La vita breve dell’homo sapiens

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Stefano Mancuso è esperto di botanica e docente presso il Dipartimento di Scienze delle Produzioni Vegetali, del Suolo e dell’Ambiente Agroforestale dell’Università di Firenze, dove ha fondato e dirige il Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale (LINV). Membro fondatore dell’International Society for Plant Signaling & Behavior, ha insegnato in università giapponesi, svedesi e francesi ed è accademico ordinario dell’Accademia dei Georgofili.

Le idee guida dei suoi studi partono dalla constatazione, tutt’altro che scontata, che «le piante non si limitano a vivere, ma sono anche in grado di sentire». Nel campo della divulgazione scientifica ha scritto numerosi saggi; i più recenti sono: Botanica (2017 e 2021), L’incredibile viaggio delle piante (2018), La nazione delle piante (2019), La pianta del mondo (2020).

Il 10 settembre 2022 a Festivaletteratura Mancuso ha animato l’evento dal titolo Per un pianeta verde, in cui ha accostato i principali dati del cambiamento climatico con la vita delle piante.

I prodotti e la vita

Il 2020 sarà ricordato come l’anno del Covid, ma ancor più come il momento in cui la massa dei prodotti dell’uomo (cemento, plastica, ecc.) ha superato la massa della vita, cioè quella degli esseri viventi. La massa degli uomini viventi è pari allo 0,01% della massa della vita, eppure, l’uomo ha determinato un cambiamento epocale. Si pensi che 100 anni fa la massa dei prodotti dell’uomo era inferiore all’1% di quella della vita: in un secolo abbiamo stravolto il mondo. Come è potuto accadere?

Innanzitutto, abbiamo ridotto pesantemente la massa della vita. Sappiamo che 12.000 anni fa, quando l’uomo da raccoglitore e cacciatore diventò anche agricoltore, vi erano 6.000 miliardi di alberi. Oggi ne restano 3.000 miliardi, la metà; di questi, ben 2.000 miliardi sono stati eliminati negli ultimi 2 secoli.

Un’evidenza di ciò è data dalla distruzione della foresta amazzonica, residuo di foresta primaria ancora non toccata dall’uomo. In Europa le foreste primarie sono scomparse negli ultimi due secoli; nel 1820 un uomo in viaggio da Palermo a Oslo avrebbe attraversato foreste primarie quasi ininterrottamente.

Le foreste che abbiamo oggi nel nostro continente sono state fatte dall’uomo. La foresta primaria è importante perché contiene la maggior parte delle specie viventi; distruggendola mettiamo a rischio tutti gli esseri viventi che la abitano. Ogni anno registriamo un saldo negativo di 15 miliardi di alberi, nonostante la riforestazione.

Il report 2021 dell’Università di Cambridge sulla biodiversità ci informa sulle conseguenze della distruzione delle foreste. La zoonosi, passaggio di virus dagli animali all’uomo, è triplicata negli ultimi 50 anni e determina il 75% delle malattie umane (Ebola, HIV e forse Covid). Oggi assistiamo ad una deforestazione frammentata: si tagliano pezzi di foresta primaria per insediarvi attività umane (estrazioni, colture, allevamenti) mentre l’uomo è preda dei virus presenti nella foresta primaria.

Costi ambientali

Tutto ciò ha anche un peso economico: il Covid è già costato oltre 2.000 miliardi di dollari. Ma c’è soprattutto un costo ambientale enorme per le trasformazioni operate: ad esempio, il 96% dei mammiferi viventi sono o uomini o animali allevati dall’uomo; l’85% degli uccelli sono pollame per l’alimentazione umana; per i pesci si calcola che fra 50 anni resteranno solo quelli d’allevamento.

Siamo nel mezzo della sesta estinzione di massa della storia. La quinta avvenne alla fine del Cretaceo, circa 66 milioni di anni fa, probabilmente causata da un asteroide caduto sullo Yucatan: cambiò il clima e, nei 2 milioni di anni successivi, scomparve almeno il 75% delle specie. Oggi abbiamo un tasso di estinzione simile a quello di allora, valutato tra 1.000 e 10.000 volte superiore al normale, ma che sta avvenendo in pochi decenni.

In secondo luogo, oggi costruiamo molto materiale sintetico. Si pensi che la Cina produce in un anno tanto cemento quanto prodotto negli USA negli ultimi 100 anni. Sulla Terra la massa totale del cemento è 1,5 volte quella delle piante, la massa della plastica è 2 volte quella di tutti gli animali. Colpisce soprattutto la rapidità con cui avvengono queste trasformazioni.

Riscaldamento globale

La riduzione della biodiversità si combina con il riscaldamento globale, causato dall’emissione nell’atmosfera di gas serra prodotti dall’uomo (ciò è noto alla scienza da 80 anni). Dal 1800 a oggi la temperatura media terrestre è aumentata di +1,3°C. Nei nodi climatici territoriali l’aumento è maggiore: nell’area mediterranea è già di +2,0°C.

Il proposito è quello di restare sotto +1,5°C entro il 2100, ma ormai è una meta difficile da raggiungere. Se anche fermassimo tutte le emissioni oggi, la concentrazione di CO2 nell’atmosfera aumenterebbe per altri 40 anni. Gli scenari più accreditati prevedono un aumento termico medio variabile da +2°C a +4°C per fine secolo.

Sembra poco un aumento di solo +1,5°C, ma non è così. Ad esempio, si pensi che una diminuzione di appena – 0,5°C portò alla creazione di una piccola era glaciale nell’Europa tra il 1450 e il 1750. E, d’altra parte, un aumento di +2,0°C potrebbe incrementare la temperatura corporea rendendoci difficile la vita.

Da uno studio del Politecnico di Zurigo si evince che fra 50 anni Roma avrà il clima odierno di Tunisi, Trieste quello di Catania, Londra quello di Barcellona; e le città del sud Italia avranno un clima simile a quello del Sud Sahel. I luoghi non abitabili sono oggi circa l’1% delle terre emerse, ma nel 2070 saranno il 18% e su questo 18% vivono 2 miliardi di persone.

Ci dobbiamo aspettare forti migrazioni climatiche di massa e non potremo più dire “aiutiamoli a casa loro”.

Cosa fare?

Ciò che sta accadendo è ancora peggio rispetto ai modelli predittivi. Per questo dobbiamo puntare ad azzerare le emissioni al più presto. Negli ultimi 4 milioni di anni la concentrazione di CO2 nell’atmosfera era stabilmente di circa 220 ppm; oggi è di 421 ppm, con un incremento annuo, rispettivamente, di 1 ppm nel periodo 1980-2000, 1,5 ppm dal 2000 al 2010, 2 ppm dal 2010 al 2020.

Il riscaldamento globale è il più grave problema che abbia mai avuto l’umanità: dobbiamo invertire la rotta e diminuire la concentrazione di CO2 il prima possibile. Ma questo intento trova la resistenza dei governi, nella convinzione che ridurre la CO2 porti meno ricchezza.

Se questa è la situazione, che cosa possiamo fare? Certamente occorre sforzarsi al massimo per ridurre le emissioni di gas climalteranti (in particolare della CO2). Ma questo cambiamento richiede tempi lunghi, forse 100 anni, tempi che non possiamo permetterci, vista la gravità della situazione.

Possiamo guadagnare circa 60 anni di tempo piantando alberi, perché le piante assorbono la CO2 per costruire la loro biomassa. Ogni euro che investiamo piantando alberi rende 1.000 volte di più di quello che potremmo ottenere con qualunque tecnologia. Gli alberi vanno piantati soprattutto nelle città, le quali occupano l’1,6% del terreno abitabile, producono l’85% dei rifiuti e l’80% della CO2, consumano l’80% delle risorse.

Ci chiediamo: perché non piantiamo alberi? Quanti ne dobbiamo piantare? C’è spazio a sufficienza?

Difficile rispondere alla prima domanda (forse perché siamo idioti?). Per il resto è stato calcolato che bisogna piantare 1.000 miliardi di alberi, ripristinando così la metà di quelli che abbiamo distrutto negli ultimi 200 anni. Lo spazio c’è, se si vuole operare nel modo giusto.

Sappiamo che oggi il 50% delle terre abitabili è impiegato per agricoltura e allevamento, una superficie grande come 5 volte gli USA. L’80% di tale superficie è dedicata a produrre alimenti di origine animale, che forniscono all’uomo il 20% delle calorie e il 23% delle proteine. Col restante 20% di terreno agricolo produciamo cibi di origine vegetale che danno l’80% del nostro fabbisogno calorico e il 77% di quello proteico.

Basterebbe ridurre del 25% il consumo di carne per liberare una superficie pari a quella degli USA, sufficiente per ospitare i 1.000 miliardi di alberi necessari. Dunque, raggiungere l’obiettivo non è facile, ma non impossibile. Ma per farlo è necessaria una conversione ecologica radicale, che richiede lunghi percorsi educativi, rivolti soprattutto ai giovani.

Del buon uso del cervello

Noi uomini riteniamo di essere la specie migliore per l’uso che facciamo del nostro cervello. Ma per essere migliori dobbiamo dimostrare di saper raggiungere prima delle altre specie l’obiettivo fondamentale, la sopravvivenza della specie.

Ma stiamo andando in questa direzione? Si è calcolato che la vita media di una specie è di circa 5 milioni di anni. L’homo sapiens esiste solo da 300.000 anni; quindi, per raggiungere l’obiettivo, deve durare per oltre 4,7 milioni di anni (se scompare prima avrà provato di essere una specie stupida) e per farlo deve usare al meglio il suo cervello, diversamente da quello che ha fatto e sta facendo.

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