Parole sul dolore

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Lo studioso valdostano, Paolo Curtaz, consegna ai lettori l’ennesima edizione di un libro che egli sperava non dovesse più stampare, atteso che i lettori avessero capito che Dio non manda il dolore, ma lo conosce, lo condivide e lo redime.

Sta di fatto che, dopo quelle del 2013 e 2019, ecco comparire l’ennesima edizione. Preziosa, come sempre, visto il tema.

In punta di piedi, nel tempio sacro

Quello del dolore è un tempio sacro in cui entrare in punta di piedi, con umiltà e silenzio. Un silenzio che deve sempre preparare un ascolto attento e partecipe, senza ansia di dover rispondere a tutte le domande, esplicite o implicite che vengono poste dalle persone. Nessuna fretta neppure di difendere Dio, rovinando in tal modo un inizio di assunzione delle situazione dolorosa per condividerla e farla maturare insieme.

I tre saggi stanno in silenzio davanti al dolore di Giobbe, e poi partiranno con le loro difese della dottrina tradizionale della retribuzione. Ma le croci non le manda Dio – afferma fin dall’inizio Curtaz – ripetendo l’affermazione più volte nel volume. Ogni sua riflessione è illuminata da un brano biblico e dal racconto di una storia vera che lo ha visto protagonista come amico e confidente che poteva aiutare a sciogliere i grumi del dolore.

Davanti al mistero del dolore ci sono le risposte degli uomini, provenienti dalla sapienza e dalla filosofia. C’è chi nega Dio, c’è chi afferma che questo è il migliore dei mondi possibili oppure che è importante come si vive il dolore. L’approccio psicologico rende avvertiti del dolore come spia provvidenziale che sfida a un cammino di miglioramento. Importante è non coltivarlo, perché non ci uccida.

Curtaz è però convinto che occorre cercare nell’oltre un parola che illumini, quella della rivelazione cristiana. Questa abbraccia anche la possibilità del perdono, verso sé stessi e gli altri.

I volti del dolore

La malattia è democratica, può colpire tutti e quindi le persone possono entrare nello scoraggiamento ma anche essere salvate dalla condivisione e da una parola di fede. La morte, in modo particolare quella degli innocenti, è la prova più grande della vita e della fede. E Gesù non la spiega, ma fa un cammino di vita insieme a Giaìro e alla sua figlioletta.

Davanti al dramma della morte di un bambino è però meglio tacere – suggerisce Curtaz –. Chi ha potuto conoscere che c’è solo il Dio buono rivelato da Gesù si fida della sua parola. Si fida e si affida. Non si sa perché queste cose succedano e Dio non intervenga e lascia che esse siano. Ma Dio è sempre presente al dolore dell’uomo. Una storia raccontata da Curtaz ricorda come una coppia abbia recuperato la serenità dopo la morte del figlio con l’affidamento temporaneo di un bambino…

Il dolore può prendere anche il volto della sofferenza psicologica. Dio manda la barca ordinaria per salvare chi sta per affogare nel fiume. Bisogna accoglierla. Occorre accettare gli aiuti della scienza, ma anche andare oltre con la forza che viene dalla preghiera e dalla parola di Dio.

Il paralitico della piscina di Betzatà aspettava da trentotto anni un soccorritore. Gesù lo guarisce in pienezza, facendogli esprimere in modo esplicito il suo desiderio di vita.

Dobbiamo voler guarire, guardando in faccia le cause anche inconsce del male, vincendo con umiltà i nostri demoni lasciandoci aiutare a tanti livelli.

Molti dolori provengono dagli altri, dalle relazioni che ci vedono coinvolti e anche travolti quando provocano cocenti delusioni di fallimento. Le aspettative di bene e di pienezza non possono essere colmate da nessuna persona umana. Siamo fatti per riposare in Dio…

Impostare correttamente una relazione evita sofferenze inutili, quelle derivanti da attese improprie nei confronti degli altri. Anche Paolo soffrì molto da persone delle sue stesse comunità: i giudaizzanti, quelli che creavano divisioni ecc. Questo non gli ha impedito di offrire la sua sofferenza per i fratelli di fede e per la propria conversione. Non gli hanno impedito di crescere e di credere.

Dolori inutili e sofferenze necessarie

Il dolore inutile è invece quello che ci provochiamo da noi stessi. “Inutile” è, per Curtaz, il dolore che potrebbe esser evitato, un dolore che ha a che fare con la nostra libertà. Dio rispetta sempre la nostra libertà, perché, oltre a essere creati a sua immagine, diventiamo anche sua somiglianza. Occorre prendersi le nostre responsabilità verso noi stessi, verso gli altri, verso il creato.

Per superare l’insoddisfazione è importante vederci nella giusta luce divina. La preghiera e la lettura del vangelo aiutano a dare agli eventi la giusta dimensione, evitando dolori inutili e scoprendo che siamo chiamati a realizzare qualcosa di più grande che non qualche pur legittimo sogno terreno.

Ci sono anche sofferenze legate al conseguimento di un obiettivo, sofferenze necessarie come quelle che si affrontano per arrivare in cima a una montagna. Sono sofferenze da accogliere in una logica di crescita che fa di me un uomo migliore e più libero.

Gesù risorto accompagna i discepoli di Emmaus, vince la loro tristezza. Non devono fermarsi alla croce, fissare il bruco, ma accogliere il Risorto, accorgersi della farfalla sbocciata. La Parola scalda e illumina, e trasforma la vita riletta alla luce del progetto di Dio.

Anche la natura soffre ed è nelle doglie del parto, ricorda san Paolo. Essa non è assassina, ma va rispettata, coltivata e contemplata nel suo essere avviata al compimento ultimo descritto al termine del libro dell’Apocalisse. Essa è più grande di noi, suoi ospiti, giardinieri e custodi. E ci parla di Dio, mentre condivide con noi uno stesso destino di gloria.

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Foto di Žygimantas Dukauskas su Unsplash

Il peccato e la notte dell’assenza di Dio

Tante sono dunque le tipologie del dolore meditate da Curtaz: la malattia, il lutto, la sofferenza psicologica, il dolore provocato dagli altri, il dolore inutile, il dolore provocato dalla natura ecc.

Esiste anche il dolore del peccato, il fallire il bersaglio costituito dal progetto di Dio su di noi. Del peccato non si parla più, ma le conseguenze della libertà usata male si possono constatare drammaticamente in ogni momento.

Il peccato fa male, rende non-uomini, è spesso legato a un’impostazione scorretta e fasulla della vita. L’esempio del peccato di Davide con Betsabea – con l’assassinio del marito Uria – fa vedere il cumulo di conseguenze negative che si susseguono, ma anche la felice possibilità del pentimento e del perdono divino. L’opera provvidenziale del profeta Natan porta Davide a innalzare il bellissimo salmo del pentimento, il salmo 50.

Un’ennesima storia di vita vissuta raccontata dall’autore, quella di un tradimento matrimoniale, conferma le conseguenze spesso mortifere degli affetti non custoditi che falliscono il loro bersaglio, o vengono meno dopo averlo inizialmente centrato.

L’autore si professa come un uomo non particolarmente mistico, eppure parla anche del dolore legato all’assenza di Dio. È la notte dello spirito in una persona profondamente credente e orante. Anche Gesù ha provato la notte dello spirito nel Getsemani e sulla croce. La sua fede è passata attraverso il crogiuolo della sofferenza, per splendere più dell’oro purificato. Si può vivere nella gioia anche nei momenti della prova – afferma Curtaz – perché la nostra fede è rivolta all’altrove. I momenti di deserto aiutano a diventare autentici ed essenziali.

Tracce di luce

Molto ricche le ultime pagine del volume. L’autore vuole offrire delle tracce di luce che riprendono molte delle riflessioni riportante in precedenza, ma con approfondimenti e una sintesi finale.

Evitare il dolore inutile è la prima traccia di luce che l’autore propone ai suoi lettori. Il Dio di Gesù è un Dio adulto, ottimista nei confronti dell’uomo, che lascia libero e chiamato alla conversione quando provoca dolore a se stesso o agli altri.

Ci saranno comunque sempre persone moleste con cui chiarirsi, ma alla fine forse solo da sopportare. Così avviene sia in famiglia sia nella comunità cristiana.

La fede e la preghiera devono guidare i nostri umori, il nostro carattere o gli eventi. I vizi vanno combattuti, anche se non è politically correct ricordarlo. Vanno evitati i dolori inutili provocati dall’invidia, dall’arroganza, dall’ambizione smisurata, dalla bramosia.

La sofferenza da accettare e da elaborare nella preghiera e nello Spirito è solo quella necessaria. Distinguere le radici delle sofferenze può richiedere l’aiuto di qualche aiuto da persone esperte.

La Bibbia conosce l’esistenza del dolore dell’uomo fragile, limitato, mortale. Tenta delle risposte collegando la sofferenza al peccato. Resta il fatto che il dolore manifesta la natura transitoria dell’uomo e il fatto che egli è destinato per un di più che, in questa vita, non riusciamo a sperimentare in modo pieno.

La sofferenza inevitabile ci conduce al senso del limite e ci rimanda a Dio, in qualche modo. La sofferenza inutile va invece evitata ad ogni costo.

“Voglio ancora vivere”, disse il dj Niccolò Fabi dopo aver sperimentato il lutto per la morte della figlia Lulù di due anni. Aveva scoperto la nudità dell’essere. L’emotività è ferita. Ma la volontà è forte e si può tornare a vivere, ma in modo diverso.

Il dolore di Gesù

Gli ultimi due capitoli riportano degli spunti circa la riflessione di Gesù e la sofferenza di Dio. Curtaz ripete che Dio è buono, non manda le croci e le punizioni, anche se ci pone di fronte alle conseguenze dei nostri sbagli. Il dolore che non ci viene evitato può diventare occasione di cambiamento. A volte esso è conseguenza del nostro peccato, e ci invita al cambiamento e alla conversione.

Citando la morte violenta dei giudei uccisi da Pilato e delle vittime del crollo della torre di Siloe, Gesù non rimanda a punizioni divine, ma invita alla conversione e a riflettere anche sulle responsabilità umane dei mali e sulla precarietà dell’esistenza umana mortale.

Di enorme e decisiva consolazione per il discepolo di Gesù, ma buon annuncio per ogni uomo, è che Gesù in persona ci rivela il volto e il cuore del Padre.

Anche Gesù sperimenta il dolore dell’incomprensione, del rifiuto, del litigio, del fallimento di un’amicizia, della solitudine, dell’eliminazione dolorosa e drammatica. La missione ricevuta dal Padre sembra apparentemente fallita. Gesù lavora e fatica, soffre e muore. Sa cosa è il dolore.

Dio conosce il dolore. Dio non è solo l’essere perfettissimo della riflessione filosofica. Egli è soprattutto il Dio rivelato dalla Bibbia e da Gesù. Dio si rivela l’amore appassionato il cui risvolto è la sofferenza dell’amore che si dona, non corrisposto.

In Gesù, Dio ha conosciuto il dolore. Per amore, in Gesù Dio si fa servo, schiavo per amore. Il nostro non è un dio isterico e un imprevedibile imperatore annoiato. Ha imparato quanto male ci fanno il dolore e la morte.

Gesù ha pianto lacrime amare per la morte dell’amico Lazzaro. Gesù va a vedere. Come se, fino ad allora, Dio non conoscesse cos’è il dolore, la morte. Ora Dio sa cos’è il dolore. Assume tutto il dolore del mondo. Il Figlio di Dio ha voluto imparare a soffrire, per redimere ogni pena.

Amore salvifico

Dio non evita il nostro dolore, ma lo condivide. Basterà a farci cambiare idea su Dio? Gesù sceglie il dolore necessario per rivelare la profondità dell’amore del Padre verso gli uomini. In croce, Gesù vive ciò che ha insegnato. Perdona, prega, assume il dolore per testimoniare l’amore. Questo ci salva dal cinismo, dalla disperazione, dalla mancanza di senso. Capiamo quanto Dio ci ama e ci porta con sé in una nuova dimensione, salvifica. Quel dolore ci salva perché manifesta amore e ci porta a una nuova comprensione della vita.

Un mistero è svelato: il dolore può anche salvare. Le fatiche del padre di famiglia, il dolore di chi rispetta i tempi dell’amato, di chi accetta la dimensione di essenzialità che una malattia grave porta con sé possono aprire a inattese confidenze con Dio che “salvano” e danno senso a un’intera vita.

Gesù non scende dalla croce per salvare se stesso. Non salva se stesso, ma salva noi. Salva me. Noi preferiremmo evitare il dolore, ma esso può manifestare chi siamo e rivelarci chi è Dio. Da discepoli, «il fatto di vedere accanto a noi un Dio che condivide quel dolore, che lo conosce, ci salva […]. Il vangelo osa dire un’enormità: Dio non spiega il dolore, lo assume e, assumendolo, lo trasforma. Cosa aggiungere?» si chiede Curtaz (p. 232).

Il dolore di Dio

Esiste la sofferenza di Dio, non come sua imperfezione o mancanza, ma come passione d’amore, eccesso d’amore. Esponendosi alla libertà dell’uomo, Dio si espone al rifiuto, al dolore. La sofferenza, in lui, «è l’altro volto del dono di sé, della libertà infinita che si dona, come un amante che spera di essere ricambiato e soffre se ciò non accade» (ivi).

Dio soffre nel volto del povero (Mt 25), ma il dolore è salvato e redento dall’amore. Dio si identifica con l’uomo che soffre, che viene oltraggiato. Dio è lì, in quel ragazzo appeso a quella forca, ci ricorda Wiesel.

Come c’è una sofferenza evitabile e inutile, così c’è un dolore necessario, che si può cogliere come passaggio per far emergere l’essenziale su di sé e su Dio. Resta fermo – lo ribadisce ancora una volta l’autore – che Gesù ci rivela un Dio che è Padre, è buono e ci ama, sempre, nonostante tutto.

In Gesù possiamo scoprire che la sofferenza può anche salvare quando manifesta l’amore, diventa sacrificio, un fare-sacro.

Anche Dio soffre, perché ama. Dio non manda la sofferenza, ma la assume, la porta su di sé e la redime. «È in questa comune sofferenza che guardiamo avanti, aspettando cieli nuovi e terra nuova» (p. 242), conclude Curtaz.

Crediamo che il suo volume potrà aiutare molti lettori a rasserenarsi e a trovare strade di liberazione e di abbandono nel cuore di un Dio riscoperto nella persona di Gesù. Un Dio dalla parte dell’uomo, sempre, disposto a soffrire con lui per riscattare anche il lato oscuro della vita, illuminandolo con la sua luce e il suo amore divini.

  • PAOLO CURTAZ, Sul dolore. Parole che non ti aspetti, Edizioni San Paolo, Cinisello B. (MI) 2022, pp. 256, € 16,00, ISBN 9788892227910
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