Dio ride. E i cristiani?

di: Andrea Lebra

Il senso dell’umorismo è una grazia che io chiedo tutti i giorni», perché «il senso dell’umorismo ti solleva, ti fa vedere il provvisorio della vita e prendere le cose con uno spirito di anima redenta. È un atteggiamento umano, ma è il più vicino alla grazia di Dio» (Papa Francesco, Intervista del 20 novembre 2016 a TV 2000).

Gli studiosi dei testi neotestamentari ci assicurano che nei vangeli il verbo “ridere” (in greco ghelào) non ha mai come soggetto Gesù. Anzi, è Gesù ad essere “deriso” (kataghelào), ad esempio, dai flautisti e dalla folla nella casa di Giairo, quando afferma che la figlia di questi non è morta ma dorme (Mt 9,24). Il riso sembra apprezzato solo nella prospettiva escatologica. Stando al Vangelo di Luca, infatti, a ridere saranno i beati che ora piangono (Lc 6,21), mentre chi ora ride dovrà piangere (Lc 6,25).

In effetti, i vangeli non presentano mai esplicitamente il sorriso sulle labbra di Gesù. Da questo dato di fatto alcuni padri della Chiesa (cioè alcuni dei maggiori teologi cristiani dei primi secoli) hanno concluso che Gesù non solo non aveva mai sorriso, ma non poteva neppure farlo perché, come afferma la lettera agli Ebrei (12,2), «alla gioia che gli era posta dinanzi ha preferito la croce».

Al riguardo, si possono citare, di Giovanni Crisostomo, due passi delle Omelie sul Vangelo di Matteo e delle Omelie sulla lettera agli Ebrei, che affermano in modo lapidario e senza possibilità di smentite, che «Cristo non ha mai riso». Gli fa eco un autore medioevale, noto come Pseudo-Ambrogio (Ambrosiaster), che di Gesù scrive «flevisse lego, risisse numquam» («leggo che egli ha pianto, mai che abbia riso»). Nell’esortazione di Efrem il Siro Sul fatto che non bisogna ridere (Quod non oporteat ridere) si legge che «il riso rattrista lo Spirito Santo, non giova all’anima e rovina il corpo».

Ma le cose stanno effettivamente così?

il riso di dioAlla domanda risponde, in modo documentato e gradevole, James Martin – gesuita, collaboratore della prestigiosa rivista cattolica America, autore di libri molto apprezzati negli Stati Uniti, conferenziere e noto anche per il suo ministero pastorale con le persole LGBT – con il suo esilarante Anche Dio ride – Perché gioia, umorismo e riso sono al centro della vita spirituale, tradotto recentemente in italiano dalle Edizioni San Paolo.

Il libro è un invito, persino una sfida, a ripensare l’importanza dell’umorismo e del riso nella vita dei credenti. È una sorta di ponte tra posizioni erudite su questi temi e una spiritualità viva. Si rivolge a lettori disponibili ad adottare un approccio scanzonato non solo alla propria esistenza, ma alla vita spirituale in particolare.

Il saggio, pubblicato nel 2011 negli Stati Uniti, è un salutare incoraggiamento a recuperare l’idea che gioia, umorismo e riso non stanno al di fuori delle vita del credente, ma anzi ne occupano il centro. Che è esattamente ciò che papa Francesco nel 2018 scrive nella sua esortazione apostolica Gaudete et exsultate: «Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza» (GE, 122).

Perché in ambito ecclesiale a farla da padrone è spesso l’umor nero?

Nonostante il riso, la gioia e l’umorismo abbiano una lunga tradizione tra i santi e i maestri di spiritualità in numerose tradizioni religiose come componente di una vita sana, l’autore ci invita a prendere atto che spesso, all’interno della cultura delle istituzioni religiose, serpeggia l’umor nero, che i credenti sono descritti come cani bastonati, che la gioia – ovvia conseguenza di un fede vivificante e liberante – sembra essere assente da tanti contesti ecclesiali, che buon umore e umorismo sembrano essere termini non adatti per una autentica vita spirituale.

Questo succede – secondo James Martin – per almeno sei motivi:

  1. spesso di Dio si ha l’immagine di un giudice adirato e severo e non di un padre misericordioso,
  2. si ritiene per lo più che lo scopo della religione sia da considerare di una serietà assoluta,
  3. nella vita religiosa si attribuisce importanza più ai comandamenti negativi che a quelli negativi, più al peccato che alla grazia,
  4. ai vertici delle istituzioni ecclesiali accedono persone serie e austere, ma poco o per nulla divertenti,
  5. chi esercita un ministero nella comunità dei credenti ha a che fare per lo più con eventi tristi e dolorosi (sofferenza, malattia, morte) e non sa o non ritiene necessario valorizzare quelli gioiosi e piacevoli,
  6. si è sostanzialmente incapaci o non disponibili a collocare al centro della vita spirituale gioia, umorismo e riso.

La sesta e ultima motivazione coincide con il tema principale del libro, sviluppato nei nove capitoli ai quali se ne aggiunge di fatto un decimo, costituito da una serie di divertenti barzellette – per lo più a sfondo biblico, teologico, clericale e gesuitico… per rimanere nel proprio ambiente – disseminate nelle oltre trecento pagine dell’opera.

Il paragrafo 1676 del Catechismo della Chiesa cattolica, richiamando il Documento di Puebla della 3ª Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano tenutasi in Messico dal 28 gennaio al 13 febbraio 1979, scrive che, al cuore della fede dei credenti, c’è un insieme di valori che offre saggezza per la vita cristiana.

Tale saggezza – come recita il testo latino – «rationes affert ad laetanter et hilariter vivendum, etiam in vita valde dura». La versione ufficiale italiana recita: tale saggezza «offre delle motivazioni per vivere nella gioia e nella serenità, pur in mezzo alle traversie dell’esistenza». Più correttamente la versione inglese di «laetanter et hilariter» è resa con joy and humour, quella francese con joie et bonne humeur, quella spagnola con la alegría y el humor e quella portoghese con a alegria e o humor.

«Nel mondo a venire balleremo una danza festosa con Dio al centro» 

Nella conclusione del suo saggio James Martin riporta un detto del rabbino americano Burton Visotzky, studioso del Midrash e docente di studi interreligiosi all’Università dell’Illinois a Chicago: «Il riso e l’umorismo sono modi di prepararsi all’estasi del mondo a venire. In effetti, il Talmud dice che nel mondo a venire balleremo una hora (danza festosa della tradizione ebraica, ndr) con Dio al centro».

«Non so bene – commenta padre Martin – come sarà il paradiso: ciascuno lo vede a modo suo. La mia personale visione contempla gioia infinita, amabile umorismo e grandi risate… Se la nostra vita su questa terra ci dà un assaggio del Cielo, come credo che sia, allora potremmo supporre che questo comprenda risate con familiari e amici, finalmente sgravati di ogni doloroso fardello del nostro fisico, felicità condivisa con i santi in compagnia del nostro Dio che ci ama e ha preparato per noi un posto di gioia eterna.

Dio ci aspetta con gioia nella gioia… Perché gioia, umorismo e riso terreni non potrebbero essere un modo di prepararsi a una vita di felicità? Perché non permettersi di godere di un po’ di Cielo in terra? Praticare queste virtù, dunque, non è solo un modo di vivere una vita spirituale più piena ora, ma di orientarsi verso il futuro che ci aspetta… Insomma, sii lieto. Usa il tuo senso dell’umorismo. E ridi con il Dio che vedendoti sorride, si rallegra della tua stessa esistenza e si compiace di te tutti i giorni della tua vita».

«Signore, facci vivere la nostra vita,

non come un gioco di scacchi

dove ogni mossa è calcolata,

non come una partita

dove tutto è difficile,

non come un teorema rompicapo,

non come un debito da pagare

ma come una festa senza fine

dove l’incontro con Te si rinnova

come una danza,

fra le braccia della tua grazia,

nella musica universale dell’Amore.

Signore, vieni ad invitarci!»

(Madeleine Delbrêl)

«I cristiani dovrebbero cantarmi canti migliori»

Concludo questa mia “reazione” alla lettura del libro di James Martin, riportando un’interessante pagina di Enzo Bianchi tratta dal suo libro Le vie della felicità – Gesù e le beatitudini (Rizzoli, Milano 2010, pagg. 11-12): «Noi cristiani dovremmo saper mostrare a tutti gli uomini, umilmente ma risolutamente, che la vita cristiana non solo è buona, segnata cioè dai tratti della bontà e dell’amore, ma è anche bella e beata, è via di bellezza e di beatitudine, di felicità.

Chiediamocelo con onestà: il cristianesimo testimonia oggi la possibilità di una vita felice? Noi cristiani ci comportiamo come persone felici oppure sembriamo quelli che, proprio a causa della fede, portano fardelli che li schiacciano e vivono sottomessi a un giogo pesante e oppressivo, non a quello dolce e leggero di Gesù Cristo (cf. Mt 11,30)? In realtà mi pare che spesso ci meritiamo ancora il rimprovero rivolto ai cristiani da Friedrich Nietzsche oltre un secolo fa: I cristiani dovrebbero cantarmi canti migliori perché io impari a credere al loro redentore: più gioiosi dovrebbero sembrarmi i suoi discepoli (Così parò Zarathustra, Adelphi, Milano 1986, pag. 109)».

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