Passione /3: Ecce Homo

di:

Il poeta britannico David Gascoyne (1916-2001) offre una connotazione di drammatica contemporaneità alla passione di Cristo.

Di chi è questo volto che fa orrore,

questa putrida carne, senza più colore, scorticata,

mangiata dalle mosche, bruciacchiata dal sole?

Di chi sono questi occhi incavati velati di rosso

e la testa arpionata da spine e il fianco trafitto da una lancia?

Ecco l’Uomo: Egli è il Figlio dell’Uomo.

Dimentica la leggenda, straccia il velo della leggenda

che la codardia e l’interesse hanno previsto

per farsi amico il loro mortale nemico,

per celare l’amara verità che dicono le sue ferite

perché il grande scandalo non sia più mascherato:

egli è in agonia sino alla fine del mondo,

e noi non dobbiamo mai dormire in questo tempo!

Egli pende dall’albero della croce ora

e noi siamo spettatori di quel crimine,

contemporanei indifferenti della lenta

tortura di Dio. Qui è la collina

resa spettrale dal suo sangue schizzato

sulla quale rimane appeso e continua a soffrire:

guarda, i centurioni indossano stivali da equitazione,

camicie nere e distintivi e berretti con visiera,

si salutano l’un l’altro con saluti a braccio alzato;

hanno occhi freddi, labbra senza sorriso;

e però questi Suoi fratelli non sanno quello che fanno.

E di fianco a lui pendono morti

un contadino e un operaio,

o forse uno è un Ebreo linciato,

o un Negro o un Rosso,

un Manovale o un Etiope, un Irlandese,

uno Spagnolo o un democratico Tedesco.

Dietro il suo capo che si contorce il cielo

lampeggia come una cataratta di fuoco

rossa degli assassinii di duemila anni

commessi nel Suo nome e da

crociati, guerrieri cristiani

a difesa della fede e della proprietà.

Lui che pianse per Gerusalemme

vede ora estendersi la sua profezia

sulle più grandi città di questo mondo,

un panico colpevole che la ragione non può governare

sorge a raderle tutte al suolo come Lui aveva predetto;

e Lui è costretto a osservare questo dramma sino alla fine.

Benché spesso nominato, Egli è uno sconosciuto

per i regni tenebrosi che stanno ai Suoi piedi

dove ogni cosa disprezza le Sue parole

e ognuno porta da solo la colpa comune,

e va ad occhi bendati verso il suo destino,

e la paura e l’ingordigia sono padroni sovrani.

La svolta decisiva della storia

deve arrivare. E però, i compiacenti e gli orgogliosi

che sfruttano e uccidono potrebbero essere esclusi,

o Cristo della Rivoluzione e della Poesia,

che sei la risurrezione e la vita

operata dal sangue del tuo spirito.

Avviluppati nei loro sofismi

il nero prete e l’uomo virtuoso

di fronte alla verità sovversiva

proclamata dal Crocifisso saranno resi muti,

o Cristo della Rivoluzione e della Poesia;

mentre i rifiutati e i condannati diventano

agenti del divino.

Non da un ostensorio d’argento

ma dall’albero del dolore umano

redimi la nostra sterile miseria,

Cristo della Rivoluzione e della Poesia,

perché il lungo viaggio dell’uomo nella notte

possa non essere stato vano.

Commento

Già dal titolo, Ecce homo, questa si annuncia come una poesia non tanto narrativa quanto piuttosto di tipo meditativo in quanto sviluppa la sua riflessione contemplando l’uomo dei dolori, nella tradizione delle meditazioni medievali da fare sostando davanti al Christus patiens, alla Imago pietatis così spesso raffigurata nelle lunette delle chiese.

Medievale è anche la forte sottolineatura delle sofferenze di Cristo, con una drammaticità esibita vistosamente fin dai primi versi, che parlano di «un volto che fa orrore», di «putrida carne, senza più colore, scorticata». A differenza di Muir, che suggeriva la presenza nel crocifisso di un Dio, Gascoyne preferisce rimarcare l’elemento che accomuna Gesù all’umanità schiacciata sotto il peso del dolore e dell’ingiustizia. In più, la sua rilettura è pienamente immersa nella contemporaneità, come non sarà difficile vedere da parte di chi ha vissuto in gran parte del Novecento e ha ricordi ben vivi delle grandi dittature che hanno afflitto quel secolo.

Il corpo di Gesù è descritto con accenti che rimandano insieme al Golgota e ad Auschwitz, con sovrapposizioni significative. Tale prospettiva, del resto, è chiaramente evidenziata dalla citazione letterale di una ben nota frase di Pascal: «Egli è in agonia sino alla fine del mondo / e noi non dobbiamo mai dormire per tutto questo tempo». Il concetto si traduce subito in un rimprovero: «noi siamo spettatori di quel crimine / contemporanei indifferenti della lenta / tortura di Dio».

La descrizione dei «centurioni» evoca chiaramente le SS e il commento suona così: «Hanno occhi freddi, labbra senza sorriso; /e tuttavia questi Suoi fratelli non sanno quello che fanno».

L’intreccio tra Calvario e contemporaneità è ancora più accentuato dal collocare ai lati della croce, al posto dei due ladri della storia, una folla di esclusi ed emarginati che vedono nel crocifisso il riassunto di secoli di violenza e soprusi, a volte commessi nel nome di lui, «a difesa della fede e della proprietà»!

Ma il poeta va oltre, e rilegge il Calvario come il luogo di nascita di una vera teologia della liberazione, forza dirompente che fa degli oppressi che si riscattano la punta avanzata di un mondo nuovo. Davanti a un «Cristo della Rivoluzione e della Poesia», sfruttatori e assassini, il «nero prete e l’uomo retto avviluppati nei loro sofismi», potrebbero essere esclusi dalla risurrezione e dalla vita conquistate dal sangue di Cristo, mentre i rifiutati e i condannati diventeranno «agenti della divinità».

La violenza profetica, polemica nei confronti di una religione evasiva, chiusa in un culto narcotizzante, e fortemente intrisa di attenzione al mondo degli umili, degli emarginati e degli oppressi, trova una sua significativa espressione nella preghiera dell’ultima strofa, dove l’Ecce Homo non va visto in un «ostensorio di argento», ma «sull’albero del dolore umano».

Se nel medioevo, e temo fino a non molti decenni fa, se pure le cose sono cambiate, la contemplazione del crocifisso mirava a una generica conversione dal peccato in una prospettiva molto individualistica, oggi i dolori di Cristo sono visti non tanto come il prezzo pagato da lui per il peccato, quanto piuttosto come i «frutti» del peccato, che però colpisce con lui tanti altri.

La conversione chiede oggi, forse con più chiarezza che nei secoli passati, di passare dalla logica dell’oppressione, dell’esclusione e dell’emarginazione, a quella dell’accoglienza e della solidarietà con i poveri.

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Un commento

  1. Luca Fiandri 14 aprile 2020

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