Terremoto: una sfida per tutta l’Italia

di: Domenico Pompili

Domenico Pompili, vescovo di RietiMons. Domenico Pompili, vescovo di Rieti, interviene con questi “Appunti in corso d’opera” sulla ricostruzione nei territori della sua diocesi, colpiti dal terremoto del 24 agosto 2016. SettimanaNews ha riportato la sua omelia durante la celebrazione in occasione del secondo anniversario.

Puntuale la domanda è sempre la stessa: «A che punto state dopo il terremoto? Si sta facendo qualcosa o è tutto fermo?». Comunque si risponda non sarebbe ancora la realtà. Perché il terremoto è un’onda d’urto dopo la quale niente e nessuno è più come prima. Guardandoti intorno non riesci più a capire dove stava la tua casa, il bar, la chiesa, il negozio di frutta e verdura. Si è di fronte ad una tabula rasa: la vita è azzerata. E la tentazione di fuggire altrove è inevitabile.

Il terremoto è un affronto alla vita. Ci si ritrova nudi. Pochi secondi spazzano via i sacrifici di generazioni, le relazioni affettive più importanti, la terra sotto i piedi. È una distruzione totale. Dopo lo shock iniziale, la lenta rielaborazione del lutto, resta conficcato nella carne uno spaesamento che fa vivere come uno zombie. La fede stessa è drenata in un vortice di sensazioni che rischiano di far perdere l’orientamento. Non mancano però segnali di reazione interiore. Come nel libro di Claudio Leonetti, 23 anni, che quella notte tra il 23 e il 24 agosto ha perduto il padre, la madre, la sorellina e la fidanzata. Eppure, il suo testo: Tutto il bello che c’è è uno schiaffo salutare. Riesce a convincerti che “nulla accade per caso”, sottraendo la tragedia alla sfortuna. Aggiunge che il dolore stesso è un’energia che non va censurata, ma “sfruttata” per riprendere vita. E conclude che non bisogna aggiungere al male altro male. Claudio è giovane e forse, a differenza dei più vecchi, sente ancora il vento in poppa, ma di sicuro la sua reazione è provocante e necessaria.

il terremoto provoca un nuovo inizio

Tre obiettivi

In questi due anni, come Chiesa ho compreso che non bisognava perdere l’occasione di ripartire insieme stando semplicemente “accanto”. Non come capita a tante organizzazioni umanitarie, che dopo l’emergenza tolgono le tende per dirigersi verso altri sinistri, ma garantendo una prossimità full time, per tutto il tempo necessario. Tre sono stati gli obiettivi che insieme alla Caritas abbiamo focalizzato. La vicinanza ai bisogni di base: cibo, vestiario, supporto psicologico e morale. L’aiuto alla ripresa delle piccole attività economiche (allevamento, agricoltura, commercio) perché la gente che resta non resti senza lavoro. E la valorizzazione dei beni culturali perché si ritrovi lo “spirito” di questi luoghi, in gran parte segnato da una singolare efflorescenza di bellissime chiese. Per la cronaca sono 180 quelle distrutte o lesionate nella diocesi di Rieti e circa 3.000 i pezzi d’arte recuperati e custoditi nel deposito di Cittaducale con l’aiuto del Mibact.

Terremoto delle coscienze

Una cosa mi è stata chiara sin dall’inizio: il terremoto provoca un nuovo inizio anche nella percezione della fede, azzera le distanze, riconduce all’essenziale la stessa esperienza spirituale. Poche strutture esteriori equivalgono a più contatti relazionali. Ci si gioca tutto nel “corpo a corpo”, che non elimina le dinamiche umane che sono fatte anche di rivendicazioni, contestazioni, lamentazioni. Proprio come il popolo ebreo nel deserto in cammino verso la Terra promessa.

Il punto decisivo però, a due anni dal terremoto, è capire quando la ricostruzione parte. Il “quando” decide anche il “se”. È urgente che le macerie cedano il passo alle gru nello splendido skyline naturalistico dei monti della Laga. Il problema è di tenere insieme due valori che nel concreto risultano in conflitto. Il primo è la trasparenza nell’utilizzo di un fiume di soldi che lo Stato, sin dalle prime ore, ha assicurato di voler garantire. Il secondo è la velocità di procedure e norme che non possono essere di volta in volta delle deroghe al Codice degli appalti.

il terremoto provoca un nuovo inizio

Trasparenza e burocrazia

Fin qui il primo valore ha messo all’angolo il secondo, non meno necessario. Così però non si va da nessuna parte. Anche perché il tempo è una variabile decisiva, soprattutto laddove si tratta di decidere se restare o andar via per sempre. La burocrazia è una necessità ma non può diventare una fatalità. Ciò che dà a pensare è la farraginosità della macchina burocratica che mostra tutte le sue incoerenze, soprattutto nel momento della decisione dove ciascuno tende a sottrarsi alla propria quota di responsabilità. Ci vogliono uomini e donne intraprendenti, non spregiudicati. Di sicuro non bastano figure notarili e distaccate.

Sul piano politico, infine, occorre evitare soprattutto una cosa: che il terremoto diventi oggetto di scontro. È una questione umanitaria che deve trovare le convergenze tra tutte le diverse realtà istituzionali e deve avere una corsia preferenziale per sveltire un processo che ha a che fare con la pelle di tante persone. Nello specifico il terremoto del Centro Italia non è circoscritto a pochi paesi, ma a centinaia di città e paesi, per un totale di decine di migliaia di sfollati.

L’identico e l’autentico

Assicurato il ritmo alla ricostruzione, resta il nodo del “come” portare a compimento la rigenerazione di un territorio, quello del Centro Italia, che è stato abbandonato già prima degli eventi sismici, perché ritenuto “entroterra” e geograficamente isolato. Non si potrà riprodurre l’identico che è messo in discussione anche da recenti studi geologici, ma bisognerà ricreare l’autentico. L’identità di un borgo è sempre dinamica e la storia non torna mai indietro. Ricostruire vuol dire sempre andare avanti. Ma è bene che conservi perfino le ferite, perché da quelle le future generazioni apprenderanno che la città più che dalle sue mura e dalle sue vie è fatta dall’ingegno e dalla passione di chi la edifica.

Questo è l’impegno che ci attende. Ed è pure una metafora del nostro Paese che dopo il boom economico degli anni Sessanta vive la difficile congiuntura di una crisi dalla quale uscire per una nuova stagione di investimenti sulla prevenzione e sulla ricostruzione se non vuol perdere l’appuntamento con la storia. Dietro il terremoto del Centro Italia, dunque, si nasconde una sfida che riguarda tutta l’Italia.

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