Dire Dio sottovoce

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Quest’anno sono ricorsi i sessant’anni dall’inizio del Concilio Vaticano II. Cos’è stato l’evento del Concilio se non una grande occasione di conversione per tutta la Chiesa? […] Così, come più volte era già accaduto nella storia della Chiesa, anche nella nostra epoca, come comunità di credenti, ci siamo sentiti chiamati a conversione. E questo percorso è tutt’altro che concluso. L’attuale riflessione sulla sinodalità della Chiesa nasce proprio dalla convinzione che il percorso di comprensione del messaggio di Cristo non ha fine e ci provoca continuamente. Il contrario della conversione è il fissismo, cioè la convinzione nascosta di non avere bisogno di nessuna comprensione ulteriore del Vangelo. È l’errore di voler cristallizzare il messaggio di Gesù in un’unica forma valida sempre. La forma invece deve poter sempre cambiare affinché la sostanza rimanga sempre la stessa. L’eresia vera non consiste solo nel predicare un altro Vangelo (cf. Gal 1,9), come ci ricorda Paolo, ma anche nello smettere di tradurlo nei linguaggi e nei modi attuali, cosa che proprio l’Apostolo delle genti ha fatto. Conservare significa mantenere vivo e non imprigionare il messaggio di Cristo (papa Francesco, Discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2022).

Oblio di Dio o oblio di false immagini teiste di dio? Declino del cristianesimo o di una forma di cristianesimo ridotto a dottrinalismo intellettualistico avulso dalla vita? Abbandono della fede o abbandono di quella fede non più in grado di parlare alle speranze degli uomini e delle donne che vivono nell’odierno contesto culturale postmoderno?

Disinteresse per la dimensione religiosa della vita o disinteresse per una religiosità sclerotizzata e stanca che non riesce a toccare la sfera profonda e il mondo interiore delle persone? Presa di distanza dalla Chiesa o presa di distanza da un modello di Chiesa caratterizzata dal clericocentrismo che, di fatto, impedisce il riconoscimento della dignità di ogni credente e la partecipazione alla missione evangelizzatrice di ogni battezzato?

Sono domande che mi sono posto, leggendo il recente libro di un teologo che apprezzo per la chiarezza del linguaggio, la profondità del pensiero, la sintonia che avverto con il suo argomentare, ma soprattutto per il nutrimento spirituale che la lettura dei suoi scritti mi fornisce.

Sto parlando di Francesco Cosentino, docente di Teologia Fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana e officiale presso la Segreteria di Stato della Santa Sede, autore di Dio ai confini. La rivelazione di Dio nel tempo della irrilevanza cristiana, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2022.

Struttura del saggio

Un saggio che cerca di rispondere al più antico, urgente e attuale problema teologico: come è possibile «un’autentica esperienza di Dio» (p. 5) in un tempo, come il nostro, «caratterizzato dall’oscuramento della luce celeste e dall’eclissi di Dio» (p. 6)?

Ci tiene a sottolineare, l’autore, che, quando si parla di Dio, profetiamo una parola che, «mentre ci rimanda alla trascendenza ineffabile del Mistero divino», è «anche scolpita nel cuore dell’umano e della sua vicenda» (p. 6), una presenza che non s’impone e che si sperimenta paradossalmente nella sua assenza (p. 131). Un Dio pienamente rivelato nella persona di Gesù, ma anche nascosto (p. 130), perché resta sempre al di là del nostro intendimento, aprendoci allo stupore dell’adorazione e all’afflato mistico (p. 127). Dio! Del quale «è sempre più ciò che non possiamo dire rispetto a ciò che riusciamo a balbettare» (p. 126).

Ma soprattutto – come si evince dal titolo – un Dio “ai” e “dei” confini: un Dio che il cristianesimo invoca e celebra come Colui che ha varcato «la soglia della storia, venendo Egli stesso ed Egli per primo ad abitare il confine tra divino e umano e i confini più fragili e labili della nostra esistenza, situati sempre tra l’esistere e l’annullarsi, tra la luce e le tenebre, l’attesa e la realtà, il parlare e l’indicibile, il brio del sogno e il grido spezzato della sofferenza» (p. 134).

Da questa prospettiva, il contenuto dell’opera si snoda in quattro densi capitoli, con al centro un Intermezzo sulla vicenda di Gesù di Nazareth, Colui che, unendo l’umano e il divino, ci rivela il volto di Dio che nessuno ha mai visto (Gv 1,18). Per chi confessa la fede cristiana, infatti, comprendere Dio significa accogliere Gesù e il suo messaggio (p. 91).

Nei primi due capitoli l’autore ripercorre a grandi linee alcuni decisivi contributi di grandi nomi della teologia del Novecento: da Dietrich Bonhoeffer a Johann Baptist Metz, da Karl Barth a Karl Rahner, da Hans Urs von Balthasar a Wolfhart Pannenberg, da Edward Schillebeeckx agli esponenti della teologia della liberazione sudamericana.

Teologi che hanno il merito di aver tentato di esporre la «dottrina su Dio partendo dalla centralità della rivelazione di Cristo» (p. 66), scongiurando il rischio di ridurre l’atto di fede «a una semplice accoglienza e osservanza della dottrina e delle verità cristiane, col conseguente intellettualismo estrinsecista che ne deriva e che separa il rivelarsi di Dio dalla vita reale dell’uomo e dalla sua storia» (p. 47) e recuperando «il valore dell’esperienza personale della fede […] come un processo esistenziale/storico piuttosto che come un dogma staccato dal tempo e dalla realtà» (p. 62).

Nei capitoli terzo e quarto, invece, Cosentino offre preziosi spunti e coinvolgenti provocazioni perché quel Dio che si rivela liberamente in molteplici modi (p. 125) e che non smette di interrogare, inquietare e affascinare in varie forme anche gli uomini e le donne di oggi «possa essere cercato e trovato come il Dio della fiducia e della speranza» (p. 131). Ad una condizione: che chi lo cerca faccia – secondo un’eloquente immagine di Henri De Lubac – come il nuotatore «che, per tenersi sui flutti, avanza nell’oceano costretto a respingere una nuova onda a ogni bracciata. Esso scarta, scarta incessantemente le rappresentazioni che si formano sempre, ben sapendo che lo sostengono, ma che arrestarsi significherebbe perire» (p. 209).

Stare sulla soglia

L’esperienza cristiana, nella forma in cui l’abbiamo conosciuta e in cui ci è stata tramandata per secoli, non fa più breccia. «Molte persone hanno smesso di credere o la loro fede si è affievolita e si è ridotta a un costume di circostanza perché i linguaggi e le prassi della fede non parlano più alle loro speranze profonde» (p. 145). «Il discorso della fede è segnato dallo scetticismo, dalla stanchezza, dall’indifferenza» (p. 165).

Bisogna – scrive Cosentino – aprire spazi «per ritrovare Dio in modo nuovo» (p. 131). Per essere in grado di farlo è necessario avere il coraggio, la costanza e l’umiltà di stare sulla soglia, cioè stare contemporaneamente dentro e fuori (p. 134).

Cosentino traccia una “teologia dei confini”, capace di abitare le soglie e le domande del mondo e della cultura del nostro tempo con spirito critico e, al contempo, approfondire e purificare il messaggio della fede cristiana, creando le condizioni perché il Vangelo continui ad essere ascoltato con passione e interesse dal momento che – come insegna Hegel nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia – senza interesse e passione «non avviene nulla di significativo nella storia» (p. 188).

Solo in questo sostare «dentro e fuori» è possibile, da un lato, discernere gli elementi fondamentali dell’esperienza cristiana che permettono di relazionarsi in modo vivo e coinvolgente con il Dio di Gesù Cristo, e, dall’altro, purificarli da linguaggi, da forme, da aspetti del passato non più attuali (p. 172).

Specifico del cristianesimo, infatti, è ridirsi costantemente nei diversi e cangianti contesti culturali (p. 182): esso ci sta sempre dinanzi, è sempre di là da venire e non si può dire che sia già stato vissuto in tutta la sua estensione e profondità (p. 132).

Si tratta di stare sulla soglia dell’indifferenza religiosa, che è la «cifra del nostro tempo» (p. 160), per confrontarsi con almeno cinque fattori esistenziali e culturali nei quali essa si radica e che rendono oggi complessa un’esperienza di fede:

  • il silenzio di Dio, inteso come difficoltà a penetrarne il Mistero;
  • le diffuse forme di idolatria, che plasmano il modo di pensare, di interpretare la realtà e di abitare l’esistenza;
  • lo scandalo della sofferenza, che mette sotto accusa l’affermazione dell’onnipotenza di Dio;
  • la disaffezione nei confronti dei progetti a lunga gettata e l’atrofia spirituale rispetto alle grandi questioni dell’esistenza;
  • la superficialità di stili di vita che ai valori evangelici antepone i valori borghesi dell’Occidente (pp. 153-157).

Cinque situazioni di confine che incalzano e sfidano la nostra fede, che interpellano la nostra testimonianza cristiana e che necessitano di una riflessione teologica disponibile ad uscire dalla cortina di ferro di rassicuranti forma di dogmatismo (p.161) e di mettersi al servizio di una proposta cristiana in grado di offrire elementi utili per liberare e sprigionare nell’esistenza degli uomini e delle donne «la Vita che il Vangelo trasmette» (p. 9).

Si tratta di testimoniare in modo nuovo con la vita e, se necessario, con la parola, il Vangelo di sempre, «con rinnovata attenzione alle mutate condizioni antropologiche, storiche e sociali dell’oggi», mostrandone l’attualità straordinaria e le potenzialità umanizzanti (p. 181).

Senza dimenticare che il cristianesimo, non riducibile a devozione privata della domenica, «chiama a una sequela arrischiata e politicamente impegnata, liberando la fede dalla pericolosa riduzione della devozione personale o a somma di dottrine, per renderla una realtà capace di innescare nell’oggi, nell’odierna sofferenza e tra le innumerevoli croci presenti, la memoria sovversiva e pericolosa dell’uomo di Nazareth e il conseguente impegno a favore delle vittime e della giustizia» (p. 83).

Parlare sottovoce di Dio e immaginare un cristianesimo nomade

Il nome di Dio è stato usato e, in non pochi contesti socio-culturali, lo si sta usando in modo così improprio e distorto (p. 202) che qualche volta vien da chiedersi se il comando biblico più disatteso sia proprio quello che fa divieto di farsi immagini di Dio (Es 20,4 e Dt 5,8) e di pronunciare per scopi vani il suo nome (Es 20,7; Dt 5,11).

Questo comando biblico ci invita «a considerare che, se Dio è ciò verso cui l’esperienza credente rimanda attraverso le proprie immagini e i propri concetti, Egli rimane pur sempre non disponibile» in quanto «trascende ogni nostro pensare e riflettere» (p. 128).

Dunque, procedere con cautela e disposti anche a brancolare (p. 127) nel buio per dire Dio, utilizzando parole sobrie ed essenziali (p. 234), svestendo «i panni dell’assolutismo dogmatico» e assumendo quel «modello di umiltà dialogica insito nella stessa visione evangelica della missione cristiana» (p. 229).

Di Dio, allora, è sempre cosa saggia «parlare sottovoce». La suggestiva espressione è di Angelo Casati. «Parlare sottovoce di Dio non significa – come purtroppo taluni dogmaticamente tentano di far credere – rimpicciolire Dio, ma se mai, farlo più grande. Sottovoce, perché del mistero di Dio possiamo solo balbettare qualche cosa. Con pudore. Il mistero è al di là, molto al di là della povertà delle nostre parole. Al di là della soglia» (Angelo Casati, La fede sottovoce, Edizioni Paoline, Milano 2002, pagg. 186-187).

Un’altra caratteristica della vita cristiana, che peraltro fa parte della natura umana, è la configurazione peregrinante. Quello del viandante è lo stile di chi si mette alla sequela di Gesù: inventarsi il percorso di volta in volta, rimettersi in cammino nella consapevolezza di non aver ancora raggiunto la meta, navigare anche a vista reimpostando continuamente «il navigatore del proprio cuore».

È la stessa storia biblica dell’Alleanza tra Dio e il suo popolo che ci autorizza a passare «dall’idea di una stabilità metafisica entro cui pensare anche Dio alla priorità dell’avvenimento storico, che implica il camminare verso, l’inquietudine della ricerca, il procedere a tentoni e per passi graduati». Quando dicono «storia della salvezza», i cristiani pensano ad una «salvezza che accade dentro il camminare storico e vivente e non al di sopra o al di fuori» (p. 137).

In sostanza, mettersi e rimettersi in cammino è la condizione del credente. E quella della fede cristiana non è altro che una storia di partenze e ripartenze alla sequela di Gesù che ci ha rivelato in modo sorprendente il volto di Dio. Si può, allora, affermare che il Dio rivelato da Gesù si incontra sulla strada, camminando.

Il programma teologico-pastorale più urgente: tornare a Gesù

Francesco Cosentino non ha dubbi che, in questo nostro tempo di irrilevanza cristiana e di eclissi di Dio, il programma teologico-pastorale più urgente sia «tornare a Gesù, al fascino della sua predicazione e alla riscoperta della sua umanità» (p. 121), perché «a fare la differenza nella Chiesa non sono i ruoli gerarchici ma la sequela reale di Gesù e del Vangelo» (p. 224). In Cristo Dio ci mostra il senso e la logica di una vita pienamente umana, dal momento che «Gesù intercetta, tocca e allarga il desiderio dell’uomo di vivere una vita umanamente degna e buona, sostenuta dalla fiducia e dalla speranza nel futuro, capace di infrangere anche le barriere del male, del nulla e della morte» (p. 189).

«La rivoluzione del cristianesimo, con al centro l’incarnazione del Figlio, prende le distanze da un’idea di Dio inteso come sovrano assoluto e individualista, a favore di un Dio che accoglie la diversità di ogni uomo attraverso la prassi ospitale di Gesù. Nella parola, nello stile e nell’azione del Figlio di Dio si inaugura la convivialità delle differenze» (p. 171).

Occorre allora ritornare a Gesù, che significa, secondo l’autore, «tornare all’essenziale, al messaggio liberante del Vangelo», coltivando – e qui Cosentino cita Timothy Radcliffe – «la certezza che il cristianesimo farà ardere il cuore delle persone, come fu il caso per i discepoli di Emmaus, solo se queste vi vedranno non un codice morale per metterci in riga, bensì un vibrante stile di vita» (p. 248).

E, citando Christoph Theobald, il nostro autore ci ricorda altresì che «credere in Cristo vuol dire scoprire continuamente il suo tratto ineguagliabile nel toccare ciò che è umano e spesso troppo umano in noi e percepire così la straordinaria complicità tra il vangelo di Dio e il mistero della nostra esistenza umana» (p. 242).

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