Novena di Natale. 20 dicembre: “O chiave di Davide”

di:

Gesù, invocato come “chiave di Davide”, può aprire le manette e le porte del nostro cuore per ridarci la voglia e coraggio di fare il bene.

Natale ha assunto tali e tante caratteristiche da rischiare che l’evento che ne è all’origine, Dio che si fa uomo nella persona di Gesù, venga come sepolto e soffocato da troppi elementi che gli sono marginali quando non estranei.

Per mettere a fuoco il cuore del Natale, che altro non può essere che la nostra fede. Cos’è la fede?

La fede

«Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi –, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena» (1Gv 1,1-4).

Udire, vedere, contemplare, toccare, annunciare, creare comunione, per un traguardo di gioia piena. Verbi di sensi, a dire un’esperienza di vita, che va raccontata con lo scopo di creare una relazione-comunione, con Dio e tra di noi, che possa darci una gioia piena.

Questa è la fede. Quello di cui si parla è Gesù, del quale ci prepariamo a capire cosa significhi la “nascita”, il suo apparire come uomo. Il testo di Giovanni ci dice che il Natale mette Dio nelle nostre mani. È questo il nostro modo di credere? Se Gesù non “nasce” nel nostro cuore, la festa perde ogni senso.

La chiave e la casa

Perché questo accada, ci prepariamo alla festa con un percorso a tappe, cinque, in cui ci faremo guidare da antiche preghiere, prodotte nell’alto medioevo, cantate e recitate ancora oggi.

Potremmo vivere questa settimana come un periodo di “incubazione”, che fa crescere dentro di noi la conoscenza e l’amore per Gesù, così da udirlo, vederlo, toccarlo. Ecco la prima:

«O chiave di Davide, e scettro della casa di Israele,

che apri, e nessuno chiude, che chiudi, e nessuno apre:

vieni, e fa’ uscire dalla casa del carcere chi vi giace legato,

e siede nelle tenebre e nell’ombra della morte».

Contrariamente a quanto può apparire, non è la preghiera di un carcerato, almeno non in prima istanza. L’immagine della chiave si trova in Isaia 22, 22, dove è applicata a un funzionario reale incaricato di amministrare una “casa” che qui indica la corte del re.

L’immagine dello scettro allude in modo inequivocabile a un “potere”, che appare come assoluto: ciò che è chiuso rimane chiuso, ciò che è aperto rimane aperto! Questa è la partenza, ma poi il discorso prende una direzione che cambia completamente l’idea di “potere” quando questa parola viene applicata a Dio, a quel Dio che a Natale si fa “carne” nella fragilità del bambino Gesù. Perché qui si parla solo di “aprire”, e per di più una porta che è quella, non più della casa reale, ma del carcere, da dove chiunque spera di uscire, se non di scappare!

Ho detto che non è la preghiera di un carcerato, o forse sì, perché questa preghiera è messa sulla bocca di tutti, da quando è stata composta. L’hanno pregata e la pregano preti e suore, ricchi e poveri, persone colte e incolte, professori e manovali. Perché ciò che la preghiera implica è che la vita, ogni vita, a tratti può apparire un carcere per chiunque.

L’interiorità

L’immagine acquista una forza straordinaria, ma non dimentichiamo che essa, oltre a indicare una condizione reale piena di molte limitazioni, allude anche ad una condizione interiore che è comune e che la preghiera esprime in tre situazioni: siamo “in carcere”, che noi stessi edifichiamo, quando siamo “legati”, “seduti”, “al buio e nell’ombra di morte”.

Non credo sia difficile tradurre in situazioni pratiche queste tre immagini. E farci di conseguenza qualche domanda.

a) Siamo legati quando qualcosa ci impedisce di fare il bene: l’egoismo, la paura, qualcosa cui siamo attaccati in modo esagerato, il prevalere del nostro interesse personale, l’odio o l’indifferenza… Con questi atteggiamenti ci costruiamo da noi il nostro carcere, ci mettiamo le manette da noi stessi: solo lo sguardo rivolto a Gesù, invocato come Gesù, “chiave di Davide”, può aprire le manette e le porte del nostro cuore per ridarci la voglia e coraggio di fare il bene.

b) Siamo seduti quando l’inerzia, la pigrizia, la somma di delusioni che riceviamo ci fa perdere la fiducia nel bene, ci fa chiudere gli occhi e ripiegare su noi stessi. Ripensiamo alla figura di Bartimeo (Mc 10,46-52), che «era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare». È la figura della nostra condizione umana. Ma l’incontro con Gesù che lo chiama lo dinamizza: «gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù». E, dopo che Gesù gli ebbe aperto gli occhi, «lo seguiva lungo la strada». Liberare le gambe dall’inerzia per «correre sulla via dei comandamenti» (Sal 119,32): questo è uscire dal carcere. Gesù-chiave apre la porta: non rintaniamoci dentro!

c) Siamo seduti nel buio che è ombra di morte. Sappiamo che non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. Il battesimo nei primi secoli cristiani era chiamato illuminazione, e lo è ancora oggi. Il vangelo è pieno di storie di ciechi guariti.

Il vangelo è annuncio di una buona notizia: Dio è venuto a guarirci! Noi infatti veniamo al mondo “ciechi”, come insegna la guarigione del cieco nato al cap. 9 del Vangelo di Giovanni. La fede è, come abbiamo visto, vedere e udire, ma perché questo sia possibile dobbiamo continuamente farci guarire occhi e orecchi, perché da queste “porte” entri l’annuncio del vangelo. Solo se c’è questa premessa si apriranno anche le nostre bocche mettendoci in grado di raccontare agli altri «quello che abbiamo visto e udito»!

E questo racconto farà sì che, da individui singoli e isolati, noi diventiamo una “comunione” di cuori, un “corpo”, quel corpo che è la Chiesa, che ha per capo Gesù. È quanto stiamo facendo!

Custodire

Ho marcato il potere benefico di una chiave che apre. Ma non si dimentichi che questa chiave di Davide, Gesù, serve anche a chiudere, non per imprigionare, ma per custodire quel tesoro che ciascuno di noi è agli occhi di Dio.

È Gesù che ha detto: «Io sono la porta delle pecore; se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10,7-9). Entrare e uscire è esperienza di libertà. La libertà è fragile e va protetta, “chiusa”. Gesù è «Colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude e quando chiude nessuno apre» (Ap 3,7).

Ma la libertà va soprattutto “stimolata”: «Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere» (Ap 3,8). Questa è la «porta della fede» (At 14,28).

Abituiamoci a pensare la fede non come una serie di cose incomprensibili, malamente chiamate “misteri”, da dover ingurgitare a tutti i costi! La fede è il gioioso rapporto con una persona, Gesù, che, nonostante i nostri sbagli e fallimenti, continua ad aprirci spazi di libertà e di crescita.

Torniamo da capo. Il cerchio così si chiude, un cerchio che non incatena, ma disegna la traiettoria di un libero movimento, senza fine.

Print Friendly, PDF & Email
Facebooktwitterredditpinterestlinkedintumblrmail

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi