In casa, le cose /4: l’alzatina

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catt0Le paginette che seguono parlano di piccole cose che si trovano in casa perché ancora meglio possiamo abitarla. Una finalità centrale e un tema con echi profondissimi che soprattutto le artiste e gli artisti sanno evocare. Nei loro confronti il mio debito è altissimo.
Ho avvertito la presenza di questi oggetti apparentemente insignificanti ed essi si sono fatti largo al mio sguardo, con insistenza e profondità. Mi hanno accompagnato nella ricerca della casa interiore ma anche nell’abitare gli spazi in cui vivo rendendoli più ospitali.
C’è un sentire religioso in queste righe: più volte nelle preghiere dei salmi la casa è presente e il canto si sposta tra la casa propria (“Camminerò con cuore integro dentro la mia casa (…) Non abiterà nella mia casa chi agisce con inganno…” Sal 101,2 e 7), quella di Dio (“Signore amo la casa dove tu dimori” Sal 26,8) e quella che Dio ci dona (“ai derelitti Dio fa abitare una casa, fa uscire con gioia i prigionieri” Sal 68,7). La sapienza biblica ci invita in percorsi tra case diverse, anche quelle meno accoglienti e da riconoscere come tali con coraggio e forza d’animo. La prospettiva suggerita è chiara: “abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni” (Sal 23,6) . Ho chiesto a un amico fotografo – Matteo Losurdo – di accompagnare con qualche suo scatto queste note e a mio marito – Paolo Marino Cattorini – di leggerle apportando e condividendo qualche correzione. A entrambi un grazie sentito.

Sul tavolo della cucina da qualche anno è presente un’alzatina in ceramica bianca. Non è pregiata e ricordo di averla acquistata con poca spesa in un mercatino allestito all’esterno di una chiesa milanese. Una cosa vecchia tra tante altre, forse tratta da qualche abitazione dismessa da una persona anziana. Spiccava per la sua semplicità e delicatezza.

Guardandola carica di frutta mi è facile rievocare quelle splendide nature morte dipinte tra 500 e 600 da valenti artisti, anche donne. La più superba per me è quella datata nei primissimi anni del 600 e opera di Fede Galizia (Alzata in vetro con pesche, gelsomino, mele cotogne, Cremona, Museo Civico Ala Ponzone) con il leggero biancore di due fiori di gelsomino misteriosamente volati sulle pesche. Questo genere pittorico (con i suoi numerosi sottogeneri: la cucina, la tavola imbandita, i fiori) parla di intime visioni e di aspetti modesti di vita quotidiana.

Le nature morte secentesche di arte fiamminga sono nitidissime e risentono dello spirito religioso protestante, sobrio ed essenziale. Sanno di casa, di interni non sempre sfarzosi, di accurata sistemazione delle cose. Per molti studiosi restituiscono il senso della caducità del vivere (il genere è anche detto “memento mori”), evocano la precarietà e fragilità dell’esistenza. Per altri segnalano elementi naturali guardati con i nuovi occhi della modernità oppure la ricchezza di una dimora signorile. Ma anche la povertà evangelica, come la celeberrima Canestra del Caravaggio.

La mia alzatina dà vitalità alla tavola e soprattutto mi ricorda una mano aperta capace di raccogliere in sé cose buone da porgere a tutti. Cose che danno piacere alla vista e al gusto. Sa essere invitante: a volte qualcuno di casa appoggia tra i frutti un dolcino o qualche caramella.

C’è bisogno di una mano buona che sappia trattenere e mettere in visione ciò che dà piacere. Vanno scartati alcuni prodotti, selezionati altri e accostati con grazia. Ci deve essere qualcuno che pensa ai gusti degli altri oltre che ai propri. L’allestimento va pensato con cura.

Coloro che preparano le vetrine dei negozi lo sanno bene: spesso queste sono accuratissime ma il diaframma del vetro è freddo e distanziante. Decisamente meglio la bancarella del mercato dove tuttavia, accanto ai prodotti, campeggiano i cartellini con i prezzi…

spiritualità

Fede Galizia, Alzata in vetro con pesche, gelsomino, mele cotogne (Cremona, Museo Civico Ala Ponzone).

In casa è diverso. La cucina è un luogo privilegiato; qui si preparano cibi e bevande da consumare a stretto contatto e spesso qui le parole fluiscono più facilmente e trovano il loro spazio. Quando a scuola spiego il Simposio di Platone – il famoso dialogo in cui durante un banchetto i convitati si interrogano su cosa sia l’amore – le giovani studentesse e gli studenti colgono molto bene la stretta relazione lì disegnata tra cibo per la mente e quello per il corpo: la profonda sintonia tra il tema affrontato e l’esperienza di gusto vissuta tra gli ospiti.

Inoltre, non fatico a far loro cogliere la relazione tra questa immagine e quella del banchetto eucaristico. Sanno bene quanto è piacevole mangiare con chi si ama o quanto a volte il cibo sia indigesto in ambienti, anche domestici, dove le relazioni sono precarie e difficili.

In un quadro del pittore contemporaneo tedesco Baselitz è disegnata una grande mano che nel palmo regge un paio di piccole case. Sopra volano uccelli neri che possono inquietare. Il tratto è espressionista e i colori sono duri.

Quasi impossibile il confronto con i toni e i colori oculatamente scelti nella delicatissima alzatina di Fede Galizia. Eppure, in entrambe le opere campeggia un sostegno al vivere quotidiano nella sua esperienza concreta, a tratti difficile e dai cieli cupi.

Un intervento che nel grigiore del quotidiano sappia offrire quella cura che ricerchiamo nei nostri luoghi interiori dove vi sia  “gioia ferma nel cuore come un coltello nel pane” (Antonia Pozzi, La gioia 1933).

In casa, le cose

Carta velina

Conchiglie

La stanza accanto

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