Guarda le stelle

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santi defunti

La festa di Ognissanti e la Commemorazione dei fedeli defunti sono occasioni per pensieri “altri”. Ci aiuta la forza delle immagini poetiche.

Quelli che sono abituati – e sono tanti – a ritenere “medievale” un calderone di spazzatura in cui viene raccolto tutto ciò che sa di arretrato, di negativo, di cultura della “paura”, a cominciare dal modo di presentare la fede, coinvolgendo in tale quadro quelli che il catechismo chiama i “novissimi”, cioè morte, giudizio, inferno e paradiso, saranno – penso – stupiti di venire a sapere che nella cultura monastica medievale, di cui costituiva la “nota caratteristica”, esisteva ed era incoraggiata una pratica che si potrebbe chiamare “devozione al cielo”.

Scrive Jean Leclercq, il massimo studioso di quella cultura, che «Senza dubbio gli uomini del medioevo hanno pensato all’inferno. Anche i monaci lo descrivono in quelle “visioni” in cui riflettono le immagini e le idee che essi hanno dell’aldilà. Ma i loro viaggi d’oltre tomba, come più tardi quello di Dante, si concludono quasi tutti in Paradiso.

E nei loro testi di preghiere, la meditazione del cielo è più frequente di quella dell’inferno. Appaiono trattati con il titolo: Del desiderio celeste, Lode della Gerusalemme celeste, Della felicità della patria celeste. […] Come si fa oggi talvolta l’esercizio della buona morte, si faceva allora l’esercizio della Gerusalemme: si rifletteva sul cielo, si ravvivava il desiderio di potervi un giorno salire e se ne chiedeva la grazia» (Cultura umanistica e desiderio di Dio, FI 1983, pp. 64-65).

Guardare il cielo

La premessa serve a introdurre una poesia non del medioevo, ma della metà Ottocento, che opera nella stessa temperie sopra descritta. L’autore è un gesuita, grande poeta, e mostra come quella tradizione meditativa è costituiva della fede, per cui ogni tempo è buono per risvegliare quella fede, maggiormente in stagioni come la presente, dove il cielo sembra chiuso e aver perso, anche fisicamente a causa dell’inquinamento, tutti quegli spiragli luminosi di un mondo “altro” che sono le stelle.

Hopkins ci invita a guardarle, anche solo con l’immaginazione, e ad assorbire, gustandoli, tutti i significati che esse possono avere. Ecco il testo de La notte stellata:

Guarda le stelle! Guarda, guarda in alto nei cieli!
Guarda tutto quel popolo di fuoco che siede nell’aria!
I villaggi lucenti, le cittadelle a cerchio lassù!
Giù in foreste oscure le cave di diamanti! gli occhi degli elfi!

I grigi prati freddi dove l’oro, dove l’oro vivo giace!
Bianco sorbo battuto dal vento! Aerei pioppi bianchi in fiamme!
Colombe come fiocchi fluttuanti in fuga dall’aia per lo spavento!
Ah bene! tutto è un acquisto, tutto è un premio.

Compra allora! Offri allora! Cosa? Preghiera, pazienza, elemosina, voti.
Guarda, guarda: una fiorita di maggio, come sui rami di un frutteto!
Guarda! una fioritura di marzo come su salici infarinati di giallo!

Questo è in verità il granaio: dentro sono riposti
i covoni. Questa palizzata che filtra la luce serra lo sposo
Cristo in casa, Cristo e sua madre e tutti i suoi santi.

Possiamo pregare ripetendo le parole di un libro. Oppure dibattendo dentro di noi un problema per trovare un’uscita. O anche richiamando alla memoria parole di vangelo per assimilarle lentamente. O ancora semplicemente “guardando”, come suggerisce questa poesia. Una cosa, comunque, è in ogni caso necessaria: lo stacco deciso da tutto il resto, il moto della volontà che ci strappa dallo stato di distrazione in cui spesso veniamo a trovarci, per metterci direttamente a confronto con una realtà che è “altra”, che è un Altro.

Non è facile: il breve testo che ci guida in questa esplorazione ripete il verbo «guardare» ben sette volte, come a dire che la distrazione è il nostro elemento naturale, la contemplazione è ardua e il prezzo da pagare è alto. Il guadagno però è pure alto: non si tratta semplicemente di nuotare leggeri nella bellezza della creazione (potrebbe essere anche questo una forma raffinata di ipnosi, e non è detto che non abbia un suo valore, ma non è preghiera).

Si tratta piuttosto di leggere nella realtà che appare i segni della realtà “altra”, di caricare il mondo che ci circonda di una potente forza evocativa, così che tutto ci parli, e invece di dis-trarci, cioè “tirarci fuori”, ci aiuti a concentrarci, cioè a “portare tutto il nostro essere verso il centro”.

Non è questa un’operazione aristocratica, un voler fare i difficili o un pretendere di avere le ali dell’aquila quando non ci è concesso neppure il volo dell’anitra. È semplicemente la condizione per meditare. È quello che fanno tutte quelle immagini che, sotto un paesaggio, mettono una frase di vangelo o di un autore spirituale. Perché è quello che faceva regolarmente Gesù: è la struttura profonda dei discorsi in parabole.

Certo, ci vogliono orecchi per “intendere” il discorso, ma chi non sa prima “guardare” la lunga e inarrestabile crescita del seme o il silenzioso e costante dilatarsi della pasta sotto l’azione fermentatrice del lievito avrà meno elementi per cogliere il messaggio che Gesù voleva trasmettere. Perché Gesù era uno che sapeva guardare.

Immagini da contemplare

La meditazione che Hopkins propone è un accumulo di immagini a partire dalla figura base delle stelle, viste sullo sfondo del cielo gelido e terso di una notte d’inverno (la poesia porta la data del 24 febbraio 1877): è un procedere per accostamenti che fondono impressioni diverse eppure convergenti fino a estrarne il senso, la rivelazione finale.

Le metafore campagnole e l’immagine del raccolto, evocate per associazione, rimandano a notissimi testi evangelici: la parabola del seme, quella della zizzania, il mondo come campo, il raccolto come emblema dell’attività apostolica prima e del giudizio ultimo poi.

Le stelle, dunque: un richiamo di luce, che si allarga subito in connotazioni che hanno come elemento dominante l’idea di comunità: il popolo di fuoco, i villaggi lucenti, le rocche raccolte nelle loro mura. Ma è proprio quest’ultima immagine a introdurre il controcanto, a suggerire una presenza di negatività: la rocca evoca l’idea della difesa. C’è dunque un pericolo, c’è dunque un nemico. Ed ecco, infatti, che lo sguardo prima chiamato a perdersi nelle vertigini dei cieli, è ora improvvisamente proiettato «giù» nel fondo degli abissi, nel ventre della terra.

Le stelle sono ora i diamanti, e questo chiama l’immagine del cercatore con il rischio e la fatica che l’accompagna, e sul fondo le «foreste oscure», una presenza che inquieta, un mondo in cui si agitano gli elfi, questi spiriti “pagani” di cui si vedono solo gli occhi, creature notturne che non appartengono al mondo di Dio.

Anche il verso che segue mantiene questa dialettica positivo-negativa: «l’oro, l’oro vivo» (immagine da collegare con le stelle e i diamanti) giace su «grigi prati freddi», che è forse il cielo all’alba, dai toni neutri e cinerei.

Il “prato” porta a un’altra serie di immagini: quelle del sorbo e del pioppo con il vento che li agita. Le loro foglie lucenti sono come stelle. Le tonalità dominanti sono adesso il bianco e il rosso fuoco. I segni dell’innocenza e dello Spirito Santo (e Hopkins può anche giocare con il suo inglese che chiama abele il pioppo bianco, con un’evidente possibilità di rimando biblico ad Abele).

I medesimi segni riappaiono nell’immagine delle colombe in fuga, soffici e candide come fiocchi di neve. Ma ancora rimane il controcanto oscuro: il loro volo è provocato da un attimo di panico, anche se, dopo il primo momento di terrore, il volo pare ricomporsi pacato e sereno, un “fluttuare”, appunto.

Qui il poeta si ferma: è una pausa necessaria dopo l’accavallarsi eccitato e folgorante di tante impressioni visive. La bellezza dell’universo, ancora imprecisata e vaga nel suo significato, diventa «acquisto» e «premio»: l’oro e i diamanti chiedono che li si cerchi, che li si paghi. Il regno dei cieli è come una perla di gran pregio nascosta in un campo (cfr. Mt 13, 44-46).

Ancora splendide metafore

Chi ha guardato, chi ha capito, è ora invitato a comprare. Qual è il prezzo? C’è tutto nell’indicazione che Hopkins concentra nella risposta. La preghiera, per non perdere la bussola e mantenere lo sguardo sulle “stelle”, la pazienza per cercare senza sosta e oltre i fallimenti, l’elemosina come invito a dare qualcosa di nostro, i voti religiosi (povertà, castità e obbedienza) come invito a dare totalmente noi stessi.

Riappaiono ora le metafore, dove le stelle sono come fiori di maggio, o argentee foglie di salice coperte di giallo (il colore dell’oro e delle stelle). E, dopo la primavera, il raccolto. E finalmente è chiaro il traguardo verso cui la poesia tendeva. Il cielo stellato (e tutte le immagini che ne hanno allargato il significato) appare come il regno dei cieli dove stanno riposti e protetti e sicuri per sempre i «covoni».

Il termine inglese che indica i covoni è shocks, che però, secondo alcuni, alluderebbe anche a scosse elettriche, o alla paura. Forse il poeta vuole ricordarci che la gioia della mietitura non deve far dimenticare il lungo sforzo che ha accompagnato la nostra ricerca dell’oro e dei diamanti, o della «perla preziosa» di cui parla il vangelo, per acquistare la quale si deve essere disposti a vendere tutto.

La felicità del raccolto presuppone la speranza che accompagna la semina, la pazienza dei giorni oscuri in attesa che spunti il germoglio, e la cura che accompagna la crescita dello stelo fino al chicco, fino alla maturazione.

Adesso tutto è chiaro. Il «popolo di fuoco», i «villaggi lucenti», sono la comunione dei santi glorificata attorno a Cristo e a sua madre, popolo libero e protetto, circondato dall’amore di Dio, da quella palizzata che, essendo fatta di tronchi, si apre qua e là per lasciar filtrare la luce della festa che si celebra all’interno: le stelle sarebbero come gli spioncini che permettono di occhieggiare nella sala delle nozze.

Montale aveva scorto, guardando il cielo, «Nuvole in viaggio, chiari / reami di lassù! D’alti Eldoradi / malchiuse porte!» (“Corno inglese”, da Ossi di seppia). Ho sempre letto in quei versi un tono di malcelata invidia (o di nostalgia?) per un paese di gioia che il poeta riteneva gli fosse precluso.

Anche in Hopkins, per la verità, pur nel tono generale di gioiosa celebrazione, l’accenno a Cristo-sposo e a qualcosa che si chiude non può non far pensare alle vergini stolte della parabola (cf. Mt 25,1-13) che rimasero «chiuse fuori» e non poterono prender parte al banchetto di nozze.

Resta, dunque, la nota della severità e della messa in guardia, e però giova soprattutto ricordare che le porte del vangelo non sono malchiuse, ma decisamente spalancate, aperte a chiunque si decida a oltrepassarle, secondo l’ordine dato dal Signore al suo servo: «Esci per le strade e lungo le siepi, spingili a entrare, perché la mia casa si riempia» (Lc 14, 23).

I santi e i defunti

La festa dei santi, con cui è facile connettere questa poesia, sta alla fine dell’anno liturgico, ed è la celebrazione di una famiglia che si raduna nella luce proprio quando l’anno sta per morire e il buio allunga sempre più le sue ombre. Per questo è una festa di speranza.

I segni che evocano questo popolo di fuoco che abita in Dio possono essere piccoli e lontani, come le stelle che occhieggiano nel cielo freddo e cristallino di una notte d’inverno. Possono essere fragili e transitori come i fiori degli alberi a primavera. Ma ci sono. L’importante è saper guardare, e saper capire. Questa è, alla fine, la strada per saper sperare.

Non è certo un caso se, alla festa di Tutti i santi, la liturgia fa seguire la Commemorazione dei fedeli defunti, il “giorno dei morti”, come si usa dire. E la gioia straripante di un cielo pieno di santi, si riflette anche sull’atmosfera che dovrebbe caratterizzare il ricordo dei nostri cari defunti. Sembra superfluo, ma forse è utile aggiungere che una tale visione dell’aldilà ha come effetto quello di stravolgere completamente la stessa immagine della morte.

Perché il paradiso che abbiamo contemplato ieri, e che amiamo vedere come la nostra “patria celeste”, è stato descritto da San Bernardo con una formula che appare ben tre volte nelle sue opere come un luogo «dove nessun nemico entra, e da dove nessun amico se ne va» (Sermoni diversi 16,7 e 19,3; Sermone 3,5 per la Vigilia di Natale). Con questa immagine di popolo raccolto nella pace, possiamo gustare e apprezzare quanto ha scritto con efficacia il vescovo americano Charles H. Brent (vissuto tra Otto e Novecento).

Cos’è il morire?
Me ne sto sulla riva del mare,
una nave apre le vele alla brezza del mattino
e parte per l’oceano.
È uno spettacolo di rara bellezza
e io rimango ad osservarla
fino a che svanisce
all’orizzonte
e qualcuno accanto a me dice:
“È andata”.

Andata! Dove?
È sparita dalla mia vista: questo è tutto.
Negli alberi, nella carena e nei pennoni essa è ancora grande
come quando la vedevo,
e come allora è in grado di condurre in porto
il suo carico di esseri viventi.
Che si riduca fino a sparire del tutto riguarda me,
non lei,
e proprio nel momento in cui qualcuno accanto a me dice:
“È andata”,
ci sono altri che stanno scrutando il suo arrivo,
e altre voci levano un grido di gioia:
“Eccola che arriva!”
– e questo è il morire.

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Un commento

  1. Andrea Caelli 1 novembre 2020

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