Rinascimento per farmi una rapida immagine di quello che questa epoca ha fatto per la vita culturale ed estetica dell’umanità. Ma non mi fermerei qui.

Passerei per il giorno in cui l’uomo di cui porto il nome trovò il suo senso e guarderei Martin Lutero mentre appende le sue 95 tesi sul portone della chiesa di Wittemberg. Ma non mi fermerei, non mi fermerei qui.

Arriverei fino al 1863 e guarderei un vacillante presidente chiamato Abraham Lincoln giungere finalmente alla conclusione che doveva firmare la Dichiarazione di emancipazione. Ma non mi fermerei qui.

Muoverei fino ai primi anni ’30 per vedere le persone lottare con i problemi dovuti alla bancarotta della loro Nazione ed erompere nel grido eloquente «non abbiamo nulla da temere se non la paura stessa». Ma non mi fermerei qui.

Stranamente mi rivolgerei all’Onnipotente chiedendogli: «se mi permetti di vivere appena alcuni anni nella seconda metà del XX secolo sarei felice».

Anniversario morte King

Si tratta di una strana affermazione perché il mondo è completamente sfasciato. La Nazione è malata, vi è subbuglio nel paese e confusione tutt’intorno. Questa è una strana affermazione. Ma so, in qualche modo, che solo quando è abbastanza buio che tu puoi vedere le stelle. E vedo Dio al lavoro in questo periodo del XX secolo, in un modo a cui gli uomini rispondono in maniera in un certo modo strana. Qualcosa sta accadendo nel nostro mondo. Le masse del popolo si stanno sollevando. E ovunque esse siano riunite oggi (…) il grido è sempre lo stesso: «vogliamo essere liberi».

Tra non vioenza e non esistenza

Un’altra ragione per cui sono felice di vivere in questi tempi è che noi siamo stati costretti a giungere al punto per cui dobbiamo lottare con le questioni che hanno interessato l’umanità per tutta la storia, ma le esigenze di allora non le costringevano a farlo. Esigenze di sopravvivenza che ci portano oggi a lottare con tali questioni. Per anni gli uomini hanno parlato di guerra e pace. Ma ora non se ne può semplicemente parlare. Non è più il momento di una scelta tra violenza e non violenza in questo mondo. È questione di non violenza o di non esistenza. Questa è la ragione per cui siamo qui oggi.

Il mondo è condannato se, nella rivoluzione dei diritti umani, non si fa qualcosa e lo si fa in fretta per far uscire la gente di colore del mondo dai loro lunghi anni di povertà; i lunghi anni in cui sono stati feriti e messi al margine. Ora sono felice che Dio mi abbia permesso di vivere in questo periodo, di vedere tutto quello che si sta evolvendo in esso. Sono felice che mi sia concesso di essere a Memphis.

Posso ricordare quando i negri giravano intorno, come Ralph ha detto così spesso, grattandosi dove non avevano prurito e ridendo quando non erano felici. Ma questi giorni sono passati. Ora vogliamo fatti e siamo determinati a ottenere il nostro giusto posto nel mondo di Dio. E questa è l’unica cosa di cui si tratta. Non ci impegniamo in alcuna protesta negativa e non argomentiamo negativamente con nessuno. Stiamo solo dicendo che siamo determinati a essere esseri umani. Noi siamo gente determinata. Diciamo che siamo figli di Dio. E se siamo figli di Dio non dobbiamo vivere come se fossimo costretti a vivere.

Cosa significa tutto ciò in questo grande momento della storia? Significa che dobbiamo essere uniti. Dobbiamo stare insieme ed essere uniti. Quando il faraone voleva prolungare il periodo di schiavitù in Egitto, egli aveva la sua ricetta preferita per farlo. Quale era? Faceva in modo che gli schiavi fossero in discordia tra di loro. Ma quando gli schiavi si misero insieme qualcosa accadde alla corte del faraone, ed egli non fu più in grado di tenerli sotto il giogo della schiavitù. Facciamo in modo di rimanere uniti.

Ingiustizia sociale

Secondo, mettiamo in tavola le cose come stanno. La questione in gioco è l’ingiustizia. La questione in gioco è il rifiuto della città di Memphis di essere onesta e giusta nei confronti dei lavoratori pubblici – che, in questo caso, sono coloro che lavorano per la nettezza urbana. Dobbiamo tenere alta l’attenzione su questo. Questo è sempre il problema quando vi è un po’ di violenza. Sapete cosa è successo l’altro giorno, e come la stampa ha riportato solo delle finestre rotte. Ho letto gli articoli. Solo in pochi casi vanno oltre per menzionare il fatto che 1300 lavoratori della nettezza urbana stanno scioperando e che la città di Memphis non è giusta nei loro confronti, e che il sindaco Loeb ha urgentemente bisogno di un dottore. Non hanno detto nulla di ciò.

Anniversario morte King

Marceremo di nuovo, ancora una volta ci metteremo in marcia per mettere nel giusto posto la questione in ballo. E per costringere tutti a rendersi conto che ci sono 1300 figli di Dio che stanno soffrendo, talvolta sono affamati, che passano notti cupe e insonni perché non sanno come le cose andranno a finire. Questo è il punto. E diciamo alla Nazione che sappiamo come le cose andranno a finire, perché quando la gente si lascia prendere da ciò che è giusto ed è pronta a sacrificarsi per esso, allora non c’è nulla che la possa fermare a un passo dalla vittoria.

Non ci faremo fermare dai gas lacrimogeni. Nel nostro movimento non violento siamo dei maestri nel fermare le forze di polizia. Esse non sanno cosa fare. L’ho visto spesso. Mi ricordo di Birmingham (Alabama), quando ci trovavamo in quella grande lotta: giorno dopo giorno siamo usciti dalla Sixteenth Street Baptist Church. Uscivamo a centinaia e Bull Connor disse di mandare i cani. E quando i cani arrivarono ci siamo semplicemente messi davanti a loro cantando «non lasciare che nessuno ti faccia tornare indietro». Il giorno dopo Bull Connor disse: «aprite gli idranti». E, come ho detto l’altra sera, Bull Connor non ne sapeva niente di storia. L’unica cosa che sapeva era un certo tipo di fisica che non ha nulla a che fare con la trans-fisica di cui noi sappiamo. Il fatto è che c’era un certo tipo di fuoco che non poteva essere estinto con l’acqua. E siamo andati davanti agli idranti. Sapevamo che cosa è l’acqua. Chi tra noi era battista o di qualche altra denominazione, è stato immerso. Chi era metodista o altri, beh allora è stati spruzzato. Ma sapevamo cosa fosse l’acqua, ed essa non poteva fermarci.

Siamo solo andati davanti ai cani e li abbiamo guardati, siamo solo andati davanti agli idranti e li abbiamo guardati. E siamo andati avanti a cantare: «Sopra il mio capo vedo libertà nell’aria». E poi siamo stai gettati in camion polverosi; e qualche volta eravamo ammucchiati come sardine in scatola. E ci gettavano dentro, e il vecchio Bull diceva «portateli via». E così fecero, e noi siamo andati avanti a cantare nei camion polverosi «we shall overcome». Di tanto in tanto siamo finiti in prigione, e abbiamo visto i carcerati guardare attraverso i vetri commossi dalle nostre preghiere, dalle nostre parole e dai nostri canti. E in tutto questo vi era un potere a cui Bull Connor non poteva venire a capo. E così abbiamo finito col trasformare il toro (Bull) in un manzo e abbiamo vinto la nostra battaglia a Birmingham.

Ora veniamo a Memphis nello stesso modo. Vi chiedo di essere con noi quando marceremo lunedì. Qualche parola sulle ordinanze restrittive. Abbiamo un’ordinanza e domattina andremo in tribunale per combattere questa ordinanza illegale e non costituzionale. Tutto quello che chiediamo all’America è di essere veramente quello che dice di essere sulla carta. Se vivessi in Cina o Russia, o in ogni altro paese totalitario, potrei capire alcune di queste ordinanze illegali. Magari potrei anche capire il rifiuto di alcuni privilegi fondamentali legati al Primo emendamento, perché là non si sono impegnati solennemente a qualcosa del genere. Ma da qualche parte ho letto della libertà di assemblea. Da qualche parte ho letto della libertà di parola. Da qualche parte ho letto della libertà di stampa. Da qualche parte ho letto che la grandezza dell’America è il diritto di protestare per ciò che è giusto. E come vi dico che non ci lasceremo distogliere dai nostri propositi né dai cani né dagli idranti, vi dico che non ci faremo fermare da nessuna ordinanza restrittiva. Noi andiamo avanti. Noi abbiamo bisogno di tutti voi.

A cosa sono chiamati i ministri della Parola?

Sapete, per me è bello vedere tra voi tutti questi ministri del Vangelo. È un’immagine stupenda. Chi ha il dovere di articolare le aspirazioni e i desideri del popolo più che il ministro della Parola? In alcuni luoghi il predicatore deve avere quel fuoco racchiuso nelle ossa e rendere palese l’ingiustizia ovunque essa sia. In un qualche modo il ministro della Parola deve essere come Amos che disse: «Quando Dio parla, chi può non profetizzare?». Ancora con Amos: «Che il diritto scorra come acqua e la giustizia come un torrente perenne». In un qualche modo il ministro della Parola deve dire con Gesù: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio», per prendere in mano i problemi dei poveri (…).

Sono sempre felice di vedere un ministero degno e rilevante. Non c’è problema a parlare di lunghe vesti bianche da qualche parte, con tutto il suo simbolismo, ma da ultimo quaggiù tra noi la gente vuole da vestire, scarpe e abiti. Non c’è nulla di male a parlare di strade in cui scorre latte e miele, ma Dio ci chiede di preoccuparci dei ghetti quaggiù e dei suoi figli che non possono magiare tre miseri pasti al giorno. Non c’è problema a parlare della nuova Gerusalemme, ma un giorno il ministro della Parola deve arrivare a parlare di New York, della nuova Atlanta, della nuova Philadelphia, della nuova Los Angeles, della nuova Memphis. Questo è quello che dobbiamo fare.

L’altra cosa che dobbiamo fare è questa: ancorare sempre la nostra azione esterna diretta con il potere di ritirare il nostro supporto economico a un certo tipo di commercio. Certo, siamo povera gente; individualmente siamo poveri se ci compariamo alla società bianca in America. Siamo poveri. Ma non dimenticate mai che collettivamente noi siamo più ricchi di tutte le nazioni del mondo tranne nove. Non ci avete mai pensato? A parte gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica, la Gran Bretagna, la Germania Ovest, la Francia (e potrei elencare le altre quattro), la collettività americana di colore è più ricca della maggior parte delle nazioni del mondo. Insieme abbiamo un reddito annuo di più di 30 miliardi di dollari; una cifra superiore a tutte le esportazioni degli Sati Uniti e al bilancio pubblico nazionale del Canada. Questo è potere, proprio qui nelle nostre mani, se sappiamo come usarlo.

Una strategia economica

Non dobbiamo fare polemica con nessuno. Non dobbiamo maledire e andare in giro gridando male parole. Non abbiamo bisogno né di mattoni né di bottiglie; non abbiamo bisogno di bombe molotov. Basta che andiamo in questi negozi e nelle grandi industrie del nostro paese dicendo: «Dio ci ha mandato qui per dirvi che non state trattando giustamente i suoi figli. Siamo venuti qui e vi chiediamo di mettere in cima alle vostre agende di agire lealmente e giustamente quando ne va dei figli di Dio. Se non lo volete fare, noi abbiamo comunque un’agenda che dobbiamo seguire. E la nostra agenda ci chiede di togliervi il nostro supporto economico».

anniversario morte king

Per questo, come risultato di questo programma, vi chiediamo questa sera di andare in giro nel vostro quartiere e dire ai vostri vicini di non comprare Coca-Cola a Memphis. Di non comprare Wonder Bread. E di non comprare Hart’s Bread. Come ha detto Jesse Jackson, fino a oggi solo gli addetti alla nettezza urbana hanno sofferto; ora dobbiamo come redistribuire la sofferenza. Abbiamo scelto queste aziende perché non sono state giuste e oneste nelle loro politiche di assunzione; le abbiamo scelto perché possono iniziare il processo di affermare forme che supporteranno le necessità e i diritti di coloro che stanno scioperando. Aziende che possono andare in centro città e dire al sindaco Loeb di fare ciò che è giusto fare.

Ma non si tratta solo di questo, dobbiamo rafforzare anche le istituzioni nere. Vi chiedo di ritirare i vostri soldi da tutte le banche che si trovano in città e di depositarli presso la Tri-State Bank. Quello che vogliamo è un «bank-in» a Memphis (…).

Mentre vado verso la fine della mia predica, lasciatemi dire che porteremo avanti questa lotta fino alla fine. Non ci sarebbe nulla di più tragico che fermarci a questo punto a Memphis. Dobbiamo pensarci bene e guardare in faccia le cose. E quando faremo la nostra marcia voi dovete esserci. Esserci anche se significa lasciare i lavoro; esserci anche se significa uscire da scuola. Abbiate a cuore il vostro fratello. Tu puoi anche non stare scioperando, ma o ci solleviamo insieme oppure andiamo a fondo tutti. Sviluppiamo una generosità e un altruismo pericolosi.

La domanda che dobbiamo porci

Un giorno un uomo venne da Gesù volendo porre alcune questioni a riguardo di aspetti vitali dell’esistenza. Giunto da lui voleva mettere Gesù alla prova, mostrandogli che ne sapeva più di lui così da spiazzare Gesù. Ora, l’oggetto del contendere avrebbe potuto facilmente condurre a un dibattito teologico e filosofico. Ma Gesù, immediatamente, ha spostato la questione da qualcosa sospeso a mezz’aria portandola verso la curva pericolosa tra Gerusalemme e Gerico. Gesù parlò di un uomo che venne attaccato da dei briganti. Vi ricordate che il levita e il sacerdote passarono oltre dall’altra parte della strada, senza fermarsi ad aiutarlo. Poi, un uomo di un’altra razza passò da quelle parti. Smontò dal suo asino e decise di non essere misericordioso per procura. Ma scese con l’uomo assaltato dai briganti, gli portò i primi soccorsi, e aiutò l’uomo che si trovava nel bisogno. Alla fine Gesù disse che quest’uomo era quello buono; che era un grande uomo perché aveva avuto la capacità di proiettare l’«io» nel «tu» e di essere preoccupato per il suo fratello.

Voi lo sapete gli sforzi che facciamo con la nostra immaginazione per tentare di determinare perché il levita e il sacerdote non si fermarono. Ogni tanto diciamo che dovevano andare a un incontro della comunità, o a una riunione ecclesiastica, e per questo dovevano andare a Gerusalemme per non arrivare in ritardo. Altre volte speculiamo che ci fosse una legge religiosa riguardante chi partecipava a un servizio liturgico che impediva di toccare un corpo umano nelle ventiquattro ore che precedevano la celebrazione. E poi, di tanto in tanto, iniziamo a chiederci se magari essi non stessero piuttosto andando a Gerusalemme, o scendendo a Gerico, per organizzare la Jericho Road Improvement Association. È possibile. Magari essi pensavano che fosse cosa migliore affrontare il problema alle radici, piuttosto che impantanarsi in un effetto singolo di quelle cause.

Ma vi dico cosa mi dice la mia immaginazione. È possibile che quegli uomini avessero paura. Sapete, la strada verso Gerico è pericolosa. Ricordo la prima volta in cui io e mia moglie fummo a Gerusalemme. Noleggiammo una macchina guidando da Gerusalemme a Gerico. E non appena ci mettemmo per strada dissi a mia moglie: «ora capisco perché Gesù ha usato questi luoghi per la sua parabola». È una strada serpeggiante e ventosa. Un invito agli agguati. Parti da Gerusalemme, a circa 750 metri sul mare, e quando arrivi, dopo una ventina di minuti, ti ritrovi giù a Gerico a 240 metri sotto il livello del mare. È una strada pericolosa. Ai tempi di Gesù era nota come il «passo insanguinato». E sapete, è possibile che il levita e il sacerdote abbiano guardato giù verso dove si trovava quell’uomo chiedendosi se i briganti fossero ancora nei dintorni. Oppure hanno pensato che quell’uomo stesse solo facendo finta, comportandosi come se fosse stato assalito e derubato, per attirarli verso di lui e poi saltare loro addosso. E così la prima cosa che il sacerdote e il levita si chiesero fu: «se mi fermo ad aiutare quest’uomo cosa mi succederà?».

Ma quando giunse il samaritano egli invertì anche la domanda: «se non mi fermo ad aiutare quest’uomo che cosa gli succederà?». Questa è la domanda posta davanti a voi questa sera. Non: «se mi fermo per aiutare gli addetti alla nettezza urbana cosa succederà al mio lavoro?». Non: «se mi fermo ad aiutare gli addetti alla nettezza urbana che cosa succederà delle ore che abitualmente passo in ufficio ogni giorno e ogni settimana come ministro della Parola?». La domanda non è «cosa mi succederà se mi fermo ad aiutare quest’uomo?». La domanda è invece: «cosa succederà agli addetti alla nettezza urbana se non mi fermo ad aiutarli?».

Facciamo in modo di sollevarci questa sera a una più grande sollecitudine. Eleviamoci a una più grande determinazione. E mettiamoci in moto in questo potenti giorni, in questi giorni di sfida, per fare dell’America quello che dovrebbe essere. Abbiamo l’opportunità di fare dell’America una nazione migliore (…).

Sono felice che lei non abbia starnutito

Quando tempo addietro ero in ospedale, dopo che una donna squilibrata mi aveva accoltellato, ho ricevuto molte lettere. Tra esse c’era quella di una ragazza, una giovane, che era studentessa alla White Plains High School. Guardai a quella lettera e non lo dimenticherò mai. Diceva semplicemente così: «caro signor King sono una studentessa della nona classe alla White Plains High School. Non dovrebbe essere importante, ma vorrei dire che sono una ragazza bianca. Ho letto nei giornali quello che le è successo. E ho letto che se lei avesse starnutito lei sarebbe morto. Le scrivo semplicemente per dirle che sono felice che lei non abbia starnutito».

Vi voglio dire questa sera che anche io sono felice di non aver starnutito. Perché se avessi starnutito non sarei stato qui negli anni ’60, quando studenti in tutte le regioni del sud hanno iniziato a fare dei sit-in ai banchi delle mense. E sapevo che, mentre facevano così, essi stavano schierandosi per ciò che di meglio c’è nel sogno americano e stavano riportando tutta la Nazione a quei grandi pozzi di democrazia che erano stati scavati dai Padri Fondatori nella Dichiarazione di Indipendenza e nella Costituzione.

Se avessi starnutito non sarei stato qui nel 1961 quando abbiamo deciso di fare una marcia per la libertà e porre fine alla segregazione.

Se avessi starnutito non sarei stato qui nel 1962 quando i neri di Albany in Georgia hanno deciso di sollevarsi e alzare i loro capi. In ogni momento in cui uomini e donne fanno agiscono così, essi vanno da qualche parte perché nessun uomo può montare sulla tua schiena se non è piegata.

Se avessi starnutito non sarei stato qui nel 1963 quando la popolazione nera di Birmingham in Alabama risvegliò la coscienza di questa Nazione e mise in essere la Legge sui diritti civili.

Se avessi starnutito non avrei avuto l’opportunità di dire, un anno dopo, all’America il sogno che avevo avuto.

Se avessi starnutito non sarei stato a Selma in Alabama per vedere la grande movimentazione messa là in atto.

Se avessi starnutito non sarei stato qui a Memphis e vedere una comunità che si mobilizza per quei fratelli e sorelle che stanno soffrendo. Sono così felice di non avere starnutito (…).

Il monte e la gloria

E sono arrivato a Memphis. Alcuni hanno iniziato a parlare delle minacce che ci sono e di quello che mi sarebbe potuto succedere per mano di un nostro malato fratello bianco.

anniversari morte kingNon so quello che succederà ora. Abbiamo giorni difficili davanti a noi.

Ma davvero non mi preoccupa, perché sono stato sulla cima del monte. Non mi interessa. Come ognuno di noi, vorrei vivere una vita lunga (…).

Ma non m’importa in questo momento. Voglio solo fare la volontà di Dio.

Egli mi ha concesso di salire sulla cima del monte. E io ho scrutato l’orizzonte e ho visto la Terra promessa. Potrei non entrarvi insieme con voi.

Ma voglio che sappiate che noi, come popolo, entreremo nella Terra promessa. Sono così felice questa sera e nulla mi intimorisce. Non sono un uomo pauroso. I miei occhi hanno visto la gloria del Signore che viene.

Memphis, Tennessee, 3 aprile 1968

Print Friendly, PDF & Email
Facebooktwitterredditpinterestlinkedintumblrmail

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi