Avvento /1 Sperare sulle macerie

di: Nico Guerini

Se la venuta annunciata nel tempo d’Avvento è quella di un “salvatore”, l’attesa prende di riflesso il senso della “speranza”, che è la tipica virtù da educare in questa stagione liturgica. Sarà su questo tema che Nico Guerini svilupperà le sue riflessioni durante le quattro settimane, una per ogni settimana d’Avvento. Saranno le quattro tappe di un cammino che avrà nel Natale il glorioso e gioioso punto d’arrivo.

Il termine avvento credo susciti d’istinto l’idea di un’attesa. Magari si pensa alla prima stagione dell’anno liturgico come un periodo di preparazione alla festa del Natale. Questo è vero nei fatti, ma non si dimentichi che, etimologicamente, il termine latino significa “venuta” (da ad-venire), con quel che di imprevisto e sorpresa – chi? come? dove? – che è passato nel derivato “avventura”, che ci proietta verso «cose che devono, o possono, accadere in futuro», ad-ventura, appunto. Ma non è difficile combinare i due aspetti di questo tempo liturgico, che sono inestricabilmente intrecciati, perché l’uno determina l’altro: ogni notizia di una venuta suscita un’attesa che, dal punto di vista emotivo, prende colori e aspettative proprio dal tipo di venuta.

Tanto per fare un esempio pratico, non è uguale l’attesa alla stazione di un amico che arriva in treno, e quella nell’astanteria di un ospedale.

Pensando a come si intersecano nel tempo d’Avvento la venuta e l’attesa, mi è venuta alla mente la volta a crociera, dove i due tragitti sono indicati dai due costoloni, la cui rotondità attenua la spigolosità delle vele, che si incontrano nella “chiave di volta” che dà loro stabilità, e che, fuor di metafora, è il Cristo, che incarna la venuta e dà senso all’attesa.

l’attesa prende di riflesso il senso della “speranza”

Basilica Sant-Denis

Se la venuta annunciata è quella di un “salvatore”, l’attesa prende di riflesso il senso della “speranza”, che è la tipica virtù da educare in questa stagione liturgica. Sarà su questo tema che saranno sviluppate le riflessioni proposte per le quattro settimane, in cui saranno esplorate e descritte le quattro tappe di un cammino che avrà nel Natale il glorioso e gioioso punto d’arrivo. Data la connessione naturale e strettissima tra speranza e desiderio, il percorso diventa, alla fine, un vivere l’attesa come “pedagogia del desiderio”.

Due mondi si intersecano

Detto questo, forse non ci sorprende più il fatto che, come primo quadro, la liturgia ci presenta una visione di crolli e di disastri, quel discorso escatologico che i sinottici collocano nel cammino di Gesù alla vigilia della sua passione, conclusione tragica di un percorso che, però, si rivelerà transitorio e temporaneo, formalizzato in un principio che fa da vera chiave di volta di tutto il discorso: una morte da cui fiorisce la vita!

Proprio il primo quadro ci aiuta a mettere alla base di queste riflessioni un principio che può sembrare paradossale: la speranza germoglia sulle macerie!

Si parte da qui, giusto per affermare da subito che la speranza non è l’ottimismo facile dei benestanti, dei soddisfatti di sé e di ciò che possiedono, dei “ricchi” secondo la mentalità di questo mondo, ma dei “poveri”, dei “piccoli”, di quelli che avvertono vivo nella loro carne il bisogno di qualcuno o qualcosa che li salvi dalla loro miseria.

Intendo – per dirla con san Bernardo – i «poveri per necessità», cioè coloro che sono tali per una situazione di indigenza non scelta, ma imposta dalla vita, e quelli che, avendo capito il discorso che fa la Bibbia, si “fanno poveri” nel senso della beatitudine evangelica.

Questo ha senso, perché il discorso escatologico, i profeti e, in blocco, il libro dell’Apocalisse, annunciano la fragilità congenita di un mondo che va in rovina, segnato sì da malattie croniche, fisiche e morali, ma affermano altresì che questo mondo si interseca con un altro di segno tutto diverso, che non è solo di là da venire, ma che appare già in questo, anche se in forme meno vistose e quasi nascoste.

Ne fanno testo le belle metafore che caratterizzano il linguaggio di questo tempo: il germoglio, lo spiraglio, la fessura, la lanterna che splende nella notte. È un modo di vedere le cose magnificamente illustrato in alcuni versi del poeta francese Jean-Claude Renard (1922-2002) tratti da un Psaume de l’Avent (Salmo d’Avvento): «Assicurato dagli astri / che una potenza sconfinata è pronta nelle mandorle! / Avanzo tra alberi carichi di vischio lucente / che dedica le sue bacche / all’oscuro sacerdozio che veglia sotto la gelata /… Ascolto la foresta prendere un senso infinito / e insegnarmi già che malgrado ciò che accade e che vi si decompone / un mondo incorruttibile è eletto nel mondo».

Solo se siamo coscienti di questa intersezione dei “due mondi”, e li teniamo ben presenti nella memoria, potremo evitare due scogli opposti: quello di un ottimismo beota che è scuola di superficialità, per non dire della stupidità, e l’opposto di un pessimismo cronico che diventa paralizzante; la saggezza invece sta nel mezzo, nell’“intersezione”, appunto, ed è dinamica e paziente nel contempo, con l’effetto di essere costruttiva.

L’“Avvento di mezzo”

Attendiamo un Salvatore, che è già venuto, che verrà, e che soprattutto viene, in quello che san Bernardo ha chiamato «l’Avvento di mezzo», il medius Adventus, che fa da ponte tra il primo e il terzo e ultimo, come ha ben intuito il poeta inglese W.H. Auden, che ha intitolato il suo splendido Oratorio di Natale, scritto, si noti, durante l’ultima guerra, For the time being (Per il momento), guardando all’oggi, al qui e ora.

L’«Avvento di mezzo», infatti, non è un “altro” avvento, ma significa il trascinamento dell’escatologia dall’idea di un “avvenimento” preciso in un futuro indeterminato a una visione che marca una dimensione connaturale al mondo di sempre: la sua intrinseca fragilità, o “malattia”, e, insieme, la speranza di una guarigione che alla fine sarà totale e definitiva. A questa visione dirige lo stesso Gesù: «Quando queste cose – che accadono di continuo – cominceranno ad accadere, drizzatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (Lc 21,28). Leggo «vicina» come “a portata di mano”, almeno a livello parziale, per ora, e non solo come qualcosa che accadrà tra un po’ di tempo.

l’attesa prende di riflesso il senso della “speranza”

Luca ama parlare di «liberazione», per esempio nei racconti di miracoli come in quello della donna curva (Lc 13,10-17) che viene «liberata» – letteralmente «slegata» – dalla sua infermità.

Nel linguaggio teologico corrente si sente parlare normalmente di “salvezza”: temo che la parola possa persino suonare offensiva all’uomo d’oggi, orgoglioso delle sue conquiste.

Ma c’è un altro termine che forse è più adatto, e magari anche più dolce: quello di “guarigione”. Penso che “salvare” evochi il momento cruciale in cui qualcuno è strappato da una situazione negativa per essere posto in un’altra “fuori pericolo”.

Il “guaritore ferito”

Le cose sono un po’ più complicate. Viviamo – come ho detto – nell’intersezione di due mondi, che convivono in noi sino alla fine: “guarire” significa usare la parte buona di noi per ridurre la forza e l’influsso di quella cattiva. Penso sia ben nota l’espressione con cui Eliot, nei suoi mirabili Quartetti, qualifica Gesù come il «guaritore ferito». È detto tutto: il cuore dell’attività del rabbi di Nazaret (cf. At 10,38), la sua solidarietà con la nostra situazione di “malati” (cf. Eb 5,2), l’effetto mirabile e risanatore delle sue ferite: Per le sue piaghe siamo stati guariti (Is 53,5)! La stessa sintesi si ritrova nella seconda strofa dell’inno dell’VIII secolo Conditor alme siderum che marca i Vespri d’Avvento, e che suona: Qui condolens interitu / mortis perire saeculum, / salvasti mundum languidum, / donans reis remedium (Preso da compassione / per un mondo votato alla morte / l’hai salvato dalla malattia / donando una medicina). C’è la compassione, la solidarietà implicita, la guarigione.

È interessante che, nella revisione del 1632, che si trova nel Liber Usualis, ora anche in Wikipedia, e che resta ben viva nella mia memoria degli anni di seminario, i versi finali della strofa sono stati resi così: impetu / amoris actus, languidi / mundi medela factus es (spinto da un impeto d’amore / per un mondo malato, / ti sei fatto sua medicina).

Alla fine, l’Avvento con il suo messaggio di partenza ci propone un itinerario che incomincia con un invito ad accogliere con uno sguardo positivo non solo i mali del mondo, ma anzitutto e soprattutto i nostri frammenti, i nostri cocci, le nostre ombre.

Penitenza e speranza

Questo tempo ha – com’è noto – anche un carattere penitenziale, segnato dal colore viola. Nella preghiera chiediamo a Dio di stare davanti a lui «con cuore contrito e umiliato». Mi pare il caso di ricordare che “contrizione” viene da un verbo che vuol dire “fare a pezzi”, letteralmente “tritare”, ed è questa una via obbligata per essere capaci di farci “poveri” riconoscendo le nostre malattie, insieme alla misericordia che ci offre la guarigione. Così come sappiamo che non si arriva alla vera umiltà se non passando attraverso umiliazioni di vario genere. Mi sono da tempo affezionato a un versetto del salmo 30(31),13: «Sono dimenticato, caduto dal loro cuore come un morto, / diventato come un vaso in frantumi».

L’Avvento ci aiuta a scoprire, e a costruire, la speranza su questa base di partenza. Una speranza che, all’atto pratico, si traduce in maggiore capacità di pazienza e di compassione, e in uno stato pacificante e liberante di umiltà. L’icona da fissare davanti al nostro sguardo resta pur sempre l’immagine di un “salvatore”, o “guaritore”, che si è mostrato tale nascendo in una stalla e morendo su una croce. Non dimentichiamolo mai.

PS. Vorrei suggerire, almeno a chi ama pregare con la musica, quello che potrebbe essere un ritornello per tutto il tempo di Avvento, l’ascolto di un corale di Bach sull’antico inno Veni Redemptor gentium, reso da Lutero Nunkommder Heiden Heiland (Ora vieni, redentore delle genti), BWV 659, che è una delle più belle preghiere di supplica che io conosca. Sullo stesso corale Bach ha prodotto tre cantate (61, 62, 36) e tre grandi corali per organo (BWV 659, 660, 661). Se ne può vedere un’utile analisi in D. Pezzini, Cantate Domino, «Meditazioni musicali» sul mistero del Natale, Àncora, Milano 2003, p. 32-50. Il volume commenta, anche con esempi musicali, 14 composizioni di 9 autori, da M.A. Charpentier a F. Poulenc.

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