Sacro Cuore, una devozione

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sacro cuore

L’immaginario del Sacro Cuore, insieme alla disposizione devozionale della fede, sembrano essersi congedati dalle forme comuni del cattolicesimo occidentale – dopo esserne stati una delle forze trainanti nel corso della modernità europea. In questa lunga stagione della fede hanno rappresentato, da un lato, un polo di resistenza alla razionalizzazione cristallina dell’atto di credere e, dall’altro, la forma popolare di adesione dell’animo credente alla tradizione della Chiesa. Creando pratiche di alterità davanti alla pervasiva istituzionalizzazione della fede del popolo di Dio ridotta a corollario di applicazione del dettato ecclesiastico.

Forse abbiamo congedato devozione e Sacro Cuore con eccessiva rapidità, noi cattolici della seconda metà del XX secolo, non intuendo la sana tensione che sapevano generare rispetto al dispositivo istituzionale – aprendo spazi di inusitata libertà per la fede personale e comunitaria. Perché una delle caratteristiche della devozione è la sua tendenziale sfuggevolezza al controllo e alla regolazione da parte dell’istituzione ecclesiale: pratiche della fede che generano celebrazioni della relazione fra Dio e l’uomo che si dislocano altrove rispetto al canone liturgico della Chiesa. Incrociandosi talvolta con esso, in qualche caso per un’affinità percepita dal senso della fede devota, in altri per cercare di ricondurre il potenziale sovversivo di una devozione sotto il dominio dell’istituzione della fede.

Emblematica di questa oscillazione è proprio la devozione al Sacro Cuore – nella sua parabola moderna, stagione in cui si configura come pratica di popolo e non come semplice illuminazione di un’anima eletta e particolarmente sensibile. Del grande nodo irrisolto fra spirito della modernità e cattolicesimo la devozione al Sacro Cuore è figura esemplare, tanto che si potrebbe dire che la referenza spirituale all’immaginario del Sacro Cuore rappresenta il modo pratico in cui la fede cattolica ha declinato il suo rapporto con il mondo moderno, nel quadro di quel dualismo del potere che è stato la forza costituente degli assetti maggiori della stessa modernità europea.

Nel cuore del mondo

Il mondo moderno è il mondo che cessa di essere mero riflesso di un immutabile ordine cosmico, diventando così qualcosa di malleabile a cui l’uomo, con la sua opera e il suo ingegno, deve dare forma e orientamento. Le leggi che reggono questo ordine in divenire non sono più materia di rivelazione, ma di scoperta, ideazione e invenzione.

È in questa atmosfera che può nascere qualcosa come l’«individuo» e il dramma della sua libertà, ossia quella singolarità personale in divenire che non è più necessariamente predeterminata a vita in ragione del suo stato di nascita con le sue condizioni ambientali. È in questo tornante che l’uomo diventa un’«impresa» a se stesso, e il muoversi all’altezza della sua dignità un compito drammatico affidato alle sue mani – come aveva lucidamente intuito Pico della Mirandola.

sacro cuore

«Stabilì finalmente l’ottimo artefice che a colui cui nulla poteva dare di proprio fosse comune tutto ciò che aveva singolarmente assegnato agli altri. Perciò accolse l’uomo come opera di natura indefinita e postolo nel cuore del mondo così gli parlò: “non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto e il tuo consiglio ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai (…)

Ma perché ricordar tutto ciò? Perché comprendiamo, dal momento che siamo nati nella condizione di essere ciò che vogliamo, che è nostro dovere avere cura specialmente di questo: che non si dica di noi che essendo in onore non ci siamo accorti di essere diventati simili a bruti e a stolte giumente (…). Sì che, abusando dell’indugentissima liberalità del Padre, non ci rendiamo nociva invece che salutare la scelta che egli ci concesse» (De hominis dignitate).

Con questo uomo posto nel cuore del mondo, la modernità è dunque il mondo che si apre e diventa spazio conteso fra forze e impulsi diversificati, divenendo il campo su cui si applica la libertà e l’inventiva degli esseri umani. Se nel suo cuore il mondo non è più sacro, se questo nucleo pulsante non è sottoposto a una legge prescritta da Dio, allora il mondo non sta più sotto un potere che deve essere necessariamente religioso per governarlo legittimamente. Sul mondo così inteso nasce la pretesa di un potere altro da quello sacro, di un potere schiettamente politico in senso moderno.

Quello che la modernità politica del potere non è riuscita a elaborare davvero fino in fondo, nella giustificazione della sua sovranità, è la fonte della sua legittimazione nella dignità dell’essere umano che dà forma a se stesso sul sentiero di cresta esposto al baratro di una ricaduta della sua libertà in mera legge di natura (per quanto divina essa possa essere). Insomma, il potere è legittimato da una dignità che non gli appartiene e che nessuna norma positiva può assicurare – essendo ciò che l’uomo deve continuamente a se stesso. Questo fondamento etico della legittimazione del potere e dell’esercizio della politica rimane, a mio avviso, il grande impensato dell’epoca moderna.

Dal Cuore di Gesù al Sacro Cuore

È proprio davanti e come risposta a queste profonde trasformazioni, che si annunciano con i prodromi della modernità, che vediamo stagliarsi all’orizzonte della cultura europea una prima, singolare declinazione della devozione al Cuore di Gesù per mano di un illiterato frate capuccino bergamasco – fra Tommaso da Olera.

Nella sua profonda intelligenza spirituale, che ruota intorno all’esperienza dell’eccesso dell’amore di Dio realizzato concretamente nel cuore di Gesù, Tommaso mostra di essere un geniale interprete dei cambiamenti che andavano delineando un nuovo ordinamento dell’umano – sia a livello delle forme pubbliche della coesistenza fra nuovi ceti sociali, sia a quello della configurazione dell’animo come ambito proprio in cui l’individuo dispone di sé fronteggiato dall’istanza calorosa della misericordia eccessiva di Dio – ossia come spazio proprio di una dignità tanto vulnerabile quanto indisponibile alla presa del potere (politico e sacro).

Nei suoi scritti e nella disposizione devota del suo animo, Tommaso da Olera rivela allo spirito europeo un’inusuale sensibilità del cattolicesimo per il tempo storico in cui esso è chiamato a vivere e per le sfide che la modernità nascente, insieme alla Riforma, pone alla fede e alla Chiesa. Egli comprende bene, guidato dalle armoniche della devozione al Cuore di Gesù, che davanti al nuovo ordinamento delle cose e del mondo non si può semplicemente riproporre il cammino percorso, seppure con successo, nella lunga stagione medioevale. Nel tempo nuovo bisogna piuttosto ideare forme inedite di posizionamento e attuazione della fede cattolica all’interno di parametri sociali, politici e spirituali in continuo movimento e trasformazione.

L’itineranza francescana, che aveva ridislocato il cristianesimo al crocevia dei movimenti umani che si accendono con la ripresa del commercio e delle comunicazioni nel XII secolo, generando la possibilità di un incontro dinamico con l’umano del tempo che la stabilità monastica non era in grado di intercettare, trova nella plasticità spirituale indotta dalla devozione al Cuore di Gesù, nella declinazione che ne fa fra Tommaso, il suo degno corrispondente moderno.

Il riferimento che articola questa devozione in Tommaso è chiaramente la narrazione memoriale della Scrittura, letta attraverso un’interpretazione al tempo stesso immaginativa e affettiva. La pagina evangelica accende un rapporto devoto dell’animo credente con il mistero dell’eccesso incontrollabile d’amore che è il Dio di Gesù – su questo piano, la devozione è pratica individuata di tale rapporto (senza necessità di un’ulteriore mediazione) all’interno della Chiesa. Sulla contemporaneità affettiva che così si crea nessun potere istituito (sia esso mondano o religioso) può avanzare una pretesa di sovranità. Ed è proprio questa «sottrazione» che fa funzionare la devozione al Cuore di Gesù come istanza critica di una riforma religiosa del corpo ecclesiale.

È così che fra Tommaso trova una via cattolica adeguata a raccogliere un’istanza e una sfida della modernità nascente, immaginando all’interno del cattolicesimo una sfera (la devozione, appunto) in cui la fede può essere praticata come calore degli affetti credenti e non solo come mero esito intellettuale di un dettato istituzionale. Si tratta di una terza via aperta dalla devozione al Cuore di Gesù nella scomposizione confessionale del cristianesimo europeo: né la pura, verticale immediatezza della coscienza a Dio proposta dalla Riforma; ma neanche la totalizzazione istituzionale della fede che inizia a configurarsi nella Chiesa cattolica che esce dal Tridentino. Un’alternativa che sarà ben presto disattivata, ma non completamente elisa, dalla piegatura che la devozione prende con Margerita Maria Alacoque – dove il Sacro Cuore prende il posto del Cuore di Gesù.

A Paray-le-Monial la nascente forma moderna della devozione subisce infatti un repentino slittamento, che la riconduce (completamente) sotto il controllo istituito della Chiesa – con una sponda decisa a convocare anche il potere politico del re di Francia a suo supporto. Insomma, una devozione che vede i suoi albori come modo di abitare in maniera credente l’opposizione tensionale del dualismo moderno del potere viene rapidamente piegata all’immaginario di una rinnovata alleanza fra trono e altare.

Dall’esperienza della fede, individuale e individuata nel seno della comunità credente, che fa perno sulla memoria scritturistica dell’evento cristiano dell’eccesso di Dio che è il vissuto di Gesù, si passa alla visione privata da sottoporre alla verifica e controllo dell’autorità ecclesiale.

sacro cuore

Visione che tra l’altro intima un riconoscimento ufficiale del Sacro Cuore da parte della Chiesa cattolica mediante l’istituzione di una festa liturgica esplicitamente dedicata: suggellando così la validità della devozione a prescindere dall’esperienza credente che essa è in grado di generare.

È questa disarticolazione che crea le condizioni di possibilità per quell’estinzione della devozione stessa che coinciderà sostanzialmente con il declino e la fine della modernità europea. D’altro lato, nella lunga stagione in cui il Sacro Cuore assurge a vessillo di una cristianità cattolica che si oppone allo spirito della modernità, come rivendicazione di una supremazia del potere sacro su quello politico, le pratiche devozionali al Cuore di Gesù rimangono come in eccesso rispetto all’addomesticamento liturgico della devozione stessa.

Creando, all’interno del corpo cattolico, scarti e deviazioni che mantengono in essere la forza sovversiva di una disposizione devozionale del credere che abita pienamente le condizioni della modernità nella luce di un’eccedenza dell’essere misericordioso di Dio che nessun potere istituzionale può equiparare.

Padre Dehon

Questa è la forma dialettica della devozione che giunge a p. Dehon: istituzionalizzazione liturgica ed eccedenza devozionale; ed è in essa che egli inizia a delineare il quadro di un’esperienza spirituale che mostrerà di avere la qualità di un carisma fondatore.

Nella sua modernità, l’immaginario del Sacro Cuore integra la dialettica del dualismo del potere e quella del dualismo fra istituzionalizzazione ecclesiale e pratica devozionale come momento della tradizione cattolica della fede – nella quale ciò che viene scartato, ossia nel nostro caso la via alternativa suggerita da fra Tommaso da Olera, permane come lo spettro dell’eletto e prescelto, cioè la riconduzione liturgica dell’impianto devozionale legata a Margherita Maria Alacoque. Questa permanenza trascina con sé una forza di riattivazione dell’escluso che è sempre sul punto di innescarsi, aprendo possibilità altre rispetto a quelle istituzionalmente codificate.

In un gioco complesso di soglie, tra disattivazione istituita e riattivazione carismatica, con p. Dehon la devozione al Sacro Cuore riprende a essere con decisione questione di configurazione affezionata dell’animo credente; dando inizio a un processo di lenta de-istituzionalizzazione di questa devozione ricalibrandola come forza spirituale intorno alla quale dare forma all’uomo interiore – nella sua fondamentale disposizione davanti a Dio. Certo, Dehon rappresenta ancora un transito fra la convenzione liturgica della devozione e l’eccedenza devozionale delle sue pratiche. Trascinando all’interno del suo impianto spirituale sia il freno della disattivazione sia la vivacità di una possibile riattivazione oltre i limiti di una modernità oramai al tramonto.

Esemplare è in merito la questione della pietà eucaristica che attraversa tutta l’esperienza spirituale di Dehon fondatore della Congregazione dei sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù (interssante notare come l’acronimo «scj», che indica l’appartenza alla Congregazione da lui fondata, elida l’aggettivo sacro per ricongiungere senza mediazione il cuore a Gesù). Se infatti, da un lato, Dehon e la sua Congregazione dipendono ancora dall’autorità ecclesiale per ciò che concerne l’esposizione quotidiana del sacramento eucaristico nella cappella delle comunità per l’adorazione, dall’altro egli si svincola da questa tutela ecclesiastica indicando ai suoi la pratica della visita quotidiana frequente al sacramento eucaristico riposto nel tabernacolo.

Quella che a prima vista potrebbe sembrare una banale questione di pietà devozionale, si rivela essere invece lo snodo per una riattivazione della devozione al Cuore di Gesù così come questa, per un momento, si era resa possibile nella Chiesa agli inizi dell’epoca moderna. Le armoniche di fondo tra l’esperienza della fede di Tommaso da Olera e la restituzione carismatica della devozione al Sacro Cuore di p. Dehon sono molte – rappresentando ciò che potremmo chiamare il transito della memoria devozionale oltre la fine della modernità europea. Ma la forza della riattivazione non consiste in una semplice ripetizione di una possibilità sopita, quanto piuttosto una sua trasfigurazione che può portarla fino all’irriconoscibilità.

Acconsentire con intelligenza evangelica e sensibilità culturale a questa forza della riattivazione è compito che spetta alla Congregazione dehoniana nel tempo presente della nostra storia umana. Raccogliendo il nesso fra cura della dimensione interiore dell’animo credente e pratiche civili di una giustizia sociale che sappiano rendere onore a quell’umano posto nel cuore del mondo dall’eccesso benevolente della liberalità di Dio.

sacro cuore

L’esercizio effettivo di questa congiunzione spinge verso l’abbozzo di un’antropologia politica all’altezza del «cambiamento d’epoca» (papa Francesco) che stiamo attraversando, in un tornante in cui la messa in circolo nelle nostre società di un’orizzonte della giustizia che nessun diritto e nessuna norma positiva possono equiparare è esattamente il modo di custodire pubblicamente il dovere etico della dignità umana che è comune a tutti noi.

Nelle corde della spiritualità dehoniana ci sono i fondamentali per coltivare un’intensità affettiva dello spirituale, senza considerare marginale lo spazio associato del vivere-insieme fra molti in regime di pluralismo, e per un impegno appassionato all’invenzione sociale di pratiche politiche attraversate, da cima a fondo, dall’eccedenza benevola della giustizia di Dio, senza tralasciare la qualità spirituale dell’esperienza interiore dell’animo.

L’orizzonte messianico che la spiritualità dehoniana deriva dalla sua dimensione eucaristica, resa possibile dalla piegatura liturgica della devozione al Sacro Cuore indotta da Margherita Maria Alacoque, può rappresentare il perno intorno a cui far ruotare la dimensione spirituale dell’uomo interiore e quella sociale dell’uomo politico – che in Dehon rimangono ancora sostanzialmente giustapposte: «Ci vogliono battezzati formati ad essere e ad agire nel tempo continuamente guardando all’ultratemporale, cioè abituati a scrutare la storia, ma nella luce del metastorico, dell’escatologia» (G. Dossetti).

L’allargamento conviviale del carisma di Congregazione agli amici delle comunità dehoniane e a tutte le persone incontrate nel loro vissuto dovrebbe mirare esattamente a questo, rimanendo proprio così realmente aderente al lascito spirituale di p. Dehon nell’oggi della storia umana.

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