Soggetti smarriti

di: Marcello Matté

Giuseppe era stanco, molto stanco. Si vedeva la vita risucchiata ogni giorno di più dalla madre ammalata, che viveva da sola – non potendo ospitarla in casa – ma pretendeva una premura impossibile da darle, perfino vivendo in casa con lei. Figurarsi doversi dividere tra casa sua e casa di sua madre, fra l’essere figlio e l’essere padre di Totò e marito di Maria.

Giuseppe era stanco, e la sera tornando (tardi) per la cena, lo prendeva ogni volta una fitta di angustia da rendere una fatica insormontabile girare la chiave nella serratura.

Maria sembrava non rendersi conto del peso sulle sue spalle e, sostanzialmente, lo lasciava solo. «È tua madre, non la mia. E poi faresti bene a non dimenticarti di noi per lei. Anche noi siamo la tua famiglia e abbiamo le nostre esigenze».

Totò, in piena adolescenza, non apprezzava quello che entrambi facevano per lui e restituiva l’impressione che tutto gli fosse dovuto. Anzi avrebbe voluto di più. Il dialogo con il padre era ridotto a monosillabi, più spesso amari. Nemmeno Totò mostrava di comprendere il mondo di quell’uomo che fino a qualche mese prima chiamava “papi”. Figurarsi, disperdeva già troppe risorse per capire il suo di mondo.

Quella sera, un contatto nella sua mente generò un corto circuito e Giuseppe non trovò la forza per affrontare la fatica della serratura da aprire. Non tornò a casa e si abbandonò alle vie della città, ascoltandone quel silenzioso invito che solo gli sbandati e gli sfiniti sanno intercettare.

Si fece molto tardi, notte inoltrata, prima che Maria avvertisse un certo allarme. Altre volte Giuseppe aveva tardato per chissà quale “capriccio” di sua madre. Tentò uno squillo di telefono: «L’utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile». Ma trovò due o tre ragioni per non allarmarsi e tornare a letto.

Si sarebbero svegliati di domenica, l’ultima di dicembre. Nessuno avrebbe sentito la mancanza di Giuseppe sul lavoro. Maria chiamò qua e là a sentire se qualcuno lo avesse visto. Al contrario di quanto ci si potesse aspettare, forse per le intricate condotte che portano le emozioni dall’inconscio alla superficie, era quasi sollevata all’idea di una domenica senza di lui. O, peggio, come se la sua assenza o la sua presenza non facessero differenza.

La sera del lunedì l’allarme era conclamato e nemmeno l’inconscio di Maria poteva contenerlo. Non era soltanto sua madre a chiedere di lui.

Ma fu Totò a prendere l’iniziativa e a mettersi per via il terzo giorno, lasciandosi anche lui guidare dalle silenziose sirene della strada. Quelle che anche gli adolescenti, per un breve tempo, riescono a sentire.

Trovò Giuseppe prima della polizia. Aveva l’aria sempre stanca, ma diversa. Come se avesse passato le notti insonni, ma ne fosse valsa la pena. «Devo trovare la mia vita. Non posso fare sempre e solo la volontà degli altri». «Capisco cosa vuoi dire», rispose Totò azzardando per la prima volta dopo tanto tempo una frase più lunga di un monosillabo.

Non sappiamo se si siano abbracciati. Si sono trovati, e tanto basta per questa volta.

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Un commento

  1. Patrizia Pane 1 gennaio 2019

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