Il terremoto: una “botta” di PIL ?

di: Domenico Rosati

Il PIL è cosa buona; il terremoto alimenta il PIL; dunque il terremoto è cosa buona. È in base a un simile sillogismo che, su un’affermazione televisiva di Bruno Vespa, con annesso riscontro ministeriale, si è riversata una cascata di pubbliche contumelie da parte di esponenti politici noti e meno noti, concordi nel considerare assurdo che qualcuno presentasse il terremoto come benvenuto fattore di sviluppo.

Era la sera del 25 agosto e, mentre sullo sfondo scorrevano le immagini del disastro appenninico, nello studio di Porta a porta si discettava di terremoti, cause ed effetti, e altri dintorni. Così a Vespa è accaduto di esprimersi come segue: «Questa (l’occasione del terremoto, ndr) sarebbe una bella botta per la ripresa dell’economia. Pensi l’edilizia che cosa non potrebbe fare». A parte la sgrammaticatura della «bella botta», era un invito per il ministro Del Rio, il quale non ha mancato di sottolineare che il grande cantiere («il più grande d’Europa») all’opera in Abruzzo ed Emilia «farà PIL». E Vespa a chiarire: «Darà lavoro a un sacco di gente».

Una premessa da discutere

Ne è seguita una dura ritorsione, avviata dai 5Stelle e proseguita con toni ossessivi da Carlo Freccero e da altri, tutti uniti nel respingere l’idea che il terremoto possa essere considerato un volano dell’economia. Fine dell’episodio.

Una lettura meno emotiva dell’accaduto rivela peraltro che sia i personaggi dello studio televisivo sia i loro contestatori condividevano la “premessa maggiore” del sillogismo e cioè che il PIL sia una cosa buona. E la loro opinione era fondata sulla dottrina economica professata in tutto il mondo e massimamente nell’area dell’Unione Europea. Dove sull’ara del PIL si consumano i … sacrifici umani dell’austerità. Ma davvero, in assoluto, il PIL è una cosa buona? E se non lo fosse, quanti dei ragionamenti successivi resterebbero in piedi?

Il PIL, in effetti, altro non è che il valore monetario dei beni e servizi finali prodotti in un anno, al lordo degli ammortamenti. Dunque un dato grezzo, una somma con molti addendi eterogenei, tutti con il denominatore comune del valore monetario. Ma proprio una ricerca sui singoli fattori che concorrono alla formazione del PIL porta a conclusioni tragicamente paradossali.

La critica di Bob Kennedy

È ancora citato, tra i cultori della materia, il discorso che Bob Kennedy pronunciò nel marzo 1968, pochi mesi prima di essere ucciso. Il PIL, disse tra l’altro, comprende anche «l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana». Il PIL come compendio di tutto ciò che, oggettivamente, “muove” l’economia, sia quando crea sia quando distrugge ricchezza.

Ma Kennedy fece di più: esplorò quel che il PIL include e quello che esclude. Nel PIL, osservò, sono comprese le «serrature speciali per le nostre porte di casa e per le prigioni, i programmi TV che valorizzano la violenza, la produzione di napalm, missili a testata nucleare ecc». E viceversa il PIL «non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago; non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti».

Il tutto per concludere provocatoriamente che «il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza e la nostra conoscenza, né la nostra compassione e la devozione al nostro paese». E più in chiaro: «misura tutto eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta».

Il “lato buono” della disgrazia

Da Kennedy in qua la critica economica ha rifiutato il PIL come unica unità di misura, nel momento stesso in cui la politica faceva esattamente il contrario, modellando sistemi su indicatori monetari assunti in modo esclusivo. E siccome “fa PIL” tutto quel che si compie a qualsiasi titolo in economia; e siccome, dopotutto, un terremoto come un bombardamento necessariamente costringe a ricostruire e dunque ad aprire cantieri, non si vede perché si dovrebbe rifiutare il (per così dire) lato buono della disgrazia.

D’altra parte la cultura prevalente si è talmente imbevuta di venerazione per gli spiriti animali che non crea turbamento, se non per ritorsione politica, una valutazione delle opportunità offerte dall’esigenza di riparare un motore o ricostruire una città. L’importante è che il totale non diminuisca e che tutto possa procedere al di fuori di ogni giudizio di valore.

Per un indice di sviluppo umano

Ma proprio l’assurdità degli esiti ai quali si giunge quando si applica meccanicamente la legge del PIL dovrebbe suggerire, in ogni ambito – giornalismo e politica compresi –, di prendere confidenza con gli impulsi di ricerca che hanno portato scienziati ed istituzioni ad elaborare canoni alternativi o integrativi di valutazione dei processi economici.

Si è molto lavorato sulla necessità di distinguere tra crescita e sviluppo, includendo in quest’ultimo la dimensione umana che quella ignora. E sono ormai molte le formule escogitate al fine di non idolatrare il dato materiale e di tener conto di altre dimensioni essenziali alla configurazione del benessere come, ad esempio, un buon lavoro, la giustizia sociale, l’ambiente, la salute. Si tratta in sostanza di ripensare la nozione di progresso e di benessere configurando un “indice di sviluppo umano” che non soffochi nell’indistinto materiale le ragioni positive dalla vita.

La qualità della crescita

È ancora e sempre la questione del capitalismo, impareggiabile macchina di produzione della ricchezza e, nel contempo, incapace di assumere il patrocinio degli argomenti umani. L’obbiettivo di un “nuovo umanesimo” anche in campo economico è infatti ancora lontano. La spinta all’espansione economica indiscriminata è largamente prevalente anche in presenza di una crisi che ha intaccato molte certezze dell’ultima incarnazione del capitalismo. È giusto reclamare che la crescita prenda il posto dell’austerità, ma occorre guardare anche alla qualità della crescita, oltre la quantità.

Anche se collegata all’“indotto” di un terremoto, la critica del PIL può aprire una via in tale direzione. E sarebbe il mutamento di cultura che è necessario per dare corpo all’invenzione di un nuovo modo di leggere e governare l’economia.

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