Pensieri sparsi di un prete

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ministero pandemia

Pandemia. Tutti, d’un tratto, siamo stati catapultati in una situazione paradossale che ci ha messi di fronte a situazioni del tutto inedite, alle quali abbiamo dovuto reagire con l’aggravante dell’emergenza. Anche la comunità cristiana ha riflettuto e, in essa, anche noi presbiteri. Tra le prime riflessioni, ovviamente, è emersa la costernazione dei fedeli laici privati della celebrazione eucaristica. Anche questa è stata una situazione paradossale, sebbene non sia stata ottimale né ricercata volontariamente. Il grido dei martiri di Abitene rimane sempre valido per tutti e per ogni situazione.

Obbligati a riflettere

Non sono mancati abbondanti commenti, opinioni molto diverse e divergenti.

C’è stato chi si è scagliato contro il silenzio della Conferenza episcopale nell’adattarsi supinamente alle disposizioni governative. Altri sono ricorsi a profezie apocalittiche di ogni genere.

C’è stato chi ha esaltato la virtù della prudenza. Altri si sono cimentati in scivolosi dibattiti teologici circa la corruttibilità (e quindi “contagiabilità”) delle specie eucaristiche.

C’è stato chi ha incrementato notevolmente le dirette streaming su YouTube o altri social, altri che, invece, l’hanno tacciata come la peggiore delle iniziative.

C’è stato chi ha proposto di celebrare liturgie domestiche e altri che hanno auspicato che il digiuno eucaristico fosse totale: sarebbe stato bene che tutti i presbiteri avessero smesso di offrire l’eucaristia, rendendosi solidali con il popolo.

C’è stato addirittura chi ha sostenuto che le eucaristie celebrate “senza popolo” siano state inutili, forse illecite, o forse addirittura sacrileghe, secondo l’opinione per cui «il popolo radunato è la sostanza del sacramento dell’eucaristia».

Queste sono solo alcune delle tante opinioni che si sono susseguite sui blog e sulle riviste cattoliche. Non posso negare che tutte queste riflessioni non mi hanno lasciato indifferente. Alcune mi hanno interpellato, da altre mi sono sentito giudicato, da altre ancora mi sono sentito ferito. Per un attimo ho anche creduto di aver studiato male la teologia. Ma poi ho ricordato che la ricerca della verità nasce dal dialogo e dal confronto, nella dinamica del motto paolino omnia probate, bonum tenete (1Ts 5,21) e che, soprattutto, ogni cosa è utile per la mia conversione.

Per quanto diversificate e non sempre condivisibili, considerare l’abbondanza delle opinioni mi è risultato piacevole, perché davvero è emerso, come insegna il concilio, che la liturgia è fonte e culmine della vita della Chiesa (cf. SC 10). Davvero l’eucaristia è il centro della Chiesa, se la sua privazione ha suscitato così tanti sentimenti: se tocchi l’eucaristia, tocchi tutto!

Al tempo stesso credo che, quando si parla di eucaristia, bisogna sempre farlo con umiltà, senza pretendere di possederne la verità assoluta. Troppe parole su di essa, con un certo stile espressivo, potrebbero avere il gusto del sacrilegio. Specie, poi, se i dibattiti su di essa dovessero diventare pretesti per esprimere le nostre frustrazioni o fazioni. Per questo credo sia opportuno parlarne (e viverla) sempre con umiltà e nella dinamica del dono.

Anch’io vorrei condividere i miei sentimenti, quasi come un diario della mia “esperienza sacerdotale in pandemia”. Certamente non ho le competenze per entrare nei meandri più sottili dei dibattiti; magari mi sfugge qualche dettaglio teologico più raffinato. Sono un semplice parroco, a servizio di una media parrocchia di periferia. Forse le mie considerazioni potrebbero essere scontate, addirittura semplicistiche, ma sento solo la gioia di raccontare come il Signore mi ha concesso di essere sacerdote in questa situazione.

“Essere” sacerdote, innanzitutto. Perché la stringente limitazione, che è diventata anche ministeriale, non ha lasciato molto spazio al “fare” il sacerdote. Ogni situazione è occasione, e ogni occasione è grazia. E, a me presbitero, penso che il Signore abbia dato la grazia specifica di riconsiderare la bellezza della vocazione ricevuta, come stimolo per una ri-motivazione e purificazione di essa.

Il munus sanctificandi del presbitero 

Ho letto di una donna quarantenne, medico e mamma di due bambini, il cui ospedale era stato adibito all’emergenza Covid-19. Lei, come molti altri suoi colleghi, ha dovuto prendere la drastica decisione di andare via da casa. Al mattino lavorava senza sosta, di notte dormiva da sola, in una casa in affitto di cui si è dovuta sobbarcare le spese. Per molto tempo non ha più rivisto suo marito e i suoi bambini, non sapendo neppure per quanti mesi sarebbe durata tale situazione straziante: non solo lavorare in trincea, a grave rischio della propria salute, ma anche con il pesante costo emotivo di rinunciare agli affetti più cari. Scelta grave e contraddittoria: allontanarli per salvaguardarli.

E come quella di questo medico, abbiamo conosciuto le storie di tantissimi altri, lavoratori di ogni settore, che han dovuto fare scelte inumane, eppure mai così tanto umane. Stando lontano dai propri figli e dai propri coniugi, hanno innescato una situazione incredibile: sospendendo forzatamente e temporaneamente genitorialità e sponsalità, forse mai come in questo periodo le hanno vissute più pienamente. Non è certo una situazione ottimale o da potersi mai ricercare volontariamente, eppure ha portato a galla un amore più grande.

È vero. Mi sono sentito un privilegiato. A differenza di tutto il popolo, privato del contatto fisico con i sacramenti, io ho continuato a celebrarli. Mi suonavano forti le parole della II preghiera eucaristica: «per averci ammessi alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale». Ho celebrato “da solo” per oltre due mesi.

Molti gridano allo scandalo quando un prete dice di aver celebrato “da solo”. In realtà, io ritengo che tutti i presbiteri, nessuno escluso, abbiano celebrato “da soli” in questo periodo. Anch’io, oggettivamente, non ero del tutto solo, avendo il seminarista della parrocchia che ha partecipato alla santa messa nella quasi totalità dei giorni.

Poi, a partire dalla domenica delle Palme, noi parroci abbiamo potuto coinvolgere, solo nei giorni festivi, le 5 o 6 persone necessarie per il minimo del decoro liturgico. Se si è onesti, bisognerebbe ammettere che anche una celebrazione permessa a 5 o 6 fedeli dovrebbe essere annoverata tra le “celebrazioni senza il popolo”. Anche i funerali con 15 presenze. Anche ora, finito il lockdown, con l’ingresso contingentato nelle chiese.

Non possiamo di certo dire che si tratti di celebrazioni comunitarie in senso pieno, quanto piuttosto di celebrazioni elitarie, dove i partecipanti possono essere ammessi con i più diversificati criteri. Fin quando avremo l’ingresso contingentato nelle chiese, fin quando anche solo un fedele sarà costretto a tornare a casa non avendo potuto accedere alla liturgia, non credo sia giusto parlare pienamente di “celebrazioni con il popolo”.

Tutti sappiamo che la celebrazione eucaristica senza il popolo non è ottimale. Non è ottimale proprio come non lo è l’abbandono di quella mamma medico che è stata lontana dai suoi figli e dal suo sposo. Nessuno l’ha scelto; siamo stati costretti. E anch’io, come quella mamma, ho sentito la struggente assenza della comunità, per la quale vivo. Eppure posso raccontare che, in questa situazione paradossale – non ottimale, non cercata e da non cercarsi – Dio, in me sacerdote, ha fatto emergere l’essenza della mia sponsalità.

C’è sempre stata, lo so bene, ma ora è stata messa a nudo, forse perché io la percepissi maggiormente e la apprezzassi. Non ho scelto io di allontanare il popolo, e tanto meno l’ho fatto perché abbia pensato di poter fare a meno della mia sposa. Tutta la società è stata ferma per tutelare il dono immenso della vita. E anche noi presbiteri siamo stati fermi “per dare la vita”. Anche in questa sosta forzata abbiamo vissuto il nostro celibato, che è vero solo quando è generativo.

Ho riflettuto e ri-apprezzato la verità del corpo mistico della Chiesa. Il concilio insegna che la Chiesa è «visibile ma dotata di realtà invisibili» (SC 2). Troppo spesso, forse, mi sono attardato in una visione troppo materiale, funzionalistica della Chiesa. Come se la Chiesa mancasse di trascendenza. Ma in questa situazione ho sperimentato più che mai che, proprio in virtù del corpo mistico, tutto il popolo è stato sempre presente con me nelle celebrazioni. Anzi, paradossalmente, forse mai così intensamente come in quel momento.

Lo confesso: la celebrazione dell’eucaristia è stata lunghissima ogni giorno. Non avevo limiti di orari da rispettare o altre urgenze pastorali cui attendere. Non avevo nessuno accanto a me, eppure sentivo la presenza di tutti. Mi sono sentito responsabile di rappresentare tutto il popolo santo di Dio: tutte le persone che, ogni giorno, mi contattavano telefonicamente e tramite messaggi per affidarmi le loro intenzioni, le paure, le attese. Scorrevano nella mia memoria i volti dei bambini, delle famiglie, degli anziani, degli ammalati.

Al momento della preparazione delle offerte, mi fermavo a ricordare tutti i nomi di coloro per i quali intendevo pregare. Li deponevo nel calice e nella patena, che diventavano pesantissimi da sollevare. Gioie, dolori, fatiche, speranze, tutto offerto insieme al pane e al vino, «perché il nostro sacrificio sia gradito al Padre onnipotente».

Il concilio insegna che «dalla liturgia, e particolarmente dall’eucaristia, deriva in noi, come da sorgente, la grazia, e si ottiene con la massima efficacia quella santificazione degli uomini nel Cristo e quella glorificazione di Dio, alla quale tendono, come a loro fine, tutte le altre attività della Chiesa» (SC 10).

È tornata spesso al mio cuore la promessa fatta nel giorno dell’ordinazione sacerdotale, in cui mi veniva chiesto di donarmi «specialmente nel sacrificio eucaristico […] a lode di Dio e per la santificazione del popolo cristiano». È chiaro che la salvezza è operata da Cristo e ne beneficiamo solo in virtù dei suoi meriti, ma proprio la continuazione nello spazio e nel tempo di questo offerta è il motivo per cui sono stato chiamato dal Signore.

Mi hanno sorpreso coloro che hanno pensato che fosse opportuno sospendere la celebrazione della messa. Questa azione è lo specifico del mio essere presbitero. Come avrei mai potuto smettere di celebrare? Si tratta dello specifico del mio “lavoro” presbiterale di ogni giorno; anche se in questa contingenza è diventato invisibile e solitario, il mondo ha continuato a fruirne in maniera incessante. È il mio peculiare compito nella Chiesa e nel mondo. Come ogni lavoratore, ogni giorno, si sveglia presto al mattino e svolge il suo lavoro con fedeltà e sudore, apportando alla società lo specifico suo contributo, così anch’io con questa opus Dei. Io presbitero esisto per questo.

Ricordo ancora, durante un corso di esercizi spirituali, che il professor Giraudo, meditando sulla messa, con immagini vive descriveva il sacerdote stanco giunto alla fine della preghiera eucaristica, affannato, quasi sudato, per aver portato il peso di tutta l’umanità da inserire nel santo sacrificio.

Chi mi chiede di mettere in secondo piano questo mio compito specifico, o addirittura mi chiede di sospenderlo, mi sta chiedendo di declinare alla mia stessa identità, perché forse non la conosce o non sa apprezzarla. Io, presbitero, ho celebrato, con o senza popolo, non per obiettivi privatistici o devozionali, ma con un cuore orientato al bene delle comunità. Ero solo, ma non sono mai stato solo.

Quante eucaristie, nella storia, sono state celebrate senza presenza fisica di un’assemblea? Ancora una volta, non in maniera intenzionale. Ma come poter dubitare della loro efficacia?

Possiamo mai dire che era inefficace l’eucaristia celebrata da san Jean del Brebeuf e da sant’Isacco Jogues, su qualche altare improvvisato nelle sperdute e innevate foreste nel Nord America, mentre offrivano la loro vita per l’evangelizzazione tra gli uroni e gli irochesi, nel secolo XVII? L’offerta di quelle celebrazioni, impastate con l’offerta della loro vita missionaria, non fu forse la “strategia” più efficace perché in quelle terre lontane si avverasse il desiderio di Cristo per la salvezza di tutti?

Forse è stata inefficace l’eucaristia celebrata e adorata dal beato Charles de Foucauld nella sua tenda nel deserto, durante i lunghi anni passati con i tuareg? In quella solitudine, nello sconfinato orizzonte sahariano tra Algeria e Marocco, in una compagnia quasi interamente islamica, il suo eremo divenne oasi eucaristica. Presenza silenziosa, invisibile, incompresa, incomprensibile, eppure vero centro del mondo, efficace per l’instaurazione della fratellanza universale.

E cosa dire delle eucaristie celebrate dal cardinale vietnamita Van Thuan nei 13 anni di prigionia, di cui 9 di isolamento? Continuò a celebrare la santa messa in modo clandestino, solo, in una cella di 1,5 metri quadri, con una goccia di vino poggiata sul palmo delle mani e un pezzettino di pane. Pronunciava a memoria ciò che ricordava dei testi del messale. L’assenza del popolo e dell’esercizio pastorale gli fecero sorgere dubbi circa l’utilità della sua stessa esistenza, ma proprio dall’eucaristia recuperò l’essenziale, di essere stato chiamato, cioè, per servire “Dio, e non le cose di Dio”.

Anche al giorno d’oggi ci sono celebrazioni eucaristiche che vedono la partecipazione di pochissimi o nessun fedele. Come quelle offerte dai sacerdoti ammalati o anziani; oppure quelle celebrate dalle sparute comunità cattoliche della Norvegia o di altri paesi a minoranza cattolica, o dalle comunità clandestine dei cattolici cinesi, senza tralasciare quelle dei cristiani perseguitati in Siria, in chiese mezze distrutte dai bombardamenti. Da chi sono partecipate? Da pochissimi, anzi, a volte, proprio da nessuno. Eppure ricadono a beneficio del mondo intero. L’efficacia non è data, evidentemente, dal numero dei partecipanti “fisicamente presenti”. D’altronde, la gran parte della celebrazione della Liturgia delle ore è vissuta da laici e clero in forma non comunitaria, ma non per questo perde la sua efficacia.

Questa esperienza mi ha costretto a liberarmi da un’impostazione di “efficientismo liturgico”. E mi sono interrogato: non è forse che la ricerca a tutti i costi della liturgia celebrata in presenza fisica (o virtuale) dell’assemblea svela piuttosto un mio celato desiderio di visibilità, dal quale non riesco a liberarmi? Perché desidero essere ascoltato a tutti i costi, visto a tutti i costi, come se la salvezza operata da Cristo “funzionasse” in virtù della mia persona? Quando celebro, per “chi” celebro?

Alcuni hanno detto che la celebrazione senza l’assemblea è la più alta forma di manifestazione del clericalismo. Ma cos’è più clericale? Celebrare senza l’assemblea o, piuttosto, voler a tutti i costi affermare il presenzialismo, anche solo virtuale, del presbitero? Sono domande forti che mi son sentito piombare addosso, ma delle quali ringrazio il Signore, perché mi sento purificato.

Il sacerdozio battesimale dei fedeli 

Allo scoppio della pandemia mi sono sentito, come pastore, in colpa. Non mi è mai capitato, probabilmente, di offrire ai miei fedeli gli strumenti essenziali per vivere il sacerdozio battesimale. E adesso, di punto in bianco, era necessario in qualche modo recuperare attraverso qualche catechesi webinar.

L’unico sacerdote vero è Cristo, perché unica e irripetibile è la mediazione fra Dio e gli uomini che solo lui può offrire. Gesù è insieme vittima e sacerdote, colui che offre il sacrificio e colui che è offerto, e il suo sacerdozio perfetto non ha bisogno di alcun altro completamento. Tuttavia al sacerdozio di Cristo partecipa il sacerdozio della Chiesa, che ha il compito di rendere presente Cristo nel mondo. Tutti i cristiani, mediante il battesimo, sono resi sacerdoti, in quanto sono innestati nel corpo di Cristo, consacrati perché, con la loro presenza nel mondo, assicurino la manifestazione continua della comunione fra Dio e l’umanità. «Voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (1Pt 2,5).

La pandemia è stata l’occasione favorevole per eccellenza perché, pur in una situazione non voluta, i laici sono stati costretti a riscoprire il dono immenso del sacerdozio comune, la bellezza del ministero battesimale.

Personalmente non ho ritenuto opportuno dare dirette streaming dell’eucaristia che celebravo in parrocchia. Un primo motivo è stata l’assenza di strumenti idonei per poter offrire un servizio confacente; ma poi, pensandoci bene, ho ritenuto che un digiuno, se è tale, non può avere surrogati. Se è digiuno eucaristico, doveva esserlo fino in fondo. Tutti sappiamo che la partecipazione in streaming alla liturgia, per quanto valido sostegno alla preghiera e alla spiritualità dei malati, tuttavia non può assolutamente equiparare la partecipazione dal vivo. L’assenza è assenza. La privazione è privazione. Qualsiasi riempitivo risulta insufficiente.

Se credo che tutto è grazia, devo crederlo sempre e comunque. Anche questa privazione, per quanto terribile, nell’orizzonte di Dio può trasformarsi in una grazia maggiore. «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!» (Gb 1,21). Forse che questa privazione – temporanea – della liturgia, possa essere usata dal Signore per far crescere nel popolo di Dio una consapevolezza forse poco apprezzata?

Ho temuto che l’insistenza con le dirette potesse far perdere ai fedeli la grande opportunità di rimettere in moto il loro sacerdozio battesimale: devi offrire la vita. San Paolo dice: «Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1). Il tempio è il tuo corpo. Il culto è la tua vita. L’offerta sei tu. «Quando dono quel che possiedo, quando porto la mia croce e seguo il Cristo, allora io offro un sacrificio sull’altare di Dio. Quando brucio il mio corpo nel fuoco dell’amore, allora io offro me stesso quale olocausto sull’altare di Dio. Quando amo i miei fratelli fino a dare per essi la mia vita, quando combatto fino alla morte per la giustizia e per la verità, allora io divento un sacerdote che offre il suo proprio sacrificio» (Origene, Omelie sul Levitico 9,9). Solo quando hai l’offerta di te stesso, puoi portarla nella celebrazione eucaristica.

In questo periodo la gente ha offerto. Ha offerto preghiere, paure per un contagio, dolore per tanti morti. Ha offerto la consapevolezza ritrovata della fragilità. Ha offerto le strettezze di un intenso, seppur breve, periodo di limitazioni. Ha offerto l’obbedienza a leggi stringenti e a volte incomprensibili. Ha offerto la bellezza della vita matrimoniale e familiare, con una convivenza forzata mai così tanto prolungata. Ha offerto notti insonni tra tanti pensieri. Ha offerto la cura per un parente o un amico restato solo. Ha offerto l’entusiasmo per una relazione ritrovata o restaurata, magari tramite il telefono. Ha offerto la preoccupazione per qualche figlio lontano. Ha offerto l’apprensione per qualche lavoro rischioso. Molti hanno offerto la loro solidarietà per le emergenti necessità dei fratelli. Moltissimi hanno offerto i loro propositi di conversione umana e cristiana. Erano questi i motivi dell’offertorio lunghissimo.

Sia ben chiaro. La forma ottimale è il culto con la vita. In pandemia ci siamo ritrovati una vita senza culto. Forse questa situazione può farci crescere nella consapevolezza che, se partecipiamo alla messa senza portare la vita, le nostre scelte, gioie, fatiche, speranze da offrire nell’offertorio, in qualche modo viene meno quella actuosa participatio chiesta dal concilio. Cosa sarebbe più grave? Una vita senza culto o un culto senza vita?

Alcune esperienze monastiche, come Camaldoli e Bose, hanno sempre vissuto e proposto la forma del “digiuno eucaristico”: la messa non è celebrata tutti i giorni, con grande sorpresa dei fedeli. Sorprende che proprio gli estimatori di tale digiuno non abbiano saputo coglierne i benefici proprio in questo frangente. Tale privazione, lungi dall’essere disprezzo o sufficienza rispetto all’eucaristia, è piuttosto la possibilità di preservarsi dal pericolo di assuefarsi a quell’eucaristia.

Ad un certo punto della pandemia, qualcuno ha cominciato a chiedere in modo spasmodico il poter tornare alle celebrazioni con il popolo. Tornare a tutti i costi a celebrare insieme, ad alcuni è sembrata una richiesta imprudente; ad altri una giusta rivendicazione contro uno Stato che ha leso diritti imprescindibili della Carta costituzionale; per altri è sembrato un atteggiamento impetuoso di chi si pone con atteggiamento di pretesa davanti all’eucaristia (allora cosa dovrebbero dire molti cristiani ai quali, per diverse situazioni, l’eucaristia è sottratta ben più a lungo di due mesi?); altri ancora hanno pensato l’opportunità di riscoprire e apprezzare la diversità della liturgia, oltre la messa. Io ho pensato che quel digiuno fosse da vivere in tutta la sua intensità, senza lasciarselo sfuggire in nessuna delle sue potenzialità. Prima o poi il culto ci sarebbe stato concesso nuovamente, ma perché sprecare l’occasione?

La privazione poteva diventare – e credo lo sia stato – occasione per una ricomprensione dell’eucaristia. Imparare ad offrire la vita, per un culto più autentico. Imparare ad offrire non soltanto nell’emergenza, ma imparare ad offrire ogni giorno. Nella coerenza di una vita farcita di preghiera, impastata in scelte di legalità, condita di opere di solidarietà. La nostra vita quotidiana, i nostri impegni concreti. È il materiale imprescindibile per la partecipazione eucaristica. Non possiamo portare il pane e il vino, se sono sprovvisti della vita (quanto sarebbe facile ridurre tutto ad una ritualità!). Perché come il pane e il vino vengono raggiunti dalla potenza dello Spirito, così accada anche per la nostra vita. C’è bisogno di una “transustanziazione della vita”. Lo Spirito Santo ci fa diventare “un solo corpo e un solo spirito” per rendere a Dio un sacrificio spirituale: la pratica della carità. È necessario passare da una celebrazione solo rituale, ad una anche esistenziale. Ecco alcuni aspetti del ritrovato sacerdozio battesimale.

Ovviamente ci sono stati anche altri temi di riflessione, per me stesso e per la comunità: per esempio, saper rispondere alle nuove povertà emerse; la collaborazione della comunità cristiana con le istituzioni civili e le associazioni laiche nel servizio dell’emergenza, ognuno nello specifico dei suoi settori e delle sue modalità; la necessità di una rivisitazione e purificazione delle numerose attività pastorali proposte in passato e da proporre (?) per il futuro. Sono ben consapevole che la vita pastorale del presbitero e della Chiesa non si limitano assolutamente al solo aspetto liturgico, sebbene esso ne sia la fonte e la priorità. Anche gli altri aspetti della vita pastorale sono passati dal mio cuore e tra le mie mani, ma semplicemente ho voluto soffermarmi solo su ministero sacerdotale e sacerdozio battesimale, unite perché inscindibili, essendo le facce della stessa medaglia.

Sono felice di essere sacerdote. E sono felice di essere in un presbiterio. Ringrazio tutti i miei confratelli sacerdoti che, con creatività e zelo, pur con modalità molto differenziate, hanno voluto farcire di Vangelo la vita dei fedeli in questo periodo di prova.

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6 Commenti

  1. Don Remigio 10 giugno 2020
  2. Ernesto Piraino 4 giugno 2020
  3. Stefania Manganelli 4 giugno 2020
  4. Domenico Marrone 4 giugno 2020
    • gsimy 4 giugno 2020
    • don Mike 4 giugno 2020

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