Pregare in questa stagione strana

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In questo tempo strano e straordinario, dove il quando e il come sembrano essere congelati, non ci sono risposte certe e tempi definiti, sentiamo il nostro limite ma sentiamo anche che dentro ciascuno vi è l’energia vitale, il bisogno di reagire, di vivere e combattere con quello che noi siamo.

In questo tempo strano (fuori dal normale) c’è una cosa che nell’uomo credente può aiutare ed è la preghiera.

Il bisogno di pregare riempie, o cerca, di riempire quei vuoti che nessuno può colmare. Sembrano riecheggiare quelle parole sensate e sapienti di Qohelet il saggio del III a.C. che apre alle domande profonde dell’esistenza: «Quale guadagno viene all’uomo per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole?» (Qo 1,3).

Non solo, il Qohelet (la parola viene dell’ebraico dice una funzione, colui che raduna l’assemblea), ci invita a riflettere sulla nostra vita, il senso delle scelte, delle parole, a non scadere nella stoltezza e nel vuoto, a non correre dietro il vento perché: tutto è vanità.

C’è una cosa che irrobustisce il discorso di questo sapiente ed è il timore di Dio. Per Qohelet il timore è ascoltare, fidarsi del mistero, è preghiera. Nella conclusione del libro, dove le tinte fosche e quelle chiare si alternano, il Qohelet afferma: «temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché qui sta tutto l’uomo» (Qo 12,13).

La preghiera non è una cosa stupida, è per l’uomo che riconosce Dio, lo cerca, lo importuna, come le sue richieste, le confidenze; la preghiera diventa quel manto di protezione e di sicurezza che ci fa bene. Senza la preghiera saremmo in balìa di noi stessi, delle nostre azioni e della hybris (parola greca che significa insolenza, tracotanza, orgoglio) come se il vero Dio-creatore fosse sparito e al suo posto ci sono io, la hybris annulla la preghiera, la estingue perché al posto di Dio c’è l’io.

In questo tempo strano non mancano sussidi e suggerimenti da ogni parte alla preghiera.

Ricordo una massima di un monaco iracheno di Mosul, Isacco di Ninive (640-700 d.C.) Lui dice che la Parola di Dio è la fonte della preghiera, anzi accompagna e illumina la vita credente.

Nella raccolta dei suoi pensieri (la lettura orante) si legge: «La lettura [della Scrittura] è, certamente, la sorgente della preghiera e ciò che la genera; e da ambedue noi siamo trasportati verso l’amore di Dio, la cui dolcezza, simile a quella del miele e del favo, è versata nel nostro cuore continuamente. E la nostra anima esulta per il gusto che la pratica nascosta e la lettura infondono nel nostro cuore».

La preghiera, dunque, ci aiuta ad aiutarci e ad aiutare. Nel tempo strano non possiamo fare a meno di pregare e di diffondere la preghiera come modo di esprimere le nostre paure, ansie, angosce, ma anche certezze, confidenze, richieste perché il Dio creduto e amato, celebrato e cercato, non è sparito dall’orizzonte dell’esistenza umana. Nel momento strano, Dio si fa strano insieme al tempo per aiutarci ad uscire da questa pandemia esistenziale rafforzando il nostro sentirci creature bisognose ancora di Dio, Misericordioso e Creatore.

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