«Uccidere non è una cura»

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Da oggi, 9 giugno, nello stato della California – il più popoloso degli Stati Uniti che detiene il più alto numero di delegati per le elezioni presidenziali – viene normato quello che nel mondo occidentale viene orami chiamato un “nuovo diritto”: la possibilità di chiedere di porre fine alla propria vita o a quella di un congiunto.

«Tutti noi abitanti della California abbiamo bisogno di pregare e lavorare per ricostruire insieme una cultura della dignità umana di fronte a questa legge ingiusta», scriveva ieri sul settimanale diocesano l’arcivescovo di Los Angeles, José H. Gomez.

Approvato dal parlamento nel mese di ottobre dello scorso anno, firmato dal governatore democratico Jerry Brown – 78 anni originario di San Francisco, studi dai gesuiti prima della laurea a Yale e PhD a Berkeley – l’«End of Life Option Act» rende la California il 5° stato della federazione americana a consentire ai medici di prescrivere farmaci letali per i pazienti (o i familiari per loro) che li richiedono.
«Con questa nuova legge stiamo attraversando una linea fondamentale: il confine tra l’essere una società che si prende cura di anziani e malati e una società che permette l’eliminazione di coloro la cui sofferenza non possiamo più tollerare», scrive Gomez, che stigmatizza altresì l’affermazione dei membri del parlamento volta a sostenere che la concessione del diritto di scegliere una morte con prescrizione medica sia un atto compassionevole che porterà conforto alle persone anziane e ai malati cronici o terminali.
«Ma uccidere non è una cura – replica l’arcivescovo nato a Monterrey in Messico nel 1951 e naturalizzato americano, delegato agli ultimi due sinodi sulla famiglia a Roma – perché la vera compassione significa accompagnare, camminare insieme a quanti soffrono, condividendo il loro dolore e aiutandoli a portare il loro fardello. Amare il prossimo tuo come te stesso, non è un comandamento che mettiamo in pratica fornendo al nostro prossimo una dose letale di farmaci».
Gomez sostiene che il suicidio assistito rappresenta un «fallimento della solidarietà» e non farà altro che aumentare il senso di isolamento e solitudine che molte persone già avvertono nell’attuale società americana: «con questa nuova legge, noi abbandoniamo i più vulnerabili e fragili, anzi quasi li respingiamo come persone “non degne” della nostra cura quasi una via d’uscita a causa delle nostre risorse sociali limitate».
Secondo il pastore della seconda metropoli dell’intera nazione e la più grande diocesi cattolica, questa nuova legge è destinata anche peggiorare le disuguaglianze del sistema sanitario (l’Obama Care) che sta muovendo a fatica i suoi primi passi: gli anziani poveri, dovendo far conto solo sulla sanità pubblica, hanno già molto meno opzioni di accesso ai servizi di assistenza e di cura palliative a domicilio.
L’interrogativo è legittimo: in uno stato dove milioni di persone sono costrette a fare affidamento solo sulle cure garantite dall’ente pubblico, si può immaginare che il governo continui a pagare per mesi e forse anni dei trattamenti costosi, piuttosto che prescrivere una confezione, certo più economica, di pastiglie per il suicido assistito? Esiste un numero crescente di anziani affetti dal morbo di Alzheimer e altre forme di demenza: quanto tempo ci vorrà prima di iniziare con appelli per offrire “scelte compassionevoli” per coloro che non possono più scegliere o parlare?
«È questo il pericolo della nuova legge: la morte che qualcuno da oggi è legittimato a scegliere potrebbe diventare una “scelta” che molti non saranno in grado di rifiutare domani».
«Dare ai medici una licenza di uccidere non è il massimo di un’assistenza sanitaria», mentre le cure palliative rappresentano ancora un’utopia per troppi. Ma c’è di più, continua il vescovo di LA: dal 9 giugno i lavoratori del settore sanitario continueranno ad essere oberati di lavoro e sottopagati e le loro precarie condizioni renderanno difficile il fornire cure mediche di qualità con la necessaria compassione e contemporaneamente le nostre scuole mediche di eccellenza mondiale non saranno ancora in grado di preparare i futuri medici e gli operatori sanitari alle cure palliative e ai trattamenti di fine vita.
Sarebbero questi i veri problemi da risolvere perché sono questi che rendono così drammatica in California la prospettiva di affrontare una malattia terminale e la stessa morte.

Mons. Gomez conclude con l’invito alla preghiera in tutte le comunità e con un appello ai leader politici e ai medici perché individuino con coraggio soluzioni condivise. Nel frattempo è chiaro che «la risposta giusta per quanti la ritengono una legge ingiusta è l’obiezione di coscienza» in quanto «i medici sono chiamati ad essere servitori della vita, non dispensatori di morte» perché «una persona non smette di essere una persona, non perde la sua dignità e il diritto alla vita, solo perché lui o lei perde certe capacità fisiche o mentali. In realtà, è proprio quando le persone sono più vulnerabili che hanno più bisogno del nostro amore».

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