Tornano le beghine?

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È curioso che, a fine luglio, un giornale come Le Monde dedichi sei articoli alle beghine, una figura ecclesiale scomparsa da tempo. Eppure l’ultimo articolo (31 luglio) è un reportage da un nuovo beghinaggio a Saint-Martin-du-Lac (Saôn-et-Loire, Francia).

Sette persone (due religiose, quattro laici, compresa una coppia) hanno riconosciuto che la loro forma di vita comunitaria si potesse richiamare alla tradizione beghina: in parte soli/e, in parte di vita comune, senza vincoli istituzionali canonicamente precisi, ma con una forte dimensione spirituale.

Si ritrovano ogni giorno per la preghiera e la meditazione, cura dei rispettivi alloggi e del proprio lavoro, partecipazione al pasto comunitario in alcuni giorni della settimana: una terza via tra matrimonio e vita consacrata, con una spiritualità coltivata, senza legami particolari con il vescovo (ma non contro).

Una trentina di amici di varie provenienze e appartenenza (buddisti compresi) sono coinvolti in alcuni momenti di preghiera e di formazione.

Il ritorno dei beghinaggi va di pari passo con altre identità religiose considerate scomparse e oggi di nuovo presenti come gli eremiti, l’ordine delle vergini, l’ordine delle vedove.

L’interesse della cultura laica risponde alla curiosità di sottolineare il debole legame con l’istituzione – mentre molti e necessari interventi correttivi sono in atto verso le nuove fondazioni ecclesiali –, una spiritualità permeabile rispetto alle confuse domande interiori del presente e l’attenzione al vissuto e al pensiero critico di contro alla cultura oggi egemone. I deboli spezzoni contemporanei rimandano a una ricca storia di centinaia di anni.

Beghine

Amsterdam, Begijnhof.

Un milione in Europa nel XIII secolo

Il fenomeno delle beghine (e dei begardi) rimonta al XII-XIII secolo. «Di loro sappiamo che si muovevano a “stormi”, veri e propri villaggi incuneati nel tessuto urbano, sfamavano i poveri, curavano i malati, raccoglievano i bambini abbandonati, assistevano i moribondi, davano sepoltura ai condannati a morte. Guadagnavano di che vivere con il proprio lavoro e gestivano i propri soldi in piena autonomia, ma ne facevano uso minimo, limitato a ciò che era strettamente indispensabile. Soprattutto improntavano le loro esistenze alla preghiera continua, a una devozione profonda, a un amore per Dio che era pieno e libero» (R. Salvarani).

«Senza voti solenni, le beghine conservano il loro patrimonio e possono abbandonarlo in ogni momento. Scelgono liberamente di vivere in comunità, di lavorare insegnando, prendendosi cura di altri, esercitando il lavoro di tessitura o di ricamo, con la promessa di castità e di preghiera. Provenienti da ambienti molto diversi, in parte sono ricche di eredità familiare, in parte hanno origini modeste» (Le Monde, 26 luglio).

In un contesto sociale di relativo benessere, pongono il tema del distacco dai soldi e di un cammino di fede e di esperienza mistica. In parallelo a fondazioni come quella cistercense, francescana e domenicana e a fenomeni sociali come i manichei, i catari, gli osservanti, gli albigesi, i pizzoccheri, i flagellanti ecc.

Nati negli ultimi decenni del XII secolo nel contesto fiammingo (Liegi, Bruges) e olandese, i beghinaggi si estendono rapidamente nel Nord Europa. Dopo un secolo, a Strasburgo se ne contano 85 in città, a Bruxelles il grande beghinaggio raccoglie 1.200 beghine, a Parigi le beghine sono 400. In Europa sono stimate circa un milione. Dopo un avvio non privo di sospetti e tensioni.

Approvate nel 1233 da Gregorio IX, il sinodo di Vienna (Clemente V) le condanna come eretiche (1312). Sei anni dopo Giovanni XXIII le reintegra.

Tre le stagioni più creative: quella delle origini, la controriforma cattolica e il periodo successivo alla rivoluzione francese. Ancora negli anni ’60 del ’900 erano attive nelle Fiandre. Nel 2013 è morta quella che era considerata l’ultima beghina, Marcella Pattijin.

«Fine dell’avventura beghinaria? Non è detto. Da qualche anno, luoghi di vita comunitaria, sorta di cenacoli spirituali, si riaprono qua e là in Europa. Beghinaggi dei tempi nuovi, essi riprendono in parte le intuizioni delle fondatrici del Medio Evo, decisamente troppo moderne per la loro epoca» (Le Monde, 25 luglio).

Mistiche e sospette

Piccole città nelle città, i beghinaggi prevedono case singole o comunitarie, con l’abitazione della «gran dama» (sorta di superiora) attorno a territori destinati alla coltivazione degli ortaggi e al lavoro della tessitura (rogge d’acqua), con al centro una chiesa, molto semplice e austera. L’insieme è di proprietà dell’amministrazione cittadina, mentre il vescovo ha il controllo degli indirizzi spirituali. Un’eco del modello è riscontrabile nella progettualità urbana contemporanea delle città-giardino.

Alcuni nomi di queste donne si elevano a veri e propri riferimenti nella storia della Chiesa e della mistica cristiana: da Hadewijch di Anversa a Mectilde di Magdeburgo, da Maria d’Oignies a Cristina l’ammirabile, da Dolcelina a Ludgarda di Treves, da Ida di Nivelles ad Aleydis di Cambrai, fino a Margherita Porete. Quest’ultima, bruciata come eretica a Parigi nel 1310, ci ha lasciato un testo di riferimento, Lo specchio delle anime semplici.

Beghina atipica, forse itinerante o mendicante, condensa nei 140 capitoli del libro un’acuta riflessione spirituale che è agli antipodi della teologia accademica del tempo. Nel suo linguaggio si fondono prosa, poesia, didattica ed elementi della letteratura contemporanea.

Nell’insieme delle opere delle beghine, il loro apporto più caratteristico è di aver tentato la fusione fra mistica dell’amore e mistica dell’essere. L’annullamento dell’io apre all’accoglienza di Dio, alla divinizzazione dell’uomo. Le credenti e i credenti non hanno bisogno di una «stato di vita» (clericale o religioso) per attingere alla divinizzazione. L’esperienza spirituale ed erotica del Cantino dei Cantici accompagna le loro riflessioni ed esperienze mistiche. Non si tratta di una semplice imitazione di Cristo, ma di una piena identificazione con l’umanità fisica e concreta del Dio incarnato.

Due grandi teologi dell’epoca, Meister Eckhart e Ruysbroeck, hanno alimentato le loro straordinarie riflessioni attingendo all’humus beghinale. I due hanno ciascuno connotato i due grandi cammini verso Dio attingendo alle opere delle beghine e al loro vissuto: «Da una parte, la “mistica nuziale” che si sviluppa in Occidente nel XII secolo sotto l’influenza cistercense, si appoggia sulla lettura che san Bernardo fa del Cantico dei Cantici… Essa mette l’accento su un accesso a Dio per la via degli affetti. L’altra, la “mistica dell’essenza”, elaborata nello stesso periodo, riconosce le proprie sorgenti in sant’Agostino e nei Padri greci. Questa mistica dell’essere, che cerca di attingere a una conoscenza intuitiva di Dio per una via più speculativa e intellettuale, corrisponde a quella che Meister Eckhart avrebbe attinto dalle grandi beghine» (Le Monde, 29 luglio).

Romana Guarnieri

Ma c’è stata in casa italiana una straordinaria beghina, Romana Guarnieri (1913-2003). Figlia di padre italiano e di madre olandese, grazie all’incontro con un prete di altissima cultura come Giuseppe De Luca, avvia le Edizioni di storia e letteratura, scopre nella biblioteca vaticana il testo della Porete e ne cura la traduzione e la diffusione, alimenta, in forma discreta, il dibattito teologico e spirituale più avvertito. Emette il voto di castità e fa della ricerca intellettuale lo strumento di santificazione personale. «Essere beghina, per me, significa continuare la scelta delle figure femminili che ho studiato. Essere nel mondo senza essere del mondo. Essere di tutti e di nessuno. O meglio, di Uno solo: ma lui è la libertà assoluta».

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5 Commenti

  1. Silvana Panciera 19 agosto 2022
  2. Giuliana Babini 16 agosto 2022
  3. Anima errante 15 agosto 2022
  4. Tobia 14 agosto 2022

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