Violenza di genere: dati inquietanti

di: Andrea Lebra

«Duole constatare che nelle nostre società, tante volte caratterizzate da contesti familiari fragili, si sviluppano comportamenti violenti anche nei confronti delle donne, la cui dignità è stata al centro della lettera apostolica Mulieris dignitatem, pubblicata trent’anni or sono dal santo pontefice Giovanni Paolo II. Davanti alla piaga degli abusi fisici e psicologici sulle donne, c’è l’urgenza di riscoprire forme di relazioni giuste ed equilibrate, basate sul rispetto e sul riconoscimento reciproci, nelle quali ciascuno possa esprimere in modo autentico la propria identità, mentre la promozione di talune forme di indifferenziazione rischia di snaturare lo stesso essere uomo o donna» (Francesco, Discorso ai membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 7 gennaio 2019).

I dati del Rapporto 2019 Eures (Ricerche economiche e sociali) su “Femminicidio e violenza di genere”, diffusi alla vigilia del 25 novembre (giornata mondiale contro la violenza di genere), mostrano una situazione decisamente drammatica.

Nei primi dieci mesi dell’anno in corso sono stati già 94 in Italia gli omicidi con vittime femminili. Quasi uno ogni tre giorni. 80 commessi in ambito familiare/affettivo e 60 all’interno di una relazione di coppia.

Un fenomeno che non tende a diminuire

Secondo i risultati della banca dati dell’Eures sono 142 le vittime di omicidio di sesso femminile rilevate in Italia nel 2018. Si supera, quindi, di una unità le 141 dell’anno 2017.

In termini relativi, le vittime femminili raggiungono nel 2018 il valore più alto mai documentato in Italia, attestandosi sul 40,3%, a fronte del 35,6% dell’anno precedente (29,8% la media del periodo 2000-2018).

Considerando gli ultimi venti anni (dall’anno 2000 a oggi), le donne uccise in Italia raggiungono complessivamente le 3.230 unità, di cui 2.355 in ambito familiare e 1.564 per mano del proprio coniuge/partner o ex partner.

Ad aumentare nel 2018 sono soprattutto i femminicidi commessi in ambito familiare/affettivo (+6,3%, da 112 a 119), dove si consuma l’85,1% degli eventi con vittime femminili. Aumentano anche le vittime femminili della criminalità comune (17 nel 2018 rispetto alle 15 del 2017), mentre diminuiscono gli omicidi maturati negli ambiti “di prossimità” (da 13 nel 2017 a 6 nel 2018 le donne uccise da conoscenti, in ambito lavorativo o di vicinato nel 2018).

Anche nel 2018 la percentuale più alta dei femminicidi familiari è commessa all’interno della coppia, con 78 vittime, pari al 65,6% del totale (+16,4% rispetto alle 67 del 2017): in 59 casi (pari al 75,6%) si è trattato di coppie “unite” (46 tra coniugi o conviventi), mentre 19 vittime (il 24,4% di quelle familiari) sono state uccise da un ex partner.

Stabile o in flessione la presenza di altre figure: le madri uccise scendono infatti da 18 a 14, le sorelle da 5 a 3, mentre le figlie uccise passano da 12 a 13.

Ancora in aumento, nel 2018, anche il numero delle donne anziane vittime di femminicidio (48 le ultrasessantaquattrenni uccise nel 2018, pari al 33,8% delle vittime totali, di cui 41 in ambito familiare). Il dato conferma la fragilità di tale componente della popolazione, sempre più numerosa, spesso isolata e maggiormente esposta ai fattori sociali e materiali di rischio (disagio, malattia, disabilità).

Si attesta, infine, al 24,4% la percentuale delle donne straniere tra le vittime di femminicidio (35 in valori assoluti di cui 29 in ambito familiare).

Nel 28% dei casi “noti” sono stati inoltre riscontrati precedenti maltrattamenti a danno delle vittime (violenze fisiche, stalking, minacce), spesso noti a terze persone. Il che conferma come il femminicidio rappresenti l’ultimo anello di una escalation di vessazioni e violenze che la presenza di un’efficace rete di supporto (amicale, sociale, istituzionale) potrebbe essere in grado di arginare.

La più alta presenza di donne uccise è rinvenibile nel Nord Italia anche nel 2018 (66, pari al 45% del totale italiano, di cui 56 in famiglia). Mentre il 35,2% dei femminicidi si registra al Sud (50 casi, di cui 42 in famiglia) e il 18,3% nelle regioni del Centro (26 casi, di cui 21 in famiglia).

A livello regionale, è la Lombardia a registrare anche nel 2018 il più alto numero di donne uccise (20), seguita dalla Campania (19 vittime), dal Piemonte e dal Lazio (rispettivamente con 13 e 12 casi).

Tra le province si segnala il dato di Caserta, con 9 vittime femminili, affiancata da Roma (9 casi), cui segue la provincia di Monza Brianza (7 vittime nel 2018 contro le 2 del 2017), mentre sono contenute in 4 le vittime censite a Milano (erano 10 nel 2016 e 7 nel 2017).

Gelosia e movente passionale

Coerentemente alla forte caratterizzazione di coppia dei femminicidi familiari, il principale movente risulta quello della gelosia, dell’amore possessivo e morboso impropriamente definito “passionale”, riscontrato nel 32,8% dei casi. Talvolta, alla base dei dissidi ci sono motivi economici. Vi sono anche casi in cui l’omicidio viene perpetrato per liberarsi della relazione in atto, ovvero per ragioni connesse a relazioni extra-coniugali, ovvero ancora dall’incapacità di accettare l’abbandono dopo la fine della relazione.

Seguono, con ampi scarti, le liti e i dissapori (16%) e il disagio della vittima (15,1%), cui occorre tuttavia affiancare il 13,4% dei casi “spiegati” dal disagio mentale dell’autore del reato.

Gli strumenti di morte

Sono le armi da fuoco il principale strumento di morte nei femminicidi commessi in Italia nel 2018 (32,4%), con 46 vittime a fronte delle 22 del 2017 e delle 33 nel 2016.

In flessione risulta invece il ricorso ad armi da taglio (33 vittime, pari al 23,2%, rispetto a 52 nel 2017), cui è da attribuire un numero di casi analogo a quello rilevato per gli omicidi commessi “a mani nude”, attraverso una violenza estrema diretta, ovvero per strangolamento, soffocamento, percosse, precipitazione, utilizzo di corpi contundenti.

L’utilizzo delle armi da fuoco prevale nel 2018 anche in ambito familiare (con 41 vittime, pari al 34,5%), con un aumento delle vittime pari al 116% (erano 19 nel 2017).

Violenze sessuali

In costante aumento negli ultimi cinque anni le violenze sessuali denunciate, che raggiungono nel 2018 le 4.886 unità, con una crescita del 5,4% sul 2017 e del 14,8% sul 2014.

Di queste ben 1.132, pari al 25,9% del totale, risultano minorenni. Le vittime femminili del reato di violenza sessuale raggiungono nel 2018 il 92% del totale, in crescita rispetto all’89,9% dell’anno precedente.

In crescita anche la componente straniera delle vittime femminili, che raggiunge nel 2018 il 26,9% (era del 26,4% nell’anno precedente).

Sono le regioni del Nord a registrare la crescita maggiore dei reati denunciati (+8,3% nell’ultimo anno e +22,5% tra il 2014 e il 2018) insieme a quelle del Centro (rispettivamente +8,5% sul 2017 e +15,6% sul 2014). Al Sud, invece, il fenomeno si presenta sostanzialmente stabile tra il 2014 e il 2018 (+0,3%) e in leggera flessione nell’ultimo anno (-2,7%).

Il Nord concentra inoltre il 53,5% delle denunce registrate in Italia nel 2018 (contro il 21,9% al Centro e il 24,6% al Sud). Ancora il Nord presenta l’indice di rischio più elevato (9,4 reati ogni 100.000 abitanti) superando la media nazionale (8,1) e i valori del Centro (8,9) e del Sud (5,8).

A livello regionale è la Liguria, con 11,4 denunce ogni 100.000 abitanti, a presentare il rischio più alto, seguita dall’Emilia-Romagna (10,3), dalla Lombardia (10,2), dalla Toscana (10), dal Trentino-Alto Adige (9,8) e dal Lazio (con 9 denunce ogni 100 mila residenti). Sul fronte opposto, l’indice più basso si riscontra in Basilicata (3,7), seguita dalla Puglia (4,8), dalla Calabria (5,2) e dalla Campania (5,5).

In valori assoluti colpisce tuttavia il dato della Lombardia, dove i reati denunciati nell’ultimo anno superano la soglia delle mille unità (1.025), seguita dal Lazio (533 denunce), dall’Emilia-Romagna (457), dalla Sicilia (369) e dal Veneto (357).

Atti persecutori

Anche il reato di “atti persecutori” (stalking) presenta una crescita costante negli ultimi anni, raggiungendo nel 2018 le 14.871 denunce, il valore più alto dell’intero periodo considerato, con una crescita del 4,4% tra il 2017 e il 2018 e del 19,5% rispetto al 2014.

Secondo gli ultimi dati disponibili, le vittime femminili di stalking rappresentano il 76,2% del totale (83% in Trentino-Alto Adige), in crescita rispetto al 73,9% del 2017, mentre le vittime straniere si attestano sull’11,6%, sostanzialmente in linea con la loro incidenza sulla popolazione residente (tale valore sale al 19,7% in Trentino-Alto Adige e al 19,3% in Emilia-Romagna).

A differenza di quanto rilevato per le violenze sessuali e per i maltrattamenti in famiglia, piuttosto contenuta risulta invece la componente dei minori, pari al 3,8% del totale.

L’incremento dei reati denunciati è riscontrabile in tutte le macro aree geografiche, con i valori più alti al Sud (+26% tra il 2014 e il 2018 e +3,7% nell’ultimo anno), seguito dal Centro (+18,6% sul 2014 e +1,9% nell’ultimo anno) e dal Nord (+12,7% tra il 2014 e il 2018), dove tuttavia si riscontra la crescita maggiore del fenomeno nel confronto con l’anno precedente (+6,6%).

In termini di composizione percentuale, nel 2018 nel Sud si conta quasi il 44,7% delle denunce registrate in Italia, così come l’indice di rischio più alto (32 denunce ogni 100.000 abitanti). Il 36,1% delle denunce riguarda invece una regione del Nord, dove l’indice per 100 mila abitanti scende a 19,3, preceduto da quello del Centro (23,7), dove si conta il 19,2% dei reati denunciati.

È la Sicilia, con 35 denunce ogni 100 mila abitanti, a presentare l’indice più alto, con 10 punti di scarto rispetto alla media nazionale (24,6), seguita da Campania (34,4), Calabria (33,8) e Basilicata (30,2) mentre, sul fronte opposto, l’indice più basso si riscontra in Valle D’Aosta (15), Veneto (15,1) e Trentino-Alto Adige (15,6).

In valori assoluti numeri impressionanti si registrano in Campania, con 2.004 denunce nel 2018 (+9,8% sul 2017), seguita dalla Lombardia con 1.945 denunce (+4,6% nell’ultimo anno), dalla Sicilia (1.762) e dal Lazio (1.561, con un incremento del 7,5% sul 2017 e del 32,1% sul 2014).

Maltrattamenti in famiglia

Tra i reati ascrivibili alla violenza di genere sono i maltrattamenti in famiglia a registrare il maggiore incremento nel 2018, attestandosi nel 2018 a 17.453 delitti denunciati, il valore più alto dell’ultimo quinquennio.

Anche per questo reato la componente femminile delle vittime risulta particolarmente elevata, rappresentando nel 2018 l’81,6% del totale (in crescita rispetto all’80% del 2017).

A livello regionale l’incidenza della componente femminile assume valori compresi tra l’83,9% del Piemonte e il 74,5% della Calabria.

Alta risulta inoltre la percentuale delle vittime femminili straniere, attestandosi nel 2018 sul 23,2% (come nel 2017), presentando tale componente “indici di rischio” indicativamente tre volte superiori a quelli delle donne italiane.

A livello regionale la percentuale più alta di vittime straniere si rileva nelle regioni del Centro-Nord, con i valori più alti in Veneto (35%), Trentino-Alto Adige (34,4%) ed Emilia-Romagna (33,9%), a fronte di percentuali decisamente più contenute in Campania, Sardegna e Puglia (rispettivamente 8,7%, 9,1% e 9,6%).

Molto significativa la presenza di vittime minori (1.965 in valori assoluti, pari a circa 6 al giorno nel 2018), che rappresentano l’11,1% delle vittime totali, con una crescita del 14% sull’anno precedente.

Le denunce risultano in aumento in tutte le macro-aree: nel Centro Italia l’incremento è pari a +11,5% sul 2017 ed a +36,4% sul 2014; nel Nord del 10,5% e del 27% sul 2014, mentre nel Meridione risulta pari a +13,1% sul 2017 e a +34,2% sul 2014.

In termini relativi, il Sud (33,3 reati per 100.000 abitanti) registra un rischio significativamente superiore alla media nazionale (28,8), presentando uno scarto consistente rispetto al Centro (28,9) e soprattutto al Nord (25,4).

Tra le regioni è la Sicilia a presentare l’indice più alto, con 37 denunce ogni 100.000 abitanti, seguita dalla Campania (36,6), dal Molise (33,6), dal Lazio (31,9), dalla Sardegna (31,7) e dalla Calabria (31,2), mentre l’indice più basso si riscontra in Veneto (17,4) e nelle Marche (18,4).

In valori assoluti colpisce tuttavia ancora una volta il dato della Lombardia e della Campania, dove i reati denunciati nel 2018 superano le duemila unità: rispettivamente 2.807 (+8% sul 2017) e 2.132 (+24,2%). A seguire il Lazio e la Sicilia (con 1.880 e 1.870 denunce).

“Una profonda trasformazione culturale”

“Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?”, esclama, preoccupato, Dante Alighieri al capitolo XVI del Purgatorio.

È la domanda che sorge spontanea dopo la lettura dei dati raccolti dall’Eures, istituto di ricerca impegnato da oltre 20 anni nella promozione e nella realizzazione di attività di studio, di formazione e di analisi applicata in campo economico, sociale e culturale.

Le leggi a tutela della dignità della donna e per contrastare la violenza di genere ci sono, ma chi le fa rispettare?

In ogni caso le leggi non bastano! Per contrastare efficacemente la violenza di genere, occorre un intervento non soltanto repressivo ma, primariamente, educativo e di sensibilizzazione sociale.

Continua ad essere di rilevante attualità la dichiarazione resa il 25 novembre 2018 dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne: «La violenza sulle donne purtroppo non conosce confini geografici, distinzioni di classe o di età: è iscritta in tante singole biografie. In ogni sua forma, fino all’omicidio, non è mai un fatto privato né solo conseguenza di circostanze e fattori specifici, ma si inscrive in una storia universale e radicata di prevaricazione sulla donna. Ogni ferita fisica e psicologica inferta a una bambina, ragazza o donna, ogni ingiustificata svalutazione delle capacità femminili sono forme di oppressione antica che rendono le donne meno libere, meno uguali, subalterne, infine vittime. Vanno superate discriminazioni, pregiudizi o stereotipi sui ruoli e sulle attitudini basati sull’appartenenza di genere, iniziando dall’infanzia e in particolare dal mondo della scuola. La prevenzione avviene soltanto continuando ad operare per una profonda trasformazione culturale che trovi il suo miglior esito nella promozione del rispetto e nell’affermazione delle donne nella società».

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