25 dicembre – Natale: Vivere l’oggi di Dio con l’Emmanuele

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meditazione natalizia per la vigilia

Il titolo che ho dato a quest’ultima riflessione riprende in parte quello di un bellissimo libro di Roger Schutz, l’indimenticato priore di Taizé, Vivere l’oggi di Dio, che ebbi la fortuna di leggere alla fine degli anni cinquanta, quand’ero studente di teologia.

Vorrei ora riassumere attorno a due parole il senso di quanto ci siamo andati dicendo in questi giorni di preparazione al Natale, due parole chiave che costituiscono come un filo rosso che attraversa due vangeli, Matteo e Luca, e che disegna una strada per noi, che in quanto «seguaci di una Via» (At 9,3), siamo chiamati a percorrere nel quotidiano.

Per via

Il nostro cammino è giunto al punto d’arrivo, che in realtà è un punto di partenza. Lo è stato per i primi che hanno udito la notizia. I pastori, che vanno a cercare il loro “salvatore” in un luogo per loro familiare quale una stalla, da dove poi partono, ma con una “bella notizia”, un vangelo, appunto, che fa di loro altrettanti “angeli”, o messaggeri. Perché, «dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro» (Lc 2,17), e la loro parola è un canto di gratitudine: «se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro» (Lc 2,20).

L’arrivo è stato una nuova partenza pure per i magi venuti da Oriente chiamati da una stella (Mt 2,1-2): cercavano il «bambino, il re dei giudei», in un palazzo reale: lo trovano in una “casa”, lo adorano e gli offrono i loro doni, e quindi «per un’altra strada fecero ritorno al loro paese» (Mt 2,12), tornano, ma, come dirà Eliot, «non più a proprio agio nei loro regni». Dopo aver incontrato Gesù, la “Via”, la loro strada è ora un’altra!

La prima parola su cui sostare è Emmanuele, il Dio con noi. In Gesù, Dio si è messo nelle nostre mani, è diventato un nostro stabile compagno di vita. Non è un ospite di passaggio.

Sostare presso le parole

San Bernardo dirà, riprendendo un salmo in cui la nostra condizione è descritta come quella di uno che dice: «Affondo in un abisso di fango» (Sal 69,3), osserva che, assumendo la nostra carne, Gesù non ci è passato accanto, ma è sprofondato anche lui in noi che siamo “fango”, e lì rimane.

È il vangelo di Matteo, che è organizzato attorno al principio per cui Dio è con noi.

Questo è l’inizio, e in Gesù si compie ciò che è stato promesso, perché il figlio che nasce da una vergine «sarà chiamato Emmanuele, cioè Dio con noi» (Mt 1,23).

Questo è il cuore che pulsa nei suoi discepoli e fa scorrere la vita nella loro comunità per quanto piccola possa essere: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). Questa è l’assicurazione che sorregge in modo stabile il percorso sul quale Gesù lancia quelli che credono in lui e lo annunciano: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Sono le ultime parole del primo vangelo, parole che chiudono e insieme aprono, un arrivo che è dunque una partenza, una fine che è un inizio, che funziona come un propellente che lancia negli spazi dell’umanità di tutti i tempi, per portare a tutti, e ovunque, la grande notizia di un Dio che si fa uomo per stare con noi.

Com’è noto, Luca chiude il suo vangelo con la “partenza” di Gesù, che sale al cielo benedicendo i suoi che rimangono sulla terra. Ma con la medesima scena apre il secondo libro del suo vangelo, la parte che chiamiamo Atti degli Apostoli, dove è indicato con chiarezza che quella partenza è, in realtà, l’inizio di una missione affidata ai discepoli, perché quel Gesù risorto che ora riempie i cieli, deve essere annunciato e testimoniato in ogni dove, fino a riempire tutta la terra (At 1,9-11).

La seconda parola è oggi, che martella il testo dell’antifona dei Vespri di Natale.

«Oggi Cristo è nato;

oggi è apparso il Salvatore;

oggi in terra cantano gli angeli, gioiscono gli arcangeli;

oggi esultano i giusti, dicendo:

Gloria a Dio nelle altezze, alleluia».

Oggi è la parola d’ordine del vangelo di Luca: lo attraversa e lo struttura dall’inizio alla fine. Così suona l’annuncio ai pastori che è ripetuto ad ogni Natale: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10-11). Questa gioia rimbalza nell’antifona, dove cielo e terra, angeli e uomini, cantano, gioiscono, esultano.

L’oggi del Natale risuona in un altro inizio decisivo: nella sinagoga di Nazareth Gesù, dopo aver letto l’oracolo di Isaia che annuncia l’arrivo di uno mandato da Dio a portare liberazione e belle notizie a poveri e oppressi e vista ai ciechi, proclama: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che avete ascoltato» (Lc 4,21).

A metà del cammino, l’oggi ritorna a segnare la quotidianità della sequela: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Luca 9,23).

Alle soglie della passione, l’oggi risuona in uno degli episodi più belli raccontati da Luca, l’incontro di Gesù con Zaccheo, l’esattore delle tasse, abituato alle mazzette, che il rabbi di Nazareth fa scendere dal suo nascondiglio perché vuole sedere a tavola con lui nella sua casa. E quando Zaccheo, sconvolto da tanta bontà, arriva a dire: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto», Gesù risponde con un’affermazione inaudita: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo». Si ricordi che il luogo dove Dio dona la salvezza era il tempio, non certo la casa di un noto ladro! Ma la spiegazione è subito data, la spiegazione è che ora Dio è l’Emmanuele, perché «Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (Lc 10,9-10).

Il vertice di questo percorso dell’oggi è però raggiunto sul Calvario, dove un altro ladro riconosce in Gesù crocifisso il “giusto” per eccellenza, che addirittura governa un “regno”, un ladro che sta morendo e che capisce quello che non aveva capito Pilato, un ladro che si affida a uno che si è fatto suo compagno, “con lui” nella sofferenza e nella morte, supplicando: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno», e che si sente rispondere con una parola incredibile: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,42-43).

Nel fallimento desolante di tanti regni umani, il regno di Gesù diventa un “paradiso”, parola che significa “giardino”, il luogo dove l’uomo era stato collocato secondo il piano originale di Dio (Gen 2,15), e da dove la disobbedienza l’aveva fatto uscire. Facendo della sua vita un dono, Gesù trasforma il Calvario in un giardino.

Nel quotidiano

Le parole «oggi con me» uniscono mirabilmente l’Emmanuele e il quotidiano. È ancora Luca che riesce a trasformare la “croce” da evento tragico e cruento a un modo di essere quotidiano quando scrive: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua (Lc 9,23). Perché il significato e l’essenza della croce è fare della vita un dono, dal “bicchiere d’acqua fresca” dato a chi ha sete (Mt 10,42), alla “vita” intera donata per amore, perché «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13), e Gesù ci ha chiamato tutti suoi amici!

Non ci si stupisca: Natale e Pasqua si intrecciano nella vita di Gesù come in quella di chi lo segue come discepolo, compresi quelli che, anche se non lo conoscono in modo esplicito, camminano sulle sue vie, quelle tracciate dalla «luce vera che illumina ogni uomo», e che continua a «venire in questo mondo» (Gv 1,9).

Dietro Gesù, camminando nella luce del suo Natale, sorretti dalla compagnia di chi si è fatto per noi l’Emmanuele, ogni giorno diventa oggi, il suo e il nostro oggi.

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