Via Crucis con Sieger Köder

di: Nico Guerini

Titoli del pittore
Didascalie di Nico Guerini

Questo – scrive Nico Guerini – è un commento sintetico, quasi delle didascalie, alle stazioni della Via Crucis come sono state illustrate dal prete artista tedesco, Sieger Köder, morto nel 2015. I titoli, opera del pittore, molto diversi da quelli tradizionali della Via Crucis, proprio per la loro originalità sono già utili a scardinare l’abitudine e a mettere al centro il significato che Köder ha estratto dalle scene che conosciamo bene. Il commento vorrebbe “suggerire” in modo sintetico piste di lettura seguendo gli stimoli offerti dalle immagini.

 1. Legato
1. Legato (Gebunden)

A sinistra il potere religioso, mani che si attaccano ai rotoli della Legge come fossero possesso proprio. A destra il potere politico, che si lava mani che grondano sangue. In mezzo Lui, il condannato, senza volto, visto di schiena, uno e nessuno, con le mani legate a dire la sua totale impotenza. Sono mani che hanno guarito con il loro tocco gentile, mani che hanno abbracciato i piccoli, mani che hanno rassicurato peccatori ed emarginati. Tre figure: con quale stiamo noi?

 2. Abbraccia il tronco
2. Abbraccia il tronco (Umfasst den Balken)

Sul fondo, una grata sommersa dal buio ma che, piano, si tinge di azzurro grazie al riverbero di una luce che viene dalle mani del condannato. Il tronco, che suggerisce la croce, ha il colore della terra, la polvere del suolo da cui veniamo. Esso indica la dimensione verticale della passione: «Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Lui lo stringe, l’abbraccia. Questo aderire alla croce è l’ultimo segno del suo essere uomo con noi, carne della nostra carne, confitto nella miseria e nel dolore della condizione umana. Con noi e per noi si è abbassato sino alla morte (Fil 2,8), per vincere l’ultima nostra nemica, e portarci con sé nella vita.

 3. Peso che schiaccia
3. Peso che schiaccia (Erdrückende Last)

L’altro braccio della croce, quello orizzontale, è una trave pesante che schiaccia verso terra. La mano del condannato sembra che vi si aggrappi, quasi cercasse sollievo in ciò che l’opprime, quasi tentasse di capirne il senso. Sullo sfondo, altre mani legate segnalano la presenza accanto a Lui di un altro condannato che urla di dolore. Dietro e attorno volti beffardi, occhiaie vuote che trasudano indifferenza. Ma anche due volti segnati dalla sofferenza: sono il discepolo amato e la madre, che sono ancora, anche qui, accanto a Lui.

 4. Dolore condiviso
4. Dolore condiviso (Geteilter Schmerz)

Ancora le mani e la croce, ancora ridotta a un palo verticale. Questo “scomporre” la croce nelle sue due parti è un invito a riflettere: forse si mira a stornare lo sguardo dai crocifissi cui siamo ormai così abituati da ridurli a gingilli. Ora però le mani sono diventate tre: c’è chi può aiutare a sopportare il peso indirizzando verso la dimensione “verticale” del dolore. La terza mano è quella della madre, mano gentile, che si posa su quella del condannato: carne su carne, calore d’affetto che addolcisce la presa sul legno duro e freddo. Il gesto è più forte della parola, quasi una carezza che risponde all’enigma del dolore e della violenza. I volti sono nascosti, si incontrano dietro il palo quasi con pudore: è la mano a marcare il contatto che allevia la pena.

 5. Uno straniero aiuta
5. Uno straniero aiuta (Ein Fremder hilft)

Le mani si materializzano ora in volti. Sono in due sotto la trave orizzontale della croce: lo “straniero”, l’uomo di Cirene, è accanto al “condannato”. Stanno spalla a spalla, volto accanto a volto, ambedue segnati da una sofferenza che li unisce e insieme li fortifica. Ambedue con una mano sostengono il peso, con l’altra abbracciano il vicino. «Portate gli uni i pesi degli altri» (Gal 6,2). La comune emarginazione li rende fratelli. Per il condannato, lo straniero diventa un amico; per lo straniero, il condannato diventa un pari: la comune emarginazione li rende fratelli. I volti, ora, non si distinguono più. L’amicizia o trova o rende uguali (Aelredo di Rievaulx).

 6. Servizio d'amore
6. Servizio d’amore (Liebesdienst)

Le mani di una donna reggono ora il velo che ha asciugato il sangue e il sudore del condannato. È come se il sangue e l’acqua, l’ultimo segno di vita che il corpo del condannato lascia uscire, si fossero già offerti in ricompensa a chi ha avuto compassione di lui: su quel velo resta impresso il suo volto, ed è il volto della compassione. Veronica è figura di una tradizione tarda. La donna è stata variamente identificata: per alcuni sarebbe la donna che pativa perdite di sangue, guarita da Gesù, che quindi rende a lui l’affetto ricevuto. Per altri il nome significherebbe “vera immagine”. Quale? Quella della “pietà”, la sua per noi, la nostra per lui e per tutti quelli che la vita ha reso “sfigurati”. È la sintesi che troviamo nelle mani che reggono un vaso vuoto: rappresentano l’indigenza di chi è “assetato” di pietà!

 7. Cade insieme a molti
7. Cade insieme a molti (Er fällt mit vielen)

Lo sguardo ora esplicitamente va oltre, e si estende ai molti che con lui e come lui “cadono”. Le mani sono scomparse: non c’è più nessun appiglio. Le travi, che si indovinano pesanti e massicce, sono il segno di tutte le oppressioni, fisiche e mentali, che ci troviamo a soffrire. I condannati sono ora due. A sinistra sta uno dei due malfattori, ma chi è la persona a destra? Si pensa che sia Edith Stein, la carmelitana ebrea vittima dei campi di sterminio, poi canonizzata e proclamata patrona d’Europa. Il suo volto ben visibile sembra dire che da tutti quei volti immersi nel buio della sofferenza ne emerge uno in cui il dolore si trasfigura in santità. Nella sua via dolorosa Gesù porta con sé santi e peccatori. Il messaggio dell’immagine è chiaro: se è vero che Gesù cade “per” noi, è un grande conforto vedere e sapere che Lui cade “con” noi.

 8. Pianti e lamenti
8. Pianti e lamenti (Weinen und Wehklagen)

Attorno al condannato c’è ora una folla di donne, e tante mani. Quelle del condannato sembrano appendersi alla trave che lo opprime e gli spezza le spalle. Quelle delle donne e dei loro figli hanno i colori lividi della morte, o si coprono il volto, ma l’orrore è negli occhi e sulle labbra: due mani, in basso, sembra reggano un orcio per dissetarlo. Come sostenere il dolore? Come portare aiuto a un condannato che è stato violentemente sottratto alla cura e all’affetto di chi gli ha voluto bene? La scena non dà risposte: il dolore rende muti. Ma, in alto, resta aperto uno spiraglio: il sole!

 9. Cade a terra
9. Cade a terra (Erdenfall)

Imprevedibilmente la scena seguente mostra che lo spazio azzurro si è dilatato, anche se vi domina un pallido sole. Lui è stramazzato al suolo, il volto sfigurato, ridotto a una massa indistinta, una poltiglia; del corpo restano ancora ben visibili soltanto le mani. Si materializza quanto era già accaduto al Getsemani: «Cadde con la faccia a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora» (Mc 14,35). L’ora non passa, anzi il suo peso si aggrava. È lui che la deve attraversare. Pregherà anche ora mentre sale verso il colle della morte? Sarà qui che comincerà a sentirsi “abbandonato”?

 10. Derubato e spogliato
10. Derubato/Spogliato dell’unità
(Der Einheit beraubt)

Arrivati sul luogo dell’esecuzione, siamo all’ultimo atto: lo spogliano delle vesti, lo espongono alla vergogna annullandone la dignità. La scena assume un alto valore simbolico. La “tunica senza cuciture”, dettaglio fortemente enfatizzato da Giovanni (19,23-24), era l’abito del sommo sacerdote, e richiama il carattere sacerdotale del condannato che si appresta a offrire se stesso in sacrificio. Ma quello che non hanno osato fare i soldati, è avvenuto nelle Chiese: ortodossi e luterani a sinistra, cattolici e ideologie (la bandiera) a destra, hanno lacerato l’unico corpo di Cristo che è la Chiesa. E però il condannato aveva detto che il suo offrirsi, che continua, ha proprio lo scopo di ricomporre continuamente l’unità contro ogni conflitto e rottura.

 11. Inchiodato: l'ultimo sguardo
11. Inchiodato: l’ultimo sguardo
(Angenagelt – der letze Blick)

Un braccio levato con la mano che impugna un martello, braccio che appartiene al soldato veduto di spalle nel margine inferiore, segnala che si è giunti all’atto finale: il condannato viene ora inchiodato allo strumento che lo ha già martirizzato lungo il percorso. Lui non c’è, ma è lui che guarda chi gli sta attorno. Guarda dal basso dove giace steso. Vede al centro il sole che si oscura. Il suo occhio, che si appanna, getta l’ultimo sguardo verso chi si china su di lui. I volti traducono indifferenza, perplessità, dolore crescente; c’è chi si strappa i capelli o si copre il volto o chiude gli occhi, e c’è chi torna a scrutare la Legge, forse per rassicurarsi contro eventuali sensi di colpa. Qual è il nostro sguardo su di Lui?

 12. Gesù muore fuori
12. Gesù muore fuori (Jesus stirbt draussen)

La morte prende la figura di un corpo senza mani: questa “mutilazione” allude al fatto che è stato ridotto a un rottame: lo hanno buttato “fuori”! Volto e mani restano però nei tre personaggi: Giovanni a sinistra, Maria e la Maddalena a destra, come è dato di vedere in tante rappresentazioni della Crocifissione: il discepolo amato, la madre e la peccatrice perdonata. La scena è immersa nelle tenebre, ma è come se la pietra del sepolcro già si aprisse. Il corpo di Gesù appare tra qualcosa che si apre, o si lacera. I vangeli ricordano che, alla sua morte, il velo del Tempio si squarciò (Mt 27,51). Dietro quel velo era occultata la Presenza, il Dio invisibile. Ora quel velo è diventato inutile, distrutto e reso insignificante proprio da quella morte. Ora il volto di Dio si rivela, ed è il volto del Crocifisso. Quel corpo infatti nasconde un Dio che ama, e che in quella morte si “svela”.

 13. In grembo alla madre
13. In grembo alla madre (Im Schoss der Mutter)

Il corpo deposto dalla croce riposa pacificato sul corpo della madre, quasi un ritorno all’utero che lo aveva generato. Le mani, ora, sono quelle dell’affetto, della custodia, della protezione, della cura. La sua appare trafitta dai chiodi. Due teschi si intravedono sulla destra, citazione che rimanda al Calvario come “luogo del teschio”, e che dice come la morte non sia ancora sconfitta, ma ha già perduto la sua preda. La vita appare e resiste nella “pietà”, che guarisce e consola. È già un preludio di risurrezione.

 14. Come chicco di grano
14. Come un chicco di grano (Wie ein Weizenkorn)

Sul fondo tetro di un sepolcro trova posto un cadavere. Ma la luce che appare in fondo al tunnel, e soprattutto il biancore del corpo avvolto da un sudario, appena macchiato da gocce di sangue, lasciano prevedere che tra poco riesploderà la vita. La corona di spine, segno di scherno e causa di acuto dolore, è diventata una corona luminosa di gloria. Il volto, che appena si indovina sotto il velo, tornerà vivo per donarci la “sua” pace. E questo è un canto di speranza che sorregge l’attesa. La Via Crucis è un cammino di dolore, ma il punto di arrivo è il “riposo del sabato santo”, oltre il quale ci viene dato di vedere la luce e la gioia della Pasqua.

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