La Sindone continua a far discutere

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La Sindone, dal greco sindòn, è un lenzuolo di lino lungo 4,42 x 1,13 metri, costituito da due pezze accostate e unite nel senso della lunghezza. Sulla pezza più grande, larga 1,05 metri, si trova la doppia immagine di un uomo torturato e crocifisso. Il lenzuolo, conservato a Torino dal 9 settembre 1578, era di proprietà dei Savoia, che l’hanno donato al papa nel 1983.

Sindone

La Sindone, il lenzuolo funebre conservato a Torino e che la tradizione cristiana venera come il telo che ha avvolto il corpo di Gesù nel sepolcro, continua ad essere oggetto di studi e ricerche, ma anche di dibattiti e controversie, in particolare sulla sua autenticità. L’argomento appassiona laici e credenti (spesso anche troppo!), in una disputa che non sembra avere mai fine.

L’ultima controversia

L’ultima controversia è sorta in questi giorni, dopo la presentazione sui media di un lavoro di Matteo Borrini, antropologo forense che insegna alla John Moores University di Liverpool, e di Luigi Garlaschelli, docente presso l’Università di Pavia e membro del Cicap, il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze.

La ricerca − che per la verità era già nota nel 2014 ma ora pubblicata sul Journal of Forencic Sciences con l’aggiunta di alcuni esperimenti – ha colpito l’opinione pubblica per «alcune macchie di sangue false» trovate sulla Sindone. In realtà, gli autori non hanno messo in discussione che sul telo vi siano delle macchie di sangue, ma si sono limitati ad affermare che le colate di sangue non sono del tutto compatibili con la posizione di una persona crocifissa e poi deposta nel lenzuolo funebre.

Lo stesso Garlaschelli, dopo essersi fatto scorrere del sangue con una cannula dal polso, ha confrontato le colature sul suo corpo con quelle presenti sul telo di Torino, osservando che le braccia dell’uomo crocifisso avrebbero dovuto essere in posizione quasi verticale per provocare macchie simili.

Per gli autori citati non c’è corrispondenza tra le macchie presenti sulla Sindone e quelle di un uomo crocifisso, avvolto poi nel lenzuolo funebre. Questo – a loro avviso − rilancia l’ipotesi che l’artefice della Sindone sia un abile falsario medioevale, che avrebbe però sbagliato a “disegnare” con il sangue alcune colature sul telo.

Com’è noto, già gli esami effettuati nel 1988, con la tecnica radiometrica del carbonio 14, avevano datato il telo di Torino tra il 1260 e il 1390 d.C., anche se gli esami erano stati considerati non attendibili da alcuni studiosi, anche non credenti, per il grave incendio subito in passato dalla Sindone che ne avrebbe alterato i risultati.

In ogni caso Guarleschelli non è la prima volta che avanza ipotesi sulla non autenticità della Sindone; alcuni anni fa aveva tentato di riprodurre artificialmente la stessa impronta che si trova sul telo, ma senza ottenere dei risultati apprezzabili. D’altronde, come si sia formata l’impronta corporea, frontale e dorsale, dell’uomo crocifisso impressa sulla Sindone di Torino rimane ancora in gran parte da spiegare. Soprattutto nessuno è riuscito – almeno fino ad oggi – a riprodurla in modo credibile.

Sull’attendibilità della ricerca pubblicata dai due autori citati, il fisico Paolo Di Lazzaro, dirigente ricerca ENEA e vicedirettore del Centro internazionale di sindonologia, ha già fatto notare che «non si può affermare che le colature di sangue della Sindone non sono congruenti con la posizione del crocifisso se non ci si avvicina alle condizioni dell’uomo sindonico disidratato, con il sangue vischioso e la pelle tumefatta, sporca e sudata».[1]

Infatti, Di Lazzaro sottolinea che il sangue dell’uomo che è stato avvolto nella Sindone non poteva essere così fluido, come quello che si vede nel video mostrato da Garlaschelli come prova, in cui era comunque presente dell’anticoagulante.

Il sangue dell’uomo della Sindone era quello di una persona torturata, come mostrano i segni della flagellazione e dei chiodi, ed era disidratato: probabilmente non mangiava e non beveva da almeno un giorno. Di conseguenza – annota sempre Di Lazzaro –, il sangue di quell’uomo «doveva essere più vischioso del normale e dunque i percorsi dei rivoli fuoriusciti dalle ferite possono aver preso direzioni molto diverse da quelle del sangue fluidificato usato in questo esperimento».[2]

Il «mistero» continua

Come osservavo nell’Indagine sulla Sindone. Controversie su un’icona cristiana, EDB, Bologna 2015, la mole di studi, di ricerche e di libri sul telo di Torino è incredibilmente numerosa; ma non è facile arrivare a conclusioni certe quando si comincia ad approfondire, senza pregiudizi o fondamentalismi vari, questa interessante testimonianza cristiana.

I “pro” e i “contro” non mancano di certo e sembrano rincorrersi senza via di soluzione. Ma non ho mai creduto che, per la fede cristiana, sia poi così importante sapere se la Sindone di Torino sia vera o abilmente costruita. Il principio a cui si è sempre attenuta la Chiesa è che la fede non viene dal vedere o dal toccare, ma dall’udire la parola di Dio, come dice Gesù a Tommaso: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (Gv 20,29). Non sarà quindi la Sindone ad influenzare la fede di chi crede, come d’altronde hanno sempre affermato anche insigni studiosi di questo telo: «È chiaro che la fede cristiana non si fonda né si fonderà mai sulla Sindone».[3]

Vera o artefatta che sia, l’immagine impressa sul telo di Torino è un «simbolo potentissimo» che ricorda a tutti che il Dio cristiano è incarnato, vive in mezzo agli uomini e ha il volto di chi soffre.

Questo è il messaggio che la pur controversa “icona” della Sindone offre ai credenti e ai non credenti: ricorda la violenza sempre presente nella storia, la tortura, l’umiliazione, il sangue e la sofferenza innocente, anche quella nascosta e invisibile ai più, proprio come quel volto sfocato e velato impresso sul lino.

È sufficiente guardare questa immagine con un cuore sapiente, per superare i vari dubbi. Quel volto è “vero” perché interpella ognuno di noi, chiedendoci «Dov’è tuo fratello?», come Dio a Caino dopo l’uccisione di Abele (Genesi 4,9).

Scriveva un mio alunno, dopo aver visto la Sindone nel 2015: «Sono andato più per curiosità che per altro, ma la vista di quel Telo mi ha realmente e sinceramente emozionato: anche se fosse falso, anche se verrà dimostrato con sicurezza inderogabile che è fittizio, in esso si vede il volto della sofferenza, un fatto comunque reale e veritiero. Prima di arrivare davanti ad essa non sapevo cosa avrei dovuto fare e continuavo a farmi domande; ma arrivato lì ho inteso solo il bisogno di fare silenzio. Stavo davanti alla sofferenza dell’umanità, prima ancora che divina. Anch’io dovevo fare qualcosa di concreto a favore degli altri».

Penso che abbia ragione Mattia; questo è l’atteggiamento giusto di fronte alla Sindone: un’“icona” preziosa, vera “finestra di luce” che può aiutarci a penetrare il mistero divino.


[1] Cf. intervista concessa a Vatican Insider del 17 luglio 2018
[2] Ivi.
[3] La dichiarazione è del prof. Bruno Barberis, già direttore scientifico del Centro internazionale di sindonologia; v. Sindone. Il messaggio universale, Elledici, Leumann (TO) 2009, p. 26.

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3 Commenti

  1. salvo coco 21 luglio 2018
    • Claudio Bargna 24 luglio 2018
  2. Ravecca Massimo 20 luglio 2018

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