Quasi un testamento spirituale

di:

rimpianti dei morentiArnaldo Pangrazzi, sacerdote dell’ordine dei camilliani, è professore di pastorale e di formazione pastorale clinica presso il Camillianum, ha animato e anima tuttora numerosi corsi di pastorale sanitaria, di relazioni di aiuto, di dinamica di gruppo e di enneagramma in diversi paesi, tra cui l’Italia, la Spagna e il Sud America.

Un’infermiera australiana, Bronnie Ware, impegnata nell’assistenza dei morenti in cure palliative, tempo fa ha pubblicato un libro sui cinque più grandi rimpianti dei morenti (Vorrei averlo fatto. I cinque rimpianti più grandi, Edizioni MyLife, 2012, pp. 287).

Il libro è il frutto di un’indagine condotta con pazienti da lei accompagnati nelle loro ultime settimane di vita, con l’obiettivo di esplorarne i rimpianti.

I rimpianti dei morenti

Dall’indagine sono emersi i seguenti rimpianti più comuni:

  1. Avrei dovuto imparare ad essere più felice. Molti lamentano di essere rimasti imprigionati nelle abitudini e nella routine e di essersi resi conto troppo tardi di aver sacrificato la propria felicità, per timore del cambiamento o di prendere rischi.
  2. Avrei dovuto mantenermi più in contatto con i miei amici. Il profondo apprezzamento per gli amici nasce, spesso, nel tempo della malattia o del trapasso. Molti rimpiangono amaramente di non aver preso più tempo per coltivare queste amicizie.
  3. Avrei dovuto esprimere con più libertà i miei sentimenti. Un terzo rimpianto, espresso da tanti, riguarda la prassi di reprimere i propri stati d’animo per il timore di ferire gli altri o per il quieto vivere, con conseguenze inevitabili sulla salute e sulla libertà di essere se stessi.
  4. Non avrei dovuto lavorare così tanto. Un buon numero di rispondenti, soprattutto uomini, ha evidenziato questo rimpianto che li ha portati a privilegiare il lavoro, a trascurare il gioco o il dialogo con i figli, a rinunciare a momenti preziosi con il coniuge.
  5. Avrei dovuto vivere la mia vita e non quella che gli altri si aspettavano da me. Questo è risultato il rammarico più forte e frequente espresso dai morenti. Molti comunicano il dispiacere di aver sacrificato i propri sogni, bisogni o desideri per rispondere alle attese degli altri, per sentirsi accettati e apprezzati.
Vivere meglio la propria vita

Non sono al corrente se una simile indagine sia stata effettuata in Italia e non saprei se i riscontri sarebbero simili o diversi, data la differente cultura.

Certamente, l’intento di addentrarsi nella mente dei morenti per permettere loro di verbalizzare rimpianti e disappunti è lodevole e materia di considerazioni feconde.

La ricerca di Wave rivela come, al tramonto dell’esistenza, le persone manifestino lucidità e saggezza nel rivisitare il proprio passato, per ravvisarne lacune e opportunità perdute.

Per alcuni i condizionamenti familiari o sociali hanno limitato le loro capacità espressive; per altri l’eccessiva enfasi data al profitto o all’acquisizione di beni materiali ha ostacolato la priorità da dare agli affetti e alle relazioni, che ne sono risultate penalizzate; per altri ancora, il timore di prendere rischi o di sbagliare li ha resi prigionieri di una vita intessuta di abitudini, ma non di stimoli.

La testimonianza consegnata da questi morenti invita tutti a prevenire questi rimpianti, facendo tesoro del tempo, delle amicizie, delle opportunità, per realizzare il proprio progetto di vita.

Verso l’ultima stazione

Sostieni SettimanaNews.itNei commenti di molte persone si sente spesso esprimere il desiderio di poter morire nel sonno, senza dare fastidio a nessuno, o senza patire il travaglio di una lunga malattia.

Questo desiderio rispecchia il clima prevalente dei nostri tempi teso a esorcizzare il dolore e ad evitare le sofferenze fisiche e psichiche che una malattia grave o la vecchiaia possono comportare.

In realtà, quanti si trovano a fare i conti con un’infermità cronica o la prossimità della morte hanno il privilegio di riflettere sul tempo vissuto, di guardare indietro, guardarsi dentro e guardare avanti. Prerogativa che non hanno coloro che periscono improvvisamente a causa di un incidente, un infarto improvviso  o altre cause.

Il beneficio di una malattia grave permette di valutare il cammino percorso, riflettere su ciò che si è seminato e raccolto, considerare gli obiettivi raggiunti e le opportunità perdute, esprimere gratitudine per quanto ricevuto e goduto.

Inoltre, la consapevolezza del graduale spegnimento della propria esistenza permette ai morenti di guarire le ferite aperte della vita, e diventa occasione per concludere l’incompiuto, chiedere perdono e perdonare, dire addio alle persone care e confidare in Qualcuno nel vivere il mistero dell’ultimo viaggio.

In sintesi, vivere il proprio tramonto è un’opportunità di grazia per riconciliarsi con il proprio passato, affidarsi alla misericordia divina e testimoniare la propria fede nel destino che ci attende: «Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani d’uomo» (2Cor 5,1).

Il congedo dal mondo: uno sguardo personale

Personalmente, non condivido il desiderio di una morte improvvisa, magari dovuta ad un infarto. Ho troppe cose da sistemare. Non vorrei lasciare ad altri il compito di mettere ordine nel mio disordine. Vorrei avere tempo per prepararmi al distacco. Tempo per regalare i miei libri, e le centinaia di power point che ho accumulato negli anni. Tempo per raccogliere e donare i miei vestiti a quanti ne potrebbero usufruire. Tempo per rivedere e dire addio ad alcuni amici e conoscenti.

Tempo per vedere i film o i programmi televisivi che non ho avuto tempo di vedere, nel ritmo di una vita intessuta di tanti impegni.

Tempo per pregare di più e di coltivare la mia interiorità, in vista dell’ultimo viaggio verso l’eternità.

Tempo per rivisitare la mia famiglia, le valli, i laghi e le montagne del Trentino dove sono cresciuto e che conservo nel cuore.

Tempo per godermi un bel piatto di caldarroste, se è ormai prossimo l’autunno, o un bel cesto di ciliegie, se si avvicina maggio.

Quando sarò prossimo al crepuscolo, vorrei alleggerirmi di tante cose che mi pesano, di cose accumulate che non mi servono e possono far felici altri. Se possibile, gradirei poter preparare il mio congedo dal mondo.

Per questo non sarei contrario, in via di principio, all’eventualità di un tumore e certamente, nelle tappe iniziali, mi adopererei per combatterlo con le cure e le chemioterapie opportune. Un anno di tempo sarebbe già una grazia per sistemare tante cose, se ne conservo le forze. E, una volta preso atto che sto giungendo al capolinea, chiederei la grazia di fare pace con l’inevitabile e di essere abbastanza umile e coraggioso per testimoniare la serenità nella fragilità, la bontà nel decadimento del mio corpo, il sorriso nell’indebolimento della mia mente e dei miei ricordi.

Al tramonto dei miei giorni vorrei coltivare di più la preghiera di gratitudine, che è quella che mi è stata più amica nel corso della vita.

Rendere grazie a Dio per la vita, per tutte le persone che mi hanno voluto bene e mi hanno insegnato ad amare, per i disappunti e i fallimenti che mi hanno reso umile, per le mete raggiunte e i progetti realizzati che mi hanno trasmesso entusiasmo e fiducia, per i momenti turbolenti che mi hanno plasmato ad essere tenace, per i viaggi che hanno allargato i miei orizzonti e mi hanno permesso di scoprire il mosaico di volti che colorano l’umanità, per i silenzi e la solitudine che hanno fatto germogliare l’introspezione e la mia creatività.

Ringraziare soprattutto Dio per aver tessuto misteriosamente i fili della mia vita e avermi fatto conoscere i Camilliani e il mondo della sofferenza.

Ringraziare i tanti malati che si sono trasformati nei miei maestri di vita, attraverso le preziose lezioni impartite sull’arte del patire e dello sperare.

Ringraziare Dio per le centinaia di dolenti (vedovi, genitori che hanno perso i figli, familiari di suicidati), che mi hanno permesso di addentrarmi nei meandri del loro dolore e nel labirinto dei loro interrogativi e delle loro travagliate ricerche di senso.

Ringraziare, in particolare, tutti coloro che hanno trasformato il loro dolore in missione, le loro perdite in testimonianza di fede autentica, le loro ferite in accresciuta capacità di amare.

Il contatto con queste biblioteche viventi si è tradotto nei miei libri: quello che hanno regalato a me, ho cercato di parteciparlo ad altri.

Ringraziare Dio per le persone che hanno avuto un posto speciale nel mio cuore, quelle a cui ho confidato la parte più intima di me, i miei disappunti, le mie ferite, scelte e speranze.

Ringraziare le diverse comunità con cui ho condiviso le diverse stagioni della mia esistenza, i momenti di preghiera, i pasti, gli scambi quotidiani, i canti di montagna, gli addii e gli arrivederci.

In mezzo ai miei tanti viaggi e cambiamenti, la comunità ha rappresentato un luogo di appartenenza, ritorno, stabilità, comunione.

Ringraziare le signore che hanno provveduto a lavare la mia biancheria, stirare le mie camicie, rattoppare i miei pantaloni o i miei calzini.

Tutto, dalle cose più semplici agli incontri formativi, dalle conferenze ai convegni nazionali e internazionali cui ho partecipato, ha contribuito a fare del tempo ricevuto un viaggio impensabile e meraviglioso, carico di mistero e di sorprese, stimoli e manifestazioni della provvidenza di Dio.

Onestamente sono stato fortunato e benedetto.

L’ottimismo e la gratitudine nascono dal fatto che, in gran parte, ho fatto ciò che amavo e ho amato ciò che facevo.

Custodisco due motti che ho spesso ripetuto: “viva la vita” e “la vita è un mistero da scoprire, più che un problema da risolvere”.

Per tutto ciò che è stato, esprimo riconoscenza.

Non so cosa mi attende. Non so come sarò. Non so chi mi sarà accanto nel tempo del declino. Non so se riconoscerò volti e presenze. Non so come reagirò alla crescente solitudine che mi attende, alla dipendenza dagli altri.

Confido in Dio e a lui mi affido, mentre cerco di far tesoro di ogni goccia di tempo che mi regala.

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