Guerra: angoscia, imperi, virtù

di:
guerra

© UNICEF

Il titolo di questa riflessione nasce dalle tre celebrazioni che ho presieduto lo scorso Venerdì santo, avendo letto ogni volta la Passione.

Con i disabili mentali

La prima cerimonia l’ho celebrata con la Comunità che ospita persone con gravi disturbi psichiatrici. Alcuni tra loro provengono ancora dalla chiusura dei manicomi; altri si sono aggiunti nel tempo. Celebrare con loro significa adattarsi alle emozioni improvvise e ingestibili, senza meravigliarsi e senza preoccuparsi dei canoni liturgici. Ho ricordato loro le angosce, le paure, gli incubi che vivono, appena attenuati dagli psicofarmaci per dare un minimo senso alle loro giornate.

Per dieci minuti di omelia mi ha accompagnato un silenzio tombale, cosa mai avvenuta in precedenza. Il tema l’ho tratto per la verità dalla narrazione di Marco, dove la solitudine, la paura e l’angoscia di Gesù son ben descritte dall’evangelista.

Sono momenti di smarrimento che sperimentano le vittime dell’Ucraina. Mi è rimasta impressa la scena di un anziano, allettato nella cantina, luogo di rifugio, che gesticolava, con evidenti segni di alzheimer.

È inimmaginabile la profondità di quel dolore, frammisto alla mente che non gestiva – ammesso che potesse gestire – la drammaticità di quei giorni trascorsi, senza luce e senza acqua nello scantinato. Sono milioni le persone che in oltre 50 giorni di guerra soffrono: soprattutto le più fragili: donne, bambini, anziani, i cui equilibri interiori sono stravolti senza un perché e senza che sappiano quando tutto finirà. Non ho trovato parole di consolazione: solo lo star vicino, per quel poco che vale.

In parrocchia

La seconda lettura si è svolta in parrocchia. Gente onesta, leale, religiosa che partecipa da sempre alle celebrazioni pasquali.

L’abbiamo ascoltata dalla composizione di Bach secondo Matteo, adattata per una processione che svolgiamo in parrocchia, chiamata “La via dolorosa”. Quest’anno non ci siamo mossi per le vie e abbiamo ascoltato la composizione in Chiesa.

Non ho avuto dubbi nel parlare anche della guerra. Ho detto loro che è la guerra degli imperi che si combattono: Russia, Cina, Stati Uniti, Europa.

Non ci sono dubbi che, nella guerra attuale, ci sono aggressori e aggrediti: per potere, senz’altro dubbio. Mi sono chiesto quali altri conflitti sono attivi nel mondo, spesso dimenticati, con responsabilità da appurare. Sono arrivato alla conclusione che la guerra, fatta di armi e di morti, è il risultato ultimo e drammatico della competizione che muove il mondo.

La pace è invocata nei momenti tragici, ma può essere efficace solo se si abbassa la competizione. Il cristianesimo, nel quadro moderno, è minoranza; è religione marginale.

Le nostre competizioni iniziano fin dalla nascita. Ogni mamma desidera avere un figlio o una figlia dagli occhi verdi. Sono una rarità, potrebbero essere la fortuna di quella creatura. Continueranno perché il fanciullo o la fanciulla siano belli, sani, forti, ricchi, riconosciuti. Proseguiranno nella ricerca del lavoro, della casa, della famiglia; nella vecchiaia. Una catena di competizioni che, anche se non offendono nessuno direttamente, esigono coraggio, perseveranza, quasi ossessione, pensando sempre e solo a se stessi.

Il resto non conta: vengono in mente le parole delle beatitudini: siate umili, miti, consolatori, giusti, misericordiosi, sinceri, pacifici, fedeli. Quando mai? Chi lo fosse sarebbe giudicato sempliciotto o stravagante.

La cultura competitiva, con la globalizzazione, si è accentuata ed è diventata predominante nel mondo occidentale, per poi espandersi nel mondo intero.

L’insegnamento della Chiesa non ha potuto intaccare questo clima. Per alcuni versi ne è stata coinvolta. Le ricorrenze religiose sono oramai affidate alle forme della pietà popolare. La scuola del pacifismo non è apprezzata perché presuppone la conversione della condotta che nessuna ideologia può imporre.

L’affanno è nel giustificare guerre orrende che richiamano la figura di Caino e non certo quella del Samaritano.

In Comunità

La terza lettura della Passione l’ho celebrata nella Comunità dove vivo. Ho rivolto l’attenzione a quanti sono stati solidali con il crocifisso. Poche donne, insieme a Maria; il Cireneo per obbligo, Giuseppe l’Arimateo dopo la morte. Avere la capacità di commuoversi, di agire per attenuare le sofferenze, di essere accanto al perseguitato è l’unica strada per rispondere al dolore.

Chiedersi perché il male del mondo; invocare Dio perché smetta il suo silenzio sono solo scorciatoie per non assumersi responsabilità.

La pace si crea personalmente e quotidianamente: in famiglia, nella società, in un leale e collaborativo clima di convivenza.

La pandemia e la guerra lontana non porteranno pace perché la comunità tutta non è disposta a scegliere strade autentiche della pace.

Post Scriptum

I media nostrani non sono riusciti a ridurre di un attimo la pubblicità mentre, soprattutto i primi giorni, arrivavano le scene di morti e devastazioni.

Un bambino o una bambina che hanno assistito a quelle immagini avranno pensato che si trattava di uno di quei giochi che ora vanno di moda, dove si può uccidere giocando con la play station. Da adulti penseranno che è necessario uccidere il nemico per vincere ed essere… premiati.

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