Violenza di genere: dati Istat

di: Andrea Lebra

«State molto attenti a far piangere una donna, perché Dio conta le sue lacrime! La donna è uscita dalla costola dell’uomo, non dai piedi perché dovesse essere pestata, né dalla testa per essere superiore, ma dal fianco per essere uguale. Un po’ più in basso del braccio per essere protetta e dal lato del cuore per essere amata» (Dal Talmud di Gerusalemme).

violenza di genere

La Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere,[1] istituita con delibera 18 gennaio 2017 del Senato della Repubblica e presieduta dalla senatrice Francesca Puglisi, sta lavorando a pieno ritmo in vista della relazione finale che dovrà essere presentata al Parlamento entro i primi mesi del 2018.

Il 27 settembre ha avuto luogo l’audizione dell’Istat. Audizione di notevole rilevanza dal momento che, tra gli obiettivi della Commissione, vi è anche quello di indagare il fenomeno del femminicidio e della violenza di genere da un punto di vista quantitativo.

Merita, pertanto, richiamare i dati forniti e illustrati dal presidente dell’Istituto nazionale di statistica, Giorgio Alleva.

Violenza di genere: fenomeno di difficile misurazione

Va premesso che la violenza contro le donne è un fenomeno di difficile misurazione, perché si sviluppa soprattutto negli ambienti più familiari, dove una donna dovrebbe sentirsi più sicura e dove può trovarsi ad affrontare in solitudine una situazione che la vede opposta a persone vicine. Le ragioni per le quali questo fenomeno rimane in ampia misura sommerso sono proprio da ricercare nella prossimità con l’autore dei crimini e nelle complesse e devastanti reazioni emotive e psicologiche che la violenza, episodica o reiterata, innesca nelle vittime.

Come è noto, l’Istat da lungo tempo è impegnato nella misurazione del fenomeno della violenza di genere contro le donne. Nel 1997, nell’ambito dell’indagine sulla sicurezza dei cittadini, si rilevarono per la prima volta anche i casi di molestie sessuali, fisiche, telefoniche, esibizionismo, molestie e ricatti sessuali sul lavoro, lo stupro e il tentato stupro.

La prima indagine interamente ed esplicitamente dedicata alla violenza sulle donne è stata condotta dall’Istat nel 2006. L’indagine è stata ripetuta nel 2014. I relativi dati, diffusi nel 2015, sono già ampiamente noti,[2] ma la Commissione parlamentare ne ha ritenuto utile una nuova lettura da parte del presidente dell’Istat.

La violenza sulle donne secondo l’Istat

Secondo le elaborazioni effettuate dall’Istituto nazionale di statistica a partire dai dati del Ministero dell’interno, sono state 149 le donne vittime di omicidi volontari nel 2016 in Italia. Esaminando la relazione tra autore e vittima, di quei 149 omicidi di donne nel 2016, quasi 3 su 4 sono stati commessi nell’ambito familiare: 59 donne sono state uccise dal partner, 17 da un ex partner e altre 33 da un parente, per un totale di 109 casi su 149.

Con l’indagine del 2014 l’Istat ha stimato che, nel corso della propria vita, poco meno di 7 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni (6 milioni 788 mila), quasi una su tre (31,5%), hanno subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale: dalle forme meno gravi come lo strattonamento o la molestia a quelle più gravi come il tentativo di strangolamento o lo stupro.

Per quanto riguarda la violenza sessuale, l’Istat stima in 4 milioni e mezzo le donne vittime di una qualche forma (realizzata o tentata) di violenza sessuale nel corso della propria vita. In più di un milione di casi (1 milione e 157 mila) si è trattato delle forme più gravi: stupro (3,0%; 652 mila) e tentato stupro (3,5%; 746 mila).

Il 10,6% delle donne dichiara di aver subìto una qualche forma di violenza sessuale prima dei 16 anni ed è purtroppo in aumento la percentuale dei figli che hanno assistito a episodi di violenza sulla propria madre (dal 60,3% al 69% tra il 2006 e il 2014) e di quelli che sono stati direttamente coinvolti (dal 15,9% al 24,6%).

L’importanza di questo aspetto è testimoniata dalla relazione esplicita tra vittimizzazione vissuta e assistita da piccoli e comportamento violento: il tasso di violenza da partner attuale passa dal 5 (5,2% delle donne con un partner attuale) al 25% (25,4%) se il partner ha assistito alla violenza del padre sulla propria madre, per arrivare al 36% (35,9%) se ha subito violenza fisica da parte dei genitori, in particolare dalla madre.

Molestie e ricatti sessuali sul lavoro

L’Indagine Istat sulla sicurezza dei cittadini ha permesso di focalizzare l’attenzione su un altro aspetto specifico della violenza di genere: le molestie e i ricatti sessuali in ambito lavorativo.

Sulla base della rilevazione svolta nel 2016, l’Istat stima che siano un milione 403 mila le donne che hanno subito, nel corso della loro vita lavorativa, molestie o ricatti sessuali sul posto di lavoro. Esse rappresentano circa il 9 per cento (l’8,9%) delle lavoratrici attuali o passate, incluse le donne in cerca di occupazione.

In particolare, i ricatti sessuali per ottenere un lavoro o per mantenerlo o per ottenere progressioni nella carriera hanno interessato, nel corso della loro vita, 1 milione e 100 mila di donne (1.173 mila pari al 7,5% delle donne con le caratteristiche illustrate sopra).

Solo una donna su 5, tra quelle che hanno subito un ricatto, ha raccontato la propria esperienza, parlandone soprattutto con i colleghi (8,1%), molto meno con il datore di lavoro, dirigenti o sindacati. Quasi nessuna ha denunciato il fatto alle Forze dell’ordine (0,7%).

Rilevazione dei delitti per cui è iniziata l’azione penale

Per delineare un quadro il più possibile completo sulla violenza di genere, l’Istat utilizza anche le informazioni provenienti dal sistema giudiziario (numero delle condanne e caratteristiche dei soggetti condannati) relative ad alcuni reati che possono essere considerati a vocazione maggioritaria di genere.

Per quanto riguarda il reato di stalking, nel 2015 risultano essere state 15.733 le persone adulte iscritte nei registri delle procure per almeno un reato per le quali è stata disposta l’archiviazione o si è deciso di intraprendere l’azione penale. L’azione penale ha avuto luogo per poco più della metà dei casi (8.041, pari al 51,1%).

Sempre nel 2015, risulta che sia stata presa una decisione di archiviazione o di inizio dell’azione penale per 21.305 iscritti per almeno un reato di maltrattamenti in famiglia e per poco più del 40 per cento (42,5%) di essi si è intrapresa l’azione penale. Anche per il reato di maltrattamenti si registra una tendenza in aumento del numero di autori per i quali è stata presa una decisione.

Relativamente ai reati di violenza sessuale e violenza sessuale di gruppo, gli autori iscritti per i quali è stata presa una decisione nel 2015 risultano essere 6.196, anche in questo caso con una tendenza all’aumento.

Sentenze di condanna

Dalle informazioni sulle sentenze di condanna definitiva emerge un quadro di grande interesse.

Da quando, nel 2009, è entrata in vigore la legge che definisce il reato, le condanne per stalking sono in forte aumento: 35 sentenze nel 2009, 1.601 nel 2016, di cui 1.309 con condannato italiano (di cui 1.212 maschio) e 292 straniero (18,2%).

I reati più frequentemente associati al reato di stalking sono la violenza privata, le lesioni personali, le ingiurie. Sono in aumento i tempi dalla data del reato commesso alla sentenza definitiva: da meno di un anno a due anni, in primo grado; 3 anni nel 2016 in appello.

Per quanto riguarda il reato di maltrattamenti in famiglia, le sentenze di condanna da 1.320 nel 2000 sono passate a 2.923 nel 2016. L’andamento è determinato sostanzialmente da condannati uomini nati in Italia.

I reati maggiormente associati, in tutti gli anni, al maltrattamento in famiglia sono stati minaccia, violenza sessuale e violenza privata e lesioni personali, mentre altri reati associati in alcuni anni sono stati l’estorsione e la resistenza a pubblico ufficiale.

Sostanzialmente costanti, nel periodo considerato, i tempi necessari per arrivare alla sentenza definitiva dalla data di reato commesso, che sono sempre pari a 40 mesi circa in media. In leggera diminuzione i tempi per arrivare alla sentenza finale quando diventa definitiva in primo grado, da 62 mesi per le sentenze inscritte nel 2000 a 56 nel 2016.

Sono cresciute leggermente da 1.124 nel 2000 a 1.419 nel 2016 le sentenze definitive contenenti almeno un reato di violenza sessuale, perpetrate prevalentemente da autori italiani e uomini, anche se è salita la componente autore straniero, passata dal 21,1% nel 2000 al 41,6% circa nel 2016. I reati che con maggiore ricorrenza sono associati al reato di violenza sessuale sono lesioni personali, maltrattamenti, violenza privata, atti osceni, sequestro di persona, ma anche violenza su minori.

Il periodo medio in mesi tra la data del reato commesso e la sentenza definitiva di condanna varia tra i 24 e i 30 mesi nel periodo considerato quando la sentenza diventa definitiva in primo grado, con un lievissimo, irregolare aumento nel tempo; intorno ai 60 mesi se la sentenza è in secondo grado.

L’informazione statistica sulla violenza di genere: pregi e lacune

È di tutta evidenza, ai fini dell’elaborazione di efficaci politiche e azioni di prevenzione e contrasto, l’importanza di avere a disposizione dati e informazioni in grado di fornire alle istituzioni, alle associazioni e ai cittadini, una base di riferimento per valutare la portata dei fenomeni, conoscere le caratteristiche di vittime e autori, comprendere radici e contesti in cui maturano questi crimini.

L’Italia, quanto alle indagini sulle reali dimensioni, condizioni, qualità e cause del femminicidio e, più in generale, di ogni violenza di genere, non è seconda a nessun altro Paese. Le due indagini svolte dall’Istat nel 2006 e nel 2014 l’hanno resa all’avanguardia in questo campo.

Rimane in ogni caso molto da fare in fatto di rilevazione sistematica, integrata e omogenea dei dati sulla violenza di genere nelle sue varie espressioni su tutto il territorio nazionale da parte dei diversi “attori” coinvolti (dalle Forze dell’ordine alla magistratura, dai servizi socio-sanitari alle tante realtà del privato sociale, dal mondo accademico a quello della cultura e della ricerca).

Per colmare le lacune, il presidente dell’Istat ha segnalato alla Commissione parlamentare l’urgenza di realizzare il “Sistema integrato di raccolta ed elaborazione dati” disposto dal Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, adottato nel luglio 2015.

L’architettura di questa banca dati nazionale prevede la raccolta di dati provenienti da fonti diverse:

  • indagini campionarie periodiche sulle persone, come le indagini sulla violenza contro le donne (da condurre ogni 4 anni), sugli stereotipi e pregiudizi connessi ai ruoli di genere e gli atteggiamenti e la tolleranza verso le diverse forme di violenza;
  • dati amministrativi, come i dati sanitari, le informazioni in possesso delle Forze di polizia e del Sistema giudiziario, i dati raccolti presso i Centri
  • antiviolenza, le Case rifugio e il numero 1522.

Il sistema prevede anche l’alimentazione di una parte inerente la normativa nazionale e internazionale, gli aspetti definitori della violenza di genere, le politiche intraprese in termine di prevenzione primaria e secondaria del fenomeno, le buone pratiche messe in atto sul territorio, intese come protocolli di rete predisposti a livello locale per la presa in carico della vittima.


[1] Cf. SettimanaNews.it n. 9/2017 (dal 27 febbraio al 5 marzo).
[2] Cf. Settimana n. 24 del 21 giugno 2015.

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