Una vita da gregario

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Nella giornata iniziale del Giro d’Italia 2021, SettimanaNews presenta la vicenda sportiva – insieme umana e spirituale – di Gaetano Baronchelli, fratello e gregario del più noto Giovanni Battista.
Il termine gregario viene dal latino gregarĭu(m) e deriva da grĕx, grĕgis, quindi: chi fa parte del gregge. Richiama la base semitica goj che nella bibbia ebraica significa sia il popolo di Israele, sia le genti tutte. Indica, in ogni caso, una figura caratterizzata da senso di appartenenza al gruppo e da un forte legame con una persona di riferimento. Il vangelo di Giovanni dice di “un solo gregge e di un solo pastore” (10,16). Di ciò resta eco nel linguaggio dello sport, in cui il gregario è il corridore che – nelle gare a squadre – soprattutto ciclistiche, ha il compito di aiutare il proprio capitano per favorirne la vittoria (Treccani). È una figura “cristica” perché sacrifica il proprio vantaggio per l’altro da sé (G.C.).

  • Gaetano, “Tano”, classe ’52, mi racconti come da giovane hai maturato la passione per la bici?

Abitavamo allora – nella grande famiglia contadina formata da papà, mamma, tre sorelle e quattro fratelli – in un paesino del bresciano. Io ero il terzo dei maschi, Giovanni Battista il quarto e l’ultimo dei maschi; dopo di lui c’erano due sorelle più giovani. Non avevamo ancora la televisione: quella è arrivata alla fine degli anni ’60.

Di domenica pomeriggio si andava all’oratorio e poi ai vespri in chiesa. In una di quelle domeniche – tra i miei 7 e 11 anni – sono entrato eccezionalmente al bar a comprare un ghiacciolo. Ho visto per la prima volta l’arrivo di una tappa del Giro d’Italia davanti alla televisione che quasi tutti gli uomini del paese, in quel momento, stavano guardando incantati.

Anche il nostro papà Luigi era un appassionato. Ricordo che vinse il grande Rik Van Looy. Questo ricordo ha per me, ora, il valore di un segno: in quel momento mi sono detto che avrei fatto il corridore. Da allora ho cominciato ad andare in bici, mosso da quella convinzione interiore. Cercavo di ricavare un’ora ogni sera, dopo il lavoro dei campi, prima di andare a cena. Non andavo male a scuola, ho finito la terza media; ma stare seduto ore tra i banchi, non faceva per me. Volevo andare in bicicletta.

All’età degli esordienti – molto emozionato – ho cominciato a fare le prime gare. Ho iniziato a correre nella squadra ciclistica di Pandino che era allora legata all’oratorio. Mia mamma Margherita non era entusiasta. Temeva le cadute, molto frequenti, ma soprattutto temeva che lo sport mi allontanasse dalla pratica religiosa e quindi dalla fede, a cui teneva molto.

E aveva ragione. Poi ti dirò meglio. La mamma andò persino dal prete – eravamo affittuari delle terre della parrocchia – a chiedere un parere e a ottenere la benedizione per questo suo (primo) figlio che voleva correre in bicicletta.

Il primo anno da esordiente non ho vinto gare, ma ho ottenuto buoni piazzamenti. Il secondo anno sono partito subito forte e ho vinto la seconda gara, benché non fossi “veloce”, ossia non fossi adatto agli “sprint” di gruppo: voglio dire che per vincere dovevo cercare di distanziare tutti i concorrenti, ovvero batterli in piccolo gruppo selezionato dalle fatiche della strada.

Delle tre corse organizzate dalla mia società nella nostra zona, due le ho vinte e nella terza mi sono piazzato al secondo posto. Ero il più forte nelle corse di casa. Tieni conto che allora le corse era molto sentite dalla gente e nei paesi di tutta la bergamasca, del cremonese, della bresciana, del milanese, ovunque. Ogni paese aveva il proprio “campione”.

Quando lo sport diventa professione
  • Quando e come hai iniziato a correre con tuo fratello e per tuo fratello?

Giovanni Battista ha iniziato a correre nel mio secondo anno di gare. Lui dice di avermi seguito in bicicletta per togliersi dal lavoro dei campi. Forse è un po’ vero. La prima corsa a cui lui ha partecipato, l’ho vinta ancora io. Così la terza sua gara ha segnato la mia quinta vittoria: proprio qui ad Arzago d’Adda (ove tuttora viviamo).

Allora ero io a far fare da gregario a lui, anche se, a quell’età, il gioco di squadra non c’era ed era vietato pure dai regolamenti. Fare il gregario voleva dire stare davanti al gruppo e favorire la fuga e quindi la vittoria dell’altro: in gergo ciclistico, voleva dire “fare il buco” per facilitare il distanziamento, oppure “rompere i cambi” per renderne improbabile il raggiungimento. Eravamo fratelli: era normale aiutarci. Certo servivano sempre il fiato e le gambe. Così siamo andati avanti insieme – spesso vincendo sia io che lui – sino alla categoria dei dilettanti.

  • In famiglia – specie con la mamma – come si viveva il vostro agone ciclistico?

La mamma seguiva le nostre corse solo da lontano e con grande apprensione: non veniva mai a vederci e, anche in seguito, non ci avrebbe guardato in televisione. Avrebbe troppo sofferto. Non bastava un figlio: anche un altro in bicicletta.

  • Come siete arrivati a stabilire la gerarchia ciclistica tra voi, fratelli?

Ad un certo punto ho capito che Tista era il più forte. Ricordo una gara da dilettanti corsa a 46 chilometri orari di media. Eravamo insieme davanti al gruppo nella fuga decisiva. Tista ha distaccato tutti sull’ultimo “strappo” – ossia sull’ultima ripida e breve salita – ma aveva un vantaggio di poco più di cinquanta metri, quindi era ancora, di per sé, facilmente raggiungibile.

Morale: lui è riuscito a vincere, io, con gli altri dieci, sono stato raggiunto dal gruppo maggiore che ci stava inseguendo. Chi conosce il ciclismo sa bene che per fare cose del genere servono doti eccezionali. Tista le aveva ed era in grado di vincere le gare più impegnative e importanti, tanto che nel 1973 ha vinto il Giro d’Italia dilettanti e il Tour de L’Avenir per dilettanti.

Io sono stato sempre con lui, sempre nella stessa squadra, ma ormai con ruoli diversi. Io mi sacrificavo per lui come era normale che fosse: lo “portavo” alla salita e poi lui “spiccava il volo” da solo. Ho vinto ancora quattro gare da dilettante, prima di diventare professionista, ma solo perché Tista non c’era in quelle gare, per infortunio o per altri motivi.

Ricordo che ciò che si guadagnava in denaro con le corse, lo davamo ancora al nostro papà: ci pensava lui a ripartire in parti giuste per la famiglia, come avveniva un tempo. Quello è stato per me il periodo ciclistico più bello. Correvamo con passione. Con gioia. Nonostante la grande fatica.

  • Avete poi presto affrontato insieme il professionismo: come è andata?

Con risultati così brillanti, siamo arrivati presto – ancora giovani – al professionismo. Siamo passati persino troppo presto. Questo è avvenuto anche a motivo dell’impreparazione dei nostri dirigenti. Noi non conoscevamo l’ambiente. Tista era naturalmente fortissimo ma non era in grado di fare da subito il leader – il capitano come si diceva – della squadra. Io non ero ancora preparato per fare da gregario, figura fondamentale nel ciclismo.

Da professionisti è cambiato quindi davvero tutto. Da dilettanti eravamo “coccolati”, stimati, amati anche perché eravamo solo dei ragazzi. Mentre da professionisti contavamo solo per quanto eravamo forti: per quanto Tista vinceva e io facevo vincere lui o altri nella squadra. Altrimenti non eravamo nessuno. Contavano i risultati. Tutto era in funzione dei risultati: questo voleva dire soldi. È diventato quindi per noi un lavoro: un lavoro come un altro, altamente competitivo. La passione e la gioia di prima non c’erano quasi più.

Era una vita anche bella – a volere – con molti vantaggi, certi guadagni, ma molto faticosa e pericolosa, anche dal punto della religione e quindi della fede. Aveva ragione la nostra mamma: eravamo sempre in giro per l’Italia e per il mondo, in bicicletta ogni giorno. Non avevamo tempo e neppure il pensiero di andare a Messa o di leggere qualcosa di buono. Dicevamo una preghiera alla sera e facevamo un segno di croce prima di partire per la gara, ma forse più per abitudine che per fede.

L’adattamento a questo mondo avviene o non avviene. È una questione di carattere e di educazione. Non bastano fiato e gambe. Serve anche un carattere di un certo tipo. Ho visto corridori fortissimi – sicuri campioni – venire a perdersi nel mondo professionistico.

Lo stesso Tista – in 16 anni di professionismo – ha vinto moltissimo (più di 90 gare), ma avrebbe dovuto e potuto vincere molto di più, soprattutto avrebbe dovuto e potuto vincere il Giro d’Italia, perché era senz’altro alla sua portata. Noi non abbiamo posseduto, evidentemente, tutte le caratteristiche (non fisiche) che servivano per affermarci pienamente in quel  ambiente. Ma forse è stato meglio così.

Quando si corre per gli altri
  • Cosa ha significato per te fare il gregario, soprattutto il gregario di tuo fratello?  

Io ho fatto dieci anni da professionista, sempre appunto in squadra e a fianco di mio fratello Tista. Ma ho concluso la carriera prima di lui. Ho fatto dei piazzamenti ma non ho mai vinto da professionista: del resto non era quello il mio ruolo, perché era il direttore sportivo ad assegnare i ruoli. C’erano solo due o tre campioni per squadra che partivano per vincere. È tuttora così.

Nella nostra prima squadra professionistica i capitani si chiamavano Bitossi, Paolini e, appunto, GiBì Baronchelli. Il mio compito di gregario era quello di fare in modo che uno di loro vincesse. Sono riuscito spesso a far vincere altri. Ma non abbastanza. Non quanto l’ambiente si aspettava da me e da Tista: dai fratelli Baronchelli. Ricordo – per far capire – un titolo de La Gazzetta dello Sport che ci aveva molto amareggiato, dopo la classica gara della Sardegna: “ad Oristano è finita la corsa del Tista e del Tano”.

Nei primi anni di carriera c’ero anch’io – tra i primi – a determinare, come ho detto, le vittorie dei capitani, in un ruolo di gregario di rango. Il gregario era ed è davvero importante. C’erano e ci sono gregari di rango che fanno la corsa coi capitani sin quasi alla fine, sino in vista del traguardo finale. E c’erano e ci sono gregari che nessuno conosce, ma che faticano chilometri e chilometri a “tirare il gruppo” prima dei momenti decisivi della gara. Nella parte finale e meno brillante della mia carriera, quello era diventato pure il mio ruolo.

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  • Vuoi fare qualche esempio, ricordare qualche gara?

Ricordo, ad esempio, la Milano-Sanremo del 1975: quasi trecento chilometri di corsa. Tirava un fortissimo vento contrario. Quando c’è il vento il lavoro dei gregari diventa ancora più importante. Per chilometri e chilometri – noi gregari della squadra – abbiamo fatto i cosiddetti “ventagli”, ossia ci siamo disposti per tenere i capitani riparati dal vento, cercando di tenerli nelle posizioni più avanzate. È stata una fatica tremenda e, quella volta, non siamo neppure riusciti nel nostro intento.

Ricordo, ovviamente, la famosa tappa di montagna del Giro d’Italia del 1974 in cui Tista staccò Eddy Mercks in salita e finì secondo in classifica generale alle spalle del cosiddetto “cannibale” (perché vinceva sempre lui) per soli dodici secondi di ritardo: in quella tappa sono stato a fianco di Tista – nel gruppo dei primi – sino al lago di Misurina: l’ho rivisto poi all’arrivo e solo allora ho saputo come era andata.

Ho comunque portato a termini tutti i mei Giri d’Italia, tranne uno soltanto, ma a motivo di una caduta seria.

  • Ci sono altri esempi illustri? Di solito come va tra fratelli in corsa?

All’epoca c’erano i fratelli belgi Roger ed Eric De Vlaeminck. Roger era fortissimo. Anche Eric lo era, ma preferiva fare le gare di ciclocross: non sempre correvano insieme, da fratelli.

In genere, se uno dei fratelli è forte e l’altro meno, si resta nella stessa squadra. Solo quando – ma avviene raramente – i fratelli sono più o meno sullo stesso livello ed hanno entrambi possibilità di vincere corse importanti, possono stare in squadre diverse e concorrenti. Non è stato evidentemente il nostro caso.

Ad inizio carriera avrei avuto anch’io la possibilità di andare in un’altra squadra per cercare di vincere in prima persona: ho rinunciato, non avrebbe avuto senso, perché avrei potuto ottenere, al più, qualche migliore risultato, ma sarei finito comunque a fare il gregario. Ho preferito stare sempre in squadra con Tista, anche se, come ho detto, da professionista è cambiato il nostro modo di andare in bicicletta: era diventato, anche per me, un lavoro.

Dopo lo sport la vita
  • Dopo lo sport avete fatto ancora molto altro insieme?

Abbiamo allestito, insieme, il negozio-officina di bici da corsa e mountain-bike qui ad Arzago. L’abbiamo chiuso poco più di anno fa, andando in pensione. Ho finito per fare il “gregario” di Tista anche in negozio. Il corridore famoso era ed è indubbiamente lui. Insomma, abbiamo passato insieme tutta una vita, da fratelli – anche litigando – ma restando sempre molto uniti, anche con le nostre famiglie. Tuttora abitiamo in case adiacenti, in campagna.

  • Giovanni Battista mi ha parlato, poco tempo fa, in una intervista per SettimanaNews, della sua conversione. C’è qualche affinità tra la sua storia e la tua storia spirituale?

Conversione è una parola grossa. Sempre abbiamo bisogno di convertirci. Preferisco parlare di cambiamento, di un primo e di un dopo. In mezzo c’è un fatto o un segno di Dio. C’è stato un momento che ora ricordo nitidamente, come del resto quel momento in cui ho deciso, da ragazzino, di salire su una bicicletta da corsa.

Ma questo fatto – di cui ora ti dico – è stato molto più forte e molto più importante. Te lo racconto come sono capace. È un momento che ha una data e persino un’ora precisa: 18 febbraio 1994, tra le 20.30 e la mezzanotte, nelle stesse ore in cui, in un’altra data, successiva, con i miei fratelli e le mie sorelle mi sarei trovato al capezzale della mamma.

Mia moglie era ammalata. Una sua amica ha insistito perché insieme andassimo ad un incontro di preghiera dei carismatici, quelli che facevano riferimento a padre Tardif, di cui, allora, io non sapevo proprio niente. Io stesso non stavo bene in quel periodo. Avevo mal di schiena a causa di due ernie discali. Riuscivo a stare in piedi oppure sdraiato, ma non seduto. Non volevo proprio andare. Mi chiedevo semplicemente come sarei riuscito a stare seduto per ore, tra l’altro, per niente. Ma sono andato.

Ho cominciato ad ascoltare le testimonianze di guarigione mentre, tra me, pensavo che fosse tutta una montatura. Sta di fatto che sono riuscito a stare là seduto per tre ore, tra i canti, le preghiere e le testimonianze, senza accorgermene. Alla fine, mi sono alzato senza avvertire dolore, con l’intenzione di non tornare più.

La settimana successiva si è verificata la stessa storia: l’invito dell’amica a mia moglie, mia moglie che insiste con me e io che di nuovo non voglio andare ma, che alla fine, mi lascio trascinare. Ci sarebbe stata anche la Messa, quella volta. Mi hanno persino spinto a confessarmi, cosa che non facevo da qualche anno. Sentivo cantare: “Chi ha sete venga a me e beva” (Gv. 7,37).

Non so come meglio dire: so solo che, lentamente, ho sentito quelle parole pronunciate proprio per me, con affetto: mi sono messo a piangere, spontaneamente, senza timori e con gioia.

Ecco perché dico che c’è stato un cambiamento: che c’è un prima e un dopo nella mia vita. Prima sapevo di Dio perché ero stato educato dalla mamma e dal catechismo a “credere” in Dio, dopo ho capito che il Signore stava dicendo le sue parole a me, proprio a me.

In seguito a quel fatto, ho passato sei mesi un po’ fuori di testa, come in una sorta di stato di innamoramento. Da quel momento ho cominciato a vedere le cose – passate e presenti – della mia vita in maniera diversa, nuova. È quanto dice di sé anche Tista: più o meno come me.

  • Ora come vivi, Gaetano?

Sono ministro straordinario della comunione e sagrista nella mia parrocchia. Come sagrista mi alterno con un’altra persona, bravissima: certo è per me un bell’impegno. Anche in tal senso ho fatto resistenza al Signore, ma poi mi sono lasciato convincere. Il mio parroco – ancora residente nella casa canonica – è avanti con l’età e ha qualche problema di salute.

Non sappiamo sino a quando avremo un parroco residente e un prete sempre presente in paese. Penso che sia doveroso mettere il mio impegno per la Chiesa. La nostra parrocchia è piccola: gli abitanti sono poco più di tremila e la chiesa, alle funzioni, è mezza vuota, specie adesso col virus; mancano soprattutto i giovani.

Da quando ho iniziato a correre in bicicletta sono cambiate tante cose. Il mondo è cambiato. Qui, negli anni, sono arrivati i soldi, è arrivato il benessere. Ciascuno cerca per sé il proprio vantaggio. Tutti vogliono arrivare “primi”. Ma le famiglie sono spesso spaccate. I giovani si perdono. Ci sono divisioni persino nella comunità e nel paese. Siamo continuamente esposti ai peccati contro la comunione col Signore e tra noi. Questo mi dispiace molto. Mi sono chiesto cos’altro potessi fare.

Perciò – con mia moglie – ho preso ad ospitare ogni settimana, nella nostra casa, un gruppo di una decina di persone: ci troviamo, recitiamo insieme il rosario, cantiamo, leggiamo il brano del Vangelo della domenica e condividiamo con semplicità i nostri pensieri. In questo momento non è possibile per via del covid, ma spero che potremo riprendere presto. Per me e per la mia famiglia, è il modo di sentirmi ancora compagno di squadra della vita degli altri, di qualcuno: suggeritore, consigliere, amico, fratello. In questo senso sono contento di sentirmi ancora un buon gregario.

  • La presente testimonianza è stata raccolta dallo scrivente seduto attorno ad un tavolo di trattoria – col pane e col vino – in compagnia dei fratelli Gaetano e Giovanni Battista Baronchelli.
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