Le scatole del presepe

di:
natale

Giovanni Bellini (Presentazione al Tempio,1464-65 Venezia, Galleria Querini Stampalia).

In questi giorni, in molte case, si riaprono le scatole in cui riporre statuine, capanna, lumi, carta stagnola e quel che resta del muschio un po’ rinsecchito del presepe. Un’operazione forse meno gioiosa di quella che era stata messa in atto qualche settimana fa attendendo il Nuovo che nasce.

Grandi contenitori ne contengono altri più piccoli per suddividere i pezzi, sacchettini e fogli di carta di giornale volti a proteggere quei minuti attori che, insieme a comparse e oggetti di varia natura, hanno sceneggiato il teatro domestico natalizio.

Una rappresentazione in cui i personaggi ogni anno cercano un nuovo autore con i cui i sentimenti, i pensieri e i desideri dialogano. I vissuti si rivelano a volte in modo esplicito, a volte velatamente: la sola posizione dei soggetti, delle luci o la mera scelta dello spazio domestico in cui ordinare l’allestimento molto dicono dello spirito con cui è atteso quello specifico Natale. Il regista della scena sa e non sa ciò che sta disponendo e, come ogni artista, può anche a distanza di tempo scoprire e sorprendersi di quel che appare nell’atto creativo.

La data dell’operazione di chiusura della scena, almeno nel suo aspetto più materiale, può variare. “Ul presepi al sa disfa a Sant’Antoni” così diceva in dialetto lombardo mia nonna Matilde invitando a “disfare” il presepe il 17 gennaio, festa di Sant’Antonio Abate.

C’era una sapienza liturgica dietro a questo detto popolare: la festa del santo eremita cade intorno alla seconda domenica dopo l’Epifania, la quale, nella liturgia ambrosiana, ricorda il primo miracolo a Cana ovvero il terzo momento in cui il Cristo si rivela sulla scena della storia. Prima si era presentato ai grandi della terra (i Magi), poi ai Giudei (con il battesimo di Giovanni) e infine ai suoi “servitori”, durante le nozze di Cana. A quella data dell’anno liturgico il racconto evangelico narra l’inizio della vita pubblica di Gesù con il celebre segno dell’acqua tramutata in vino. E così noi adulti – nuovi “servitori” e pastori – possiamo seguire il Suo percorso di salvezza.

Una compianta teologa mantovana – Ivana Ceresa (1942-2008) – invitava a prolungare l’operazione di “chiusura nelle scatole” del presepe alla Festa della Candelora, il nome con cui è popolarmente nota la festa della Presentazione di Gesù al tempio (2 febbraio) , quando (è l’evangelista Luca a ricordarlo) il bimbo ebreo di nome Gesù entra nel tempio di Gerusalemme con i suoi genitori per una cerimonia prescritta dalla Legge (Esodo 13,2.11-16): il riscatto del primogenito che era in tal modo consacrato a Dio.

Per questo atto sacrificale era necessaria l’offerta di animali: bastavano due colombe per i più poveri, come per Maria e Giuseppe (Lc 2,22-40). Ma è il personaggio di Simeone – presente sulla scena descritta dallo stesso evangelista – a favorire il nome popolare della Festa.

Simeone

Quell’uomo anziano “giusto e timorato di Dio” intona un breve salmo in cui riconosce nel bimbo la” luce per illuminare le genti”.  La sua bella preghiera (detta “Nunc demittis” come l’incipit nella versione latina di San Girolamo) ancora oggi è recitata la sera, nella Compieta. Immaginiamo l’anziano Simeone che, come un vecchio nonno, stringe tra le braccia il neonato. Simeone è contento per aver visto – pure ormai alla fine dei suoi giorni terreni – una vita appena nata e in attesa di compiersi in una folgorante speranza di bene. È una scena gioiosa che forse ricorda a tutti qualche vecchia fotografia di famiglia.

Con classica compostezza ed esplicita somiglianza è stata ritratta da due grandi maestri della pittura italiana rinascimentale tra loro accomunati anche da un legame famigliare: Andrea Mantegna e Giovanni Bellini dipingono l’incontro tra il Cristo in fasce, Maria, Giuseppe e Simeone, anziano dalla lunga barba.

Entrambi l’ambientano mantenendo uno sfondo nero. Non solo perché il contrasto favorisce la luminosità della scena ma anche perché il modello a cui si ispirano è quello di una lapide sepolcrale antica. Una scelta che – oltre a segnalare l’amore per la tradizione classica dei due grandi maestri – conferma la stretta relazione tra la nascita del Cristo e la sua deposizione in un sepolcro. Da lì solo il Padre poté liberarlo risuscitandolo.

Le luci del Natale, quelle artificiali della città e quelle domestiche dei nostri presepi si stanno spegnendo e forse un po’ di nostalgia ci assale nella prosaica ritualità d’inscatolare oggetti a lungo contemplati in salotto.

La poesia del cuore può però permanere. Quella che, come la grande poesia, purifica sentimenti preziosi lasciando tracce che trapassano coperchi di ogni specie. Una luce interiore, che ogni persona innamorata ha conosciuto e che merita di essere ricercata quando appare smarrita. Anche con l’allestimento di un presepe in cui abitino personaggi che più di altri ci appartengono: vivaci e smunti aspetti di noi stessi che scelgono di mettersi in viaggio verso una stella luminosa e camminano, camminano… alla ricerca di una Nascita attesa e a lungo desiderata.

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