Le mani ferite di Gesù

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Le beate ferite del nostro Salvatore sono aperte, ed è loro gioia il sanarci. Le dolci mani graziose della nostra Madre sono pronte e diligenti nel curarsi di noi. Perché lui in tutto questo lavoro esercita proprio l’ufficio di una gentile nutrice che non ha altro da fare se non occuparsi della salvezza del suo bambino. (61.280-281)

Contemplando Gesù morente sulla croce, Giuliana attira la nostra attenzione sulle sue mani che, in quel momento, appaiono bloccate dai chiodi e fissate sul patibolo che lo sta facendo morire. Sono le stesse mani di cui Gesù ha detto parlando di quelli che chiama le sue “pecore”: «Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,28-30).

Sono dunque mani che hanno la forza di una protezione totale e assoluta, ma che ora, inchiodate alla croce, appaiono del tutto impotenti. Siamo all’ennesimo paradosso di questa storia che non finirà mai di stupirci: proprio quelle ferite renderanno quelle mani ancora più aperte, e in grado di essere per tutti fonte di guarigione e garanzia di difesa contro ogni rischio di perdersi. Non per niente, quando Gesù apparirà nella gloria di un corpo risorto, sarà sulle mani che attirerà l’attenzione oltre che sulla piaga del costato, porta d’accesso al cuore (cf. Gv 20,20.25-27). E che queste ferite siano “aperte” significa che esse continuano a sanguinare, continuano cioè a darci vita e protezione.

Del cuore come parte essenziale dell’immagine di Dio Giuliana ha già parlato nel brevissimo capitolo 24 che costituisce la Decima Rivelazione: «Con volto ilare il nostro buon Signore guardò dentro il suo fianco e lo contemplò con gioia. E con il suo dolce sguardo guidò la mente della sua creatura attraverso quella stessa ferita dentro il suo fianco. E là egli mostrò un luogo bello e delizioso, largo abbastanza da contenere tutta l’umanità salvata perché vi riposasse nella pace e nell’amore» (24.188).

Si ha come la sensazione che la porta del costato ferito immetta nell’atmosfera serena del giardino dell’Eden, lo stesso in cui si incontrano l’amante e l’amata del Cantico, luogo di un’intimità felice e riposante e, insieme, spazio immenso destinato ad ospitare l’umanità intera, non come folla caotica e vociante, ma come popolo beato di fratelli viventi nella concordia e nella pace.

Cura e protezione

Se il cuore dice apertura e accoglienza, le mani sottolineano la cura e la protezione, quel “servizio” di cui Gesù ha fatto l’obiettivo centrale della sua vita donata (cf. Mt 20,28).

Ed è qui che prende un grande rilievo la figura “materna” di Dio, che ha già una radice nella Scrittura (cf. Is 49,1; 66,13; Mt 23,37), passa in una tradizione medievale, significativa anche se minore, e trova in Giuliana colei che ne dà lo sviluppo più articolato e intenso.

La reclusa vi ritorna più volte in una lunga sezione che comprende ben sei capitoli, dal 58 al 63, che qui possono trovare lo spazio solo per evidenziare le linee portanti e i passaggi più belli.

Il fondamento della maternità del Figlio è dichiarato con chiarezza da Giuliana: «Io vidi che la seconda persona della Trinità è nostra Madre per natura in quanto ha creato la nostra sostanza, e così in lui siamo fondati e radicati (Ef 3,17; Col 2,7), ed è nostra Madre per misericordia in quanto ha assunto la nostra sensualità» (58.272).

Nel linguaggio della reclusa la “sostanza” è l’immagine di Dio impressa in noi, quella che Giuliana chiama una radicale “volontà buona”, che rimane sempre a lui congiunta; la “sensualità” indica l’umanità in quanto fragilità e debolezza, la “carne” nella quale il Verbo si è calato (Gv 1,14), e per mezzo del quale «tutto è stato fatto» (Gv 1,3).

Stabilito il fondamento teologico, quello che incanta nella reclusa è il linguaggio che trasforma la verità in esperienza. Questo ne è il principio: «E così Gesù è nostra vera Madre nella natura per la nostra prima creazione, ed è nostra vera Madre nella grazia per aver assunto la nostra natura creata. Tutte le belle funzioni e tutti gli uffici dolci e gentili della preziosa maternità sono propri della seconda persona, perché in lui noi abbiamo questa volontà buona mantenuta integra e intatta senza fine, sia nella natura che nella grazia, per merito della sua bontà» (59.274).

La “maternità” di Gesù

Sono molti i passi in cui sono esplicitati questi “uffici” in cui si realizza la maternità di Dio nella persona di Gesù. Segnalo tutto lo splendido cap. 61, con la descrizione gentile del “parto spirituale” che ci rigenera alla vita dopo il peccato, e con la lezione di mitezza e umiltà che l’errore commesso ci consegna sotto lo sguardo benevolo e protettivo della nostra Madre celeste. Ne traggo uno splendido brano che parla da solo:

«Spesso, quando ci troviamo di fronte al nostro peccato e alla nostra miseria, ci prende una paura così forte e una vergogna così grande che quasi non sappiamo dove andare a nasconderci. Ma allora la nostra Madre cortese non vuole che noi fuggiamo, perché niente gli dispiacerebbe di più: egli vuole invece che noi ci mettiamo nella situazione del bambino. Quando egli è inquieto e ha paura corre in fretta da sua madre, e se non può far altro grida con tutte le sue forze perché sua madre lo aiuti. Così egli vuole che ci comportiamo come un umile bambino, dicendo “Madre gentile, Madre amabile, Madre carissima, abbi pietà di me. Mi sono sporcato e non sono più come te, e non riesco a riparare il guasto senza il tuo aiuto e la tua grazia”. E se non ci sentiamo subito alleviati, stiamo sicuri che egli si comporta con noi come una madre saggia. Se infatti vede che ci fa bene piangere e lamentarci, ci lascia così, con pietà e compassione, fino a che venga il tempo migliore per intervenire, e questo per amore. E vuole che noi ci comportiamo come un bambino che per natura ha sempre fiducia nell’amore della madre, sia nella prosperità che nell’afflizione». (61.279-280)

Per finire non posso non citare la pagina più bella scritta da Giuliana sul tema della maternità di Dio:

«Così la nostra vita è fondata sulla nostra vera Madre Gesù,
sulla preveggente sapienza di lui fin da prima del tempo,
insieme all’alta potenza del Padre e alla sovrana bontà dello Spirito Santo.
E nell’assumere la nostra natura egli ci fece vivere, e nella sua beata morte sulla croce ci generò alla vita eterna.
E da quel momento, e ora, e sempre fino al giorno del Giudizio, egli ci nutre e ci alleva,
proprio come vuole l’alta sovrana natura della maternità e come richiede la naturale esigenza del bambino.
Bella e dolce è la nostra Madre celeste agli occhi della nostra anima,
preziosi e amabili sono i figli della grazia agli occhi della nostra Madre celeste,
con la mitezza e la mansuetudine e tutte le belle virtù che appartengono ai figli per natura.
Poiché per natura il bambino non dispera dell’amore della madre,
e per natura il bambino non presume di sé,
e per natura il bambino ama la madre, come la madre ama lui».
(63.284)

“Rimani salda nell’amore”

Detto questo non sorprende che Giuliana arrivi a concludere: «E io compresi che in questa vita non c’è condizione più alta di quella del bambino, pur con la sua debolezza e mancanza di potere e di conoscenza, fino al giorno in cui la nostra Madre di grazia ci porterà nella felicità di nostro Padre» (63.284). Con la segmentazione del testo si è inteso evidenziare la bellezza della pagina, tutta costruita su echi e contrappunti che la trasformano in una partitura musicale.

Ricordo che, quando la commentai in università nell’originale in medio-inglese, mi ci vollero un paio d’ore per venirne a capo. Si noti almeno quel triplice “per natura” che va letto come ciò che corrisponde all’originaria bontà della creazione prima che la colpa la guastasse!

Da passi come questo arriva un grande senso di “conforto”, quello che Giuliana attribuisce alla meditazione sulla passione di Gesù che le hanno ispirato le rivelazioni che ha ricevuto, e che ha deciso di scrivere perché tale conforto ricadesse come una pioggia benefica nel cuore forse inaridito dei suoi fratelli cristiani. Basta per questo ritenere il riassunto messo in bocca a Gesù alla fine del libro (86.329):

«Vorresti dunque sapere cosa ha inteso il tuo Signore e conoscere il senso di questa rivelazione? Sappilo bene: amore è ciò che lui ha inteso. Chi te lo rivela? L’amore. Che cosa ti rivela? Amore. Perché te lo rivela? Per amore. Rimani salda nell’amore, e lo conoscerai sempre più a fondo. Ma in lui non conoscerai mai cose diverse da questa, per l’eternità».

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