Misericordia: dalla speranza alla giustizia

di: Piero Coda

Mons. Piero Coda offre una preziosa riflessione sulla misericordia che nasce dalla speranza e produce giustizia. Sul finire dell’anno della misericordia alcuni teologi amici (cf. Pagola) ci aiutano a focalizzare i temi maggiori.

Un fatto – ce lo dice a chiare lettere coi gesti e le parole papa Francesco – ha oggi incalcolabili conseguenze sotto il profilo personale, sociale e addirittura globale: i discepoli di Gesù sono chiamati a diventare ciò che sono perdono – il lievito e il sale della speranza per il mondo.

Essi infatti poggiano la loro speranza su di un fondamento che non può essere distrutto: la misericordia di Dio che ha raggiunto il mondo intero in Gesù. Per questo il loro impegno per la giustizia è chiamato a costruire un futuro realistico che vale per tutti e non può essere smentito da nessuna sconfitta.

Dunque, speranza, misericordia, giustizia. L’una non si può dare senza l’altra. E oggi il mondo, ciascuno di noi, la società in cui viviamo, il villaggio globale di cui siamo cittadini, han bisogno proprio di questo: di speranza, di misericordia, di giustizia – di una speranza che attinge alla fonte della misericordia e lavora realisticamente per la giustizia.

Speranza: oltre il buco nero

Ma andiamo per ordine, cominciando dal primo tassello del trittico: la speranza.

Se c’è un atteggiamento dell’esistere umano che oggi difetta, questo è la speranza. Basta che guardiamo a fondo, con occhio lucido e amico, nel cuore dell’uomo e della donna di oggi, degli adulti, degli anziani, ma soprattutto dei giovani, basta che guardiamo agli ideali e ai progetti che reggono le proposte e i sentieri di vita e d’impegno del nostro mondo, per renderci conto di un vuoto spaventoso. Nascosto, il più delle volte, rimosso, ricoperto di fronzoli o maschere: ma che di tanto in tanto esplode virulento e che tutti ci colpisce per la desolante indifferenza o per la tragica disperazione che mette allo scoperto.

Questo vuoto ha un volto: è assenza di speranza. E come se anche essa, l’ultima a morire tra le risorse dell’umano, avesse fatto naufragio.

Non c’è speranza, troppo spesso, tra i giovani chiamati ad affrontare con rischio e creatività la vita che si spalanca davanti a loro.

Non c’è speranza, troppo spesso, nel combattere le tante ingiustizie che, vicine o lontane, come un cancro devastano la vita delle persone, degli ambienti sociali, dei popoli.

Non c’è speranza, troppo spesso, per il futuro del mondo: nella possibilità, cioè, di trasformare la società sanando le piaghe che la infettano, nella volontà di gettare ponti di riconciliazione e d’incontro tra le civiltà, nell’impegno a salvaguardare e curare la casa comune nella quale viviamo: fiumi, mari, ghiacci, alberi, fiori, pesci, uccelli, animali domestici e selvatici…

Sì, è drammatico il vuoto di speranza che come un buco nero divora le nostre esistenze. E proprio quando le risorse della tecnologia paiono ormai potere tutto. Ma difettano di anima, di orientamento, di meta – di speranza, appunto.

È vero che vi sono tanti, piccoli e meno piccoli segnali che testimoniano la volontà di cambiare rotta, insieme all’indignazione per la miseria, l’ingiustizia e l’oppressione e all’impegno a individuare vie praticabili di solidarietà, di fraternità, di accoglienza, di rispetto e promozione dell’uomo e della natura.

Ma tutto sembra – ed è – troppo poco e troppo debole.

Amore di misericordia

Ed è qui ed è ora – eccoci al secondo tassello – che i discepoli di Gesù, con atteggiamento di umiltà, di condivisione, di apertura verso tutti coloro nei quali sinceramente vibrano nella ricerca e nella lotta per la verità e la giustizia, è qui e ora che i discepoli di Gesù son chiamati a giocare una carta decisiva: quella della speranza.

Perché la speranza non è ottimismo a poco prezzo, non è velleità alla fine illusoria, non è utopia ideologica.

La speranza cristiana è fondata su di un fatto, su di un avvenimento, su di una persona: Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, che ha donato la sua vita per noi.

Che cos’è che fa il cristiano… cristiano? che cos’è che sprigiona e plasma da cima a fondo la sua vita nella fede?

L’apostolo Paolo lo esprime con chiarezza: «Io vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20).

È questo l’avvenimento su cui poggiano l’esistenza del cristiano, la novità e la missione della Chiesa, il futuro del mondo: Gesù ha dato la sua vita per me, per noi, per tutti, per il mondo!

«Ora – incalza l’apostolo – a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi!» (Rm 5,7-8).

Il fondamento della fede cristiana è l’amore di misericordia che Dio inequivocabilmente e definitivamente ha mostrato per noi in Gesù crocifisso e risorto.

Nel messaggio della misericordia che papa Francesco ha posto al cuore del Giubileo è condensato il principio vivo di una straordinaria e incisiva visione dell’uomo, della società, della storia.

L’uomo nasce dalla misericordia di Dio. In questa nascita che accade nella pasqua di Gesù, che si celebra nel battesimo, che c’investe e trasforma nell’eucaristia, è custodito il segreto del suo destino personale e sociale, terreno e definitivo. Ed è custodito il motore della speranza che non si spegne e non delude.

È perché mi so accettato, accolto, sanato e ricreato nuovo, ogni volta come fosse la prima, dalla misericordia di Dio in Gesù, è per questo che posso guardare avanti con fiducia e speranza. Tutto così acquista senso, anche la fatica, la sofferenza, gli ostacoli, le inevitabili sconfitte che punteggiano il nostro cammino.

È come se, affidandomi alla misericordia di Dio che mi raggiunge in Gesù, io fossi messo in contatto, una volta per sempre, con una fonte inesauribile di energia vitale, fresca e corroborante: che è fiducia, amore, fortezza, gioia, perseveranza, pazienza, attesa …

Una fonte… “la” fonte inesauribile della speranza!

La giustizia del perdono

Senza la speranza non c’è futuro veramente umano. Ma senza la misericordia di Dio in Gesù per noi, non c’è vera speranza.

Ed è di qui – da questo indissolubile intreccio di speranza e misericordia – che nasce e si alimenta l’inderogabile e responsabile impegno dei discepoli di Gesù per la giustizia: «Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù» (Mt 6,33).

Una parola soltanto vorrei spendere a proposito di questo terzo e ultimo tassello della nostra riflessione.

Come discepoli di Gesù siamo oggi chiamati a risvegliare in noi questa coscienza: la nostra speranza è sterile, vuota, in definitiva non è speranza, se non produce fatti e non cambia la vita.

La speranza della vita che ha il sapore di ciò che più non muore, quella speranza che risplende nella vittoria di Gesù risorto sul peccato e sulla morte, è un lievito che fermenta la pasta della storia nel segno della giustizia, della pace e della fraternità. Costi quel che costi. Anche la vita. I martiri cristiani sono martiri della speranza – e perciò della giustizia.

Ma l’impegno cristiano per la giustizia, che nasce e si alimenta dalla misericordia di Dio in Gesù, ha uno stile inconfondibile: è esercizio della misericordia, ministero – vorrei dire – della misericordia, verso i fratelli e le sorelle, verso tutti e verso ciascuno.

«Siate misericordiosi com’è misericordioso il Padre vostro» (Lc 6,36).

È qui compendiato il vangelo di Gesù, lo stile della presenza e dell’azione dei suoi discepoli nella storia, uomo accanto a uomo, nella costruzione di un mondo nuovo.

Consapevoli, certo, dei limiti umani e della provvisorietà terrena di quest’impegno e dei frutti che ne vengono: ma nella speranza certa di “cieli nuovi e della terra nuova” che già sono realtà in Gesù risorto e in Maria con lui assunta nel seno del Padre, trasfigurati dalla luce senza tramonto dello Spirito che è Amore.

Mi ha sempre colpito la centralità, nella preghiera che Gesù ha insegnato ai suoi – il Padre nostro –, di una delle petizioni che fa da cerniera tra ciò che si chiede a Dio in rapporto a Dio che è Padre, e ciò che si chiede a Dio in rapporto agli altri che sono fratelli: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori».

«Rimetti a noi i nostri debiti». Il perdono è per lo spirito ciò che il pane è per il corpo. Senza misericordia che perdona lo spirito non vive, è morto, pur sembrando vivo. Il perdono nel suo ultimo principio è per-dono: e cioè gratuità di Dio cor-risposta dalla gratitudine dell’uomo.

È questo il primo, l’insolvibile debito che abbiamo contratto con Dio dal momento in cui ci ha pensati, voluti, creati, redenti – per amore. Ma ciò che ci suggerisce con forza semplice e realistica Gesù, è di chiedere a Dio perdono per i debiti contratti via via che la nostra esistenza si squaderna nel tempo. Occasioni perdute, grazie non corrisposte, e rifiuti, chiusura, cattiverie, ostinazioni…

Poter guardare Dio negli occhi, ogni giorno di nuovo, come fosse la prima volta, è riconoscersi davanti a lui per ciò che siamo, peccatori come il pubblicano salito al tempio. E mai accampare inesistenti meriti come il fariseo (cf. Lc 18,10-14). Riconoscere che «tutto è grazia» (come scrive Bernanos) e che il Padre è «ricco di misericordia» (Ef 2,4). Senza quietismi, flagellazioni o piagnistei. Con realismo. Con umiltà.

Allora, lo sguardo di Dio ci fa rinascere nuovi e immacolati.

«Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Ecco uno degli sconvolgenti “come” di Gesù!

Egli l’aveva già detto poco prima: «come in Cielo così in terra».

Il “come” è il legame vero, l’unico, tra cielo e terra. La vita del cielo ha da trasferirsi in terra. La quale, terra ha da restare: non solo nel tempo presente, ma anche in quello definitivo che ancora ha da venire. Non si parlerà anche allora di “cieli nuovi e terra nuova”?

“Come”: la stessa legge di vita che vive in Cielo – la santificazione del nome di Dio che è Padre da parte del Figlio, quel soffio infinito di reciproco amore che è lo Spirito Santo – ha da vivere in terra nei nostri rapporti. Questa è la volontà del Padre.

Dio rimette a noi i nostri debiti “come”: e cioè se e in quanto noi li rimettiamo ai nostri debitori. Ma noi siamo capaci di perdonare, solo se prima ci sappiamo perdonati da Dio.

Colpisce che Gesù inviti a chiedere proprio questo al Padre. In fondo, è l’unica petizione del Padre nostro che riguardi esplicitamente i rapporti interpersonali.

Gesù non c’invita a chiedere d’esser capaci di amare, accogliere, servire: ma di … perdonare. Perché la gratuità del perdono è l’unica che, riaccendendo la relazione spezzata dal male, fa rinascere l’altro – nel tuo cuore e nel suo cuore.

È stato detto: se amare è come generare un figlio, perdonare è come risuscitare un morto.

La misericordia è l’immagine più alta e più vera di Dio. Ed è per noi la possibilità donata e trafficata, in Gesù, di far nascere e crescere rapporti veri e giusti tra gli uomini. Non solo tra i singoli, ma tra i popoli e le nazioni.

La capacità di essere misericordiosi nasce dalla capacità – ricevuta come grazia – di guardare agli altri come ad essi guarda Dio. È questo sguardo di misericordia la radice della speranza che costruisce nel mondo la giustizia.

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