“Underworld”: uno sguardo sul presente

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società

Pubblichiamo qui un interessante intervento di un ricercatore – collegato all’esperienza del piccolo centro ricerche Insight[1]sugli ambiti liminali dell’esistenza e del vivere sociale – che, a partire dai suoi studi sulla letteratura americana, si pone in dialogo – anche – con la riflessione di Bruno Latour e può rappresentare un importante stimolo per la riflessione teologica sul presente[2].

Se davvero, come diceva Calvino, l’unica cosa che la letteratura può insegnare è un particolare modo di guardare, cioè di essere nel mondo, allora non c’è nulla di illecito nell’utilizzare come strumento ottico quello che è ormai considerato un vero e proprio classico della narrativa contemporanea.

Underworld di Don DeLillo, infatti, è uno dei romanzi chiave di uno scrittore che, per l’attenzione e l’acume che ha mostrato nell’osservare il mondo occidentale e le molteplici implicazioni dell’American way of life, si è meritato giustamente l’appellativo di antropologo del presente. Nei suoi libri, d’altra parte, vengono toccati molti nodi cruciali della forma di vita in cui siamo immersi: globalizzazione, reflusso politico, marginalità, crisi delle relazioni, consumismo, perdita di radicamento storico, delocalizzazione, capitalismo sfrenato, minaccia atomica, e tutta una serie di altri argomenti sempre più tristemente all’ordine del giorno.

Il ‘900 americano

In generale, semplificando un po’, potremmo dire che tutta la sua opera ruota intorno alla mancanza sempre più evidente di una possibilità di presa sul mondo, a quello «sfumare dell’esperienza [diminishing existence[3] che un personaggio del suo primo libro, Americana (1971), in omaggio a Persona di Bergman, registrava profeticamente come cifra caratterizzante della nostra epoca.

Underworld (1997) si configura in un certo senso come la summa romanzesca di tutta la produzione di DeLillo nella seconda metà del Ventesimo secolo: pubblicato al volgere del millennio, in un periodo cruciale per la storia (e la narrativa) statunitense, è costruito come una lunghissima cavalcata all’indietro che dagli anni Novanta arriva fino agli anni Cinquanta, intercettando sostanzialmente tutti gli avvenimenti decisivi della storia del secondo Novecento.

Ma non sono solo la ricchezza e l’attualità dei temi e delle situazioni narrative che esplora a fare del testo di DeLillo una possibile bussola, o quantomeno un punto di osservazione privilegiato sul presente; è soprattutto nella sua tessitura formale, nella sua calibratissima architettura che va ricercata quella «particolare intelligenza del mondo che la letteratura e solo la letteratura può dare»[4].

Proviamo allora, con una certa libertà, ad aprirlo dalla fine. Nell’epilogo Nick Shay, sostanzialmente il protagonista del libro e il narratore di alcune sue parti, richiama alla memoria i giorni della sua giovinezza, caotica, disordinata e rimpianta, giorni in cui era «capace di agire»[5], di esercitare una qualche modalità di presa sul mondo, di adesione, per quanto problematica, all’esperienza.

Poi la narrazione ritorna prerogativa di una voce altra, esterna, ma forse per certi versi anche una misteriosa estensione della coscienza di Nick; il racconto scivola in un territorio imprendibile, l’orizzonte sconfinato e inafferrabile della rete, una dimensione in cui non esistono «spazio o tempo», ma «solo collegamenti»[6].

Tutto è collegato

È qui che viene esplicitato il vero e proprio Leitmotiv del romanzo: «Tutto è collegato [everything is connected]». «Collegato, ipercollegato [linked, hyperlinked[7], sono espressioni-chiave, variazioni sul tema del motivo principale di Underworld, un libro in cui, in effetti, tutto si intreccia ripetutamente.

Nnon tanto perché il racconto, quel formidabile e primario strumento di conoscenza umana, costituisca di per sé uno dispositivo magico e risolutivo, ma soprattutto perché DeLillo riesce a connettere in una sofisticatissima (e geniale) macchina narrativa i diversi fili, scoperti e sotterranei, dei destini individuali e collettivi, le traiettorie di vita dei singoli e i punti di svolta della Storia.

Non è un caso, d’altra parte, che una delle sfide principali del romanzo, forse l’elemento che lo rende particolarmente urgente per il nostro presente, sia appunto quella di recuperare il contatto con un’esperienza sempre più sfilacciata e surrogata da continue rimediazioni e mediatizzazioni. Ed è una sfida che si gioca spesso ai margini, nei luoghi liminali e di confine, quelle zone sollecitate continuamente da una scrittura che mira a imprimere al mondo una forma nuova, a dare voce e spazio a quelle che Catherine Morley, con un’espressione suggestiva, ha chiamato le «tasche dimenticate della storia»[8].

Una vera e propria poetica dei margini che, anche se partendo da presupposti e percorsi di certo molto diversi, trova dei decisivi punti di contatto con alcuni cardini della riflessione antropologica di Bruno Latour, in particolare l’invito, ribadito a più riprese in Tracciare la rotta (2017), a «ritessere bordi, involucri, protezioni»; in altre parole, ad atterrare, a «toccare terra», a prendere coscienza della recisione sempre più profonda del nostro mondo rispetto alla realtà, «alienati come siamo dall’assenza di un mondo comune da condividere»[9].

Orientamento

In questo senso, l’underworld di DeLillo può veramente diventare una possibile bussola; un mondo di derelitti, di sconfitti, di outcasts e marginali, di certo non celebrato in quanto tale con morbosa compiacenza, ma raccontato come possibile punto di frizione, come «traccia di una resistenza profonda […] alla liquefazione del reale, alla perdita dell’esperienza, alla finzionalizzazione della storia»: una feritoia da cui guardare il mondo fuori, fuori dalla «finzione dorata in cui abbiamo tentato di rinchiuderci»[10].

Il finale di Underworld, allora, costituisce davvero un esempio da manuale di quella possibilità di sguardo sul mondo che, con le parole di Calvino, abbiamo evocato in apertura.

Non è un caso che le ultimissime pagine ci interpellino direttamente, che la narrazione volga alla seconda persona invitandoci a «guardare fuori dalla finestra […], fuori dallo schermo, fuori dalla rete», a prendere coscienza delle «dense misure dell’esperienza», a cercare, magari partendo proprio da quelle tasche dimenticate, un orizzonte altro, un «sussurro di riconciliazione» condensato in «una parola che si protende all’infinito»: «una parola che diffonde un desiderio attraverso la distesa viva della città e oltre i ruscelli sognanti e i frutteti, fino alle colline solitarie. Pace»[11].

Davvero una parola (e una storia) di cui abbiamo bisogno.


[1] https://www.zikkaron.com/wp-content/uploads/2022/07/Insight-presentazione-11.05.pdf

[2] http://www.settimananews.it/profili/latour-una-eredita-per-il-lavoro-teologico/ e http://www.settimananews.it/cultura/bruno-latour-rilettura-teologica/

[3] D. DeLillo, Americana (1971); trad. it. Americana, Einaudi, Torino 2014, p. 343. Traduzione di M. Pensante.

[4] I. Calvino, Romanzi e racconti, vol. II, a cura di M. Barenghi e B. Falcetto, Mondadori, Milano 1999, p. 1774.

[5] M. Moss, «Writing as a Deeper Form of Concentration»: An Interview with Don DeLillo (1999), in Th. DePietro (a cura di), Conversations with Don DeLillo, University Press of Mississippi, Jackson 2005., p. 160.

[6] D. DeLillo, Underworld (1997); trad. it. Underworld, Einaudi, Torino 2014, p. 877. Traduzione di D. Vezzoli.

[7] Ibid.

[8] C. Morley, The Quest for Epic in Contemporary American Fiction, Routledge, New York 2009, p. 128.

[9] B. Latour, Où atterrir? Comment s’orienter en politique (2017); trad. it. Tracciare la rotta. Come orientarsi in politica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2018, pp. 20, 13 e 8. Si veda anche http://www.settimananews.it/societa/apocalisse-di-fuoco-proposte-per-la-politica-e-la-teologia/

[10] F. Bertoni, Letteratura. Teorie, metodi, strumenti, Carocci, Roma 2018, p. 56.

[11] D. DeLillo, Underworld, cit., pp. 879-880.

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