Vita dei detenuti, vita da detenuti

di:

carcere e isolamento

Sono cappellano al carcere della Dozza. In questi giorni mi sento molto “confratello” dei vostri parroci e di quanti esercitano un ministero pastorale verso questa porzione di Chiesa costretta agli “arresti domiciliari”.

In questi giorni sentiamo il peso di dover stare in casa. “Loro” sono costretti – senza deroghe – a stare in un edificio che si chiama casa (circondariale) ma casa non è. Voi da innocenti, “loro” a convivenza stretta col proprio rimorso (e a volte anche con la certezza della propria innocenza). (Penso anche ai tanti, troppi, che starebbero volentieri in casa se solo ne avessero una).

Ordine e separazione

In questi giorni, come le persone detenute, dobbiamo stare al chiuso perché ciascuno può essere una minaccia all’incolumità dell’altro. Benché, a differenza delle persone detenute, voi siate innocenti. Sperimentiamo quanto sia insopportabile sentirsi inclusi dentro una zona rossa dove ciascuno è pericoloso per il semplice fatto di abitarci. E senza nemmeno conoscere la data del “fine pena”.

In questi giorni, come i reclusi e le recluse, molti, troppi sperimentano la solitudine e l’isolamento. Il dramma nel dramma di questa pandemia è che separa dai propri cari proprio mentre si avrebbe più bisogno di una vicinanza affettuosa. Si è costretti a soffrire e perfino a morire senza che alcuno possa tenerti per mano, e, viceversa, senza poter tenere la mano della persona amata che soffre. Non poter essere presenti al momento della malattia, dell’agonia, dell’ultimo saluto: esperienza comune (e disumana) del condannato, ora esperienza degli innocenti.

In questi giorni, l’impossibilità di incontrare i propri cari a colloquio ha innescato una miscela di rabbie che è esplosa in una violenza senza giustificazione alcuna e, peggio, senza una finalità. Possiamo, in soggettiva, comprendere il dolore per tutti quegli innocenti che devono subire la pena indiscriminata di non poter vedere nemmeno per un’ora il marito, la moglie, il figlio o figlia, il papà o la mamma che si trovano nella zona ancor più rossa del carcere.

Come Penelope

In questi giorni l’incontro con la porzione di Chiesa, che vive da sempre reclusa, è precluso a me e a quanti – ministri, volontari, semplicemente amici – cercano ogni giorno di tessere la tela di rapporti umani che possano ospitare il desiderio di Dio: lui si accontenta di un quorum molto basso (due o tre) pur di abitare in mezzo a noi. Non ha bisogno di chiese affollate. Tantomeno di carceri sovraffollate.

Tela di Penelope, perché a ogni giorno succede una notte nella quale un qualche maligno – cangiante come un virus – semina la zizzania della divisione, del rifiuto, dell’esclusione. Non smettiamo di tessere, perché ad ogni notte succede un  giorno.

In questi giorni non possiamo celebrare l’eucaristia. La pandemia ci sta costringendo a una forma del nostro essere Chiesa che ci farebbe bene capire comunque.

La vita cristiana e la vita di Chiesa nascono molto scarne nelle manifestazioni esteriori e l’eucaristia, che pure è “fonte e culmine” della vita di fede, non si identifica con le forme che nella storia ha assunto e che l’hanno portata, anche nel nostro tempo, a essere “la” forma della liturgia e della vita di Chiesa.

Ma “in principio non fu così”. La pandemia ci sta togliendo alcune forme preziose e incastonate (cosa molto positiva in sé) nell’espressione quotidiana e ordinaria della nostra vita di fede.

Al cuore della comunità cristiana

Possiamo vivere questi momenti come invito a riscoprire l’essenza della nostra vita ecclesiale. Ritrovare il significato e il gusto della Chiesa domestica. Riscoprire il valore sacramentale del pane spezzato in casa. Perfino nella cella di un carcere. Perseverare attaccati all’essenziale: la parola di Dio, la comunione, la frazione del pane e la preghiera (cf. At 2,42).

I muri fanno le chiese e noi italiani sappiamo quanto siano belle e preziose per la nostra vita spirituale. Ma siamo noi, persone vive, pietre viventi a fare la Chiesa. Anche senza muri, anche dentro ai muri.

Io sento che la ferita inferta dalla pandemia non è soltanto il “digiuno eucaristico”, ma il digiuno dall’incontro. La nostra vita di fede si fa ardua senza la vita fraterna, senza l’incontro. Lo dico da cappellano del carcere, che conosce quanto sia difficile mantenere la fede senza l’esperienza ripetuta della comunione.

Che non sia solo male

La caratteristica “diabolica” di questa pandemia è che ci isola e ci divide (diàbolon = colui che divide), che trasforma gli incontri in contagi, gli abbracci in epidemia.

Non lasciamo che questa pandemia sia soltanto male (perché male è). Come il popolo di Israele, in quell’esodo che la quaresima evoca, non ha lasciato che il deserto fosse soltanto deserto.

Con fatiche moltiplicate, si stanno ricostruendo infrastrutture e muri della casa circondariale. Noi Chiesa, casa di Dio, impegniamoci a costruire, nonostante il virus diabolico che ci divide, quel tessuto di rapporti umani che superano i muri. Per riscoprirci Chiesa senza muri. Non sarà stato invano.

  • Articolo ripreso dall’inserto diocesano «Bologna Sette» di Avvenire (29 marzo 2020).

Papa Francesco, dopo l’Angelus di domenica 29 marzo ha detto:
«In questo momento il mio pensiero va in modo speciale a tutte le persone che patiscono la vulnerabilità di essere costretti a vivere in gruppo: case di riposo, caserme… In modo particolare vorrei menzionare le persone nelle carceri. Ho letto un appunto ufficiale delle Commissione dei Diritti Umani che parla del problema delle carceri sovraffollate, che potrebbero diventare una tragedia. Chiedo alle autorità di essere sensibili a questo grave problema e di prendere le misure necessarie per evitare tragedie future».

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