Come dire la risurrezione

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Non è facile trovare le parole per dire la realtà della risurrezione di Gesù (e nostra). Ci aiuta in questo tentativo il filosofo e teologo Giovanni Ferretti.

Che senso può avere, per chi vive nel nostro tempo postmoderno, il contenuto centrale dell’annuncio cristiano, cioè la risurrezione di Gesù, confessata e testimoniata come verità fondante dalla prima comunità cristiana, contenuta nei testi neotestamentari, tramandata dalla Tradizione e professata dai cristiani di tutti i tempi?

Che cosa significa affermare che la risurrezione di Gesù di Nazaret, messo a morte come un malfattore il 7 aprile dell’anno 30 della nostra era dal potere politico imperiale romano e dal potere religioso di Gerusalemme, costituisce la meta finale di ogni uomo e di ogni donna?

Come intendere l’affermazione dell’apostolo Paolo, secondo il quale senza la portata salvifica e umanizzante della risurrezione di Gesù la fede dei cristiani sarebbe vuota di contenuti e insensata (1Cor 15,14.17)?

Nel corso di un’intensa mattinata organizzata da una piccola associazione formata da persone desiderose di rispondere, con la testimonianza di vita, a chiunque domandi ragione della speranza che le abita (1Pt 3,15), a queste cruciali domande ha dato una convincente risposta Giovanni Ferretti, presbitero della diocesi di Torino, teologo e filosofo che ama far dialogare la fede cristiana cattolica in cui crede con la cultura filosofica moderna e post-moderna che, per lungo tempo, ha praticato per vocazione e professione.

Oggi, all’età di 87 anni, oltre che continuare ad offrirci interessanti pubblicazioni su tematiche di rilevante interesse, non si sottrae a chi si rivolge a lui per acquisire elementi utili a recepire il messaggio evangelico in modo accettabile e coinvolgente.

La risurrezione, nucleo centrale della fede cristiana da dire in modo comprensibile

Il tema decisamente impervio della risurrezione è stato affrontato da Ferretti con grande lucidità, riprendendo, a grandi linee, il capitolo terzo del suo Essere cristiani oggi, ma con nuovi e pertinenti apporti.

Un tema assolutamente nevralgico del kerygma cristiano, ma anche oggi a rischio tra gli stessi credenti. Recenti indagini di sociologia religiosa attestano, infatti, che molte persone, pur dicendosi cristiane, non credono effettivamente alla risurrezione di Gesù e, tanto meno, alla loro risurrezione, interpretando l’una e l’altra in modo puramente simbolico, come un bel mito consolatorio o addirittura un racconto da favola di altri tempi.

A fronte di questa difficoltà, Ferretti è fermamente convinto che sia necessario “ripensare” la risurrezione perché il suo annuncio possa essere intellegibile dalle persone che vivono nel nostro tempo e che sono chiamate a trasmetterlo alle generazioni future.

I testi neotestamentari presentano la risurrezione come l’avvenimento che innescò il passaggio dalla devastante crisi provocata nel gruppo dei discepoli dalla morte ignominiosa di Cristo in croce alla nascita di alcune comunità che, con coraggio, iniziarono a professare la fede in Gesù risorto, Signore e Salvatore, dando così avvio all’avventura storica e spirituale del cristianesimo.

Non si tratta però di resoconti storici di eventi empirici, né di teorie filosofiche intessute di concetti chiari e distinti. Sono annunci di fede, espressi con rappresentazioni o simboli derivati dall’immaginario religioso allora disponibile. Da un lato, vanno pertanto compresi tenendo presente il contesto culturale e linguistico in cui furono scritti. Dall’altro, però, il ricco e straordinario contenuto del messaggio di fede in essi racchiuso richiede di essere tradotto tenendo conto del contesto costituito dalla coscienza critica attuale così da risultare comprensibile a chi lo ascolta qui e ora. Il passato va interpretato nel presente in modo che sia significativo e vero per la situazione presente e per la mentalità contemporanea.

Elementi culturali sfavorevoli al modo tradizionale di annunciare la risurrezione

Il relatore ha individuato due elementi della cultura contemporanea che possono provocare in negativo la teologia a ripensare il modo tradizionale di intendere o di interpretare i racconti della risurrezione.

Il primo è costituito dalla mentalità scientifica, componente imprescindibile della nostra cultura, che non può accettare l’intrusione di elementi soprannaturali nel mondo naturale e che diffida del «sacro arcaico miracolistico». Di qui l’invito alla teologia a «liberarsi da una concezione della risurrezione come fatto straordinario e inspiegabile di questo mondo che s’impone – o s’impose – all’accettazione con la sua evidenza empirica, senza l’intervento della libera accoglienza (di fede) da parte umana».

Vi è poi un altro motivo che rende difficile la comprensione della fede cristiana nella risurrezione, cioè la convinzione filosofica della centralità della «finitezza» quale struttura costitutiva dell’essere umano per il quale la morte costituisce la conclusione della vita. «Donde la provocazione a non intendere la risurrezione come la semplice continuità della vita nell’aldilà – che contrasterebbe appunto con la finitezza mortale dell’esistenza – per tentare di pensare in che senso si possa avere attraversamento e/o superamento della morte che non elimini ma invece trasfiguri la nostra finitezza».

Elementi in grado di contribuire positivamente a ripensare il senso della risurrezione

Nella cultura contemporanea ci sono tuttavia altri elementi capaci di fornire spunti per un ripensamento in positivo della visione tradizionale della risurrezione di Cristo e di noi umani, offrendo prospettive esistenziali per una sua più adeguata comprensione

In primo luogo, va segnalata la riscoperta del «desiderio utopico metafisico» come tensione al superamento definitivo del male. Un desiderio di che cosa? Non tanto di sopravvivenza, di vivere migliaia di anni, quanto il desiderio di superare il male che insidia la nostra storia individuale e sociale con tutto il carico di distruttività che comporta. Che non ci siano più ingiustizie, che non ci siano più oppressioni, che nella vita individuale e sociale il male sia superato…; la risurrezione è l’annuncio proprio di tutto questo. Essa, quindi, corrisponde a un profondo desiderio umano.

Un altro prezioso supporto per comprendere la sensatezza dell’annuncio cristiano della risurrezione è dato dalla natura concreta dell’amore per l’altro, cui sarebbe connaturata la promessa dell’immortalità. L’ha detto molto bene Gabriel Marcel con la felice formula: «Amare qualcuno significa dire: tu non morirai». Una «assicurazione profetica» che si indirizza non tanto all’oggettività empirica della persona amata (si sa che morirà!) quanto a quel nucleo misterioso, a quel «tu» misterioso della persona a cui si rivolge propriamente l’amore.

Un terzo elemento è individuabile nell’indignazione etica che si ribella all’idea che il male possa avere l’ultima parola, in un mondo ove, per dirla con M. Horkheimer, «l’assassino non possa trionfare della sua vittima innocente» e in cui non sia resa piena giustizia a tutti i vinti innocenti della storia.

Significative sono, infine, le esperienze di risurrezione presenti nelle concrete vittorie rigenerative sul male, in quanto distruzione di sé e degli altri, che viviamo nei sentimenti e nei comportamenti ispirati al pentimento, al perdono, all’amore gratuito. Ferretti cita una pagina che si trova al termine di Delitto e castigo di Dostoevskij sulla lunga storia di sofferenza dei due protagonisti, Raskolnikov e Sonia: «Avevano le lacrime agli occhi. Entrambi erano pallidi e magri: ma in quei volti pallidi e malati già splendeva l’alba di una rinnovata, futura e completa risurrezione in una nuova vita. Li faceva risorgere l’amore, il cuore di ognuno di loro racchiudeva infinite fonti di vita per il cuore dell’altro».

Il nucleo incandescente della fede nella risurrezione nei racconti neotestamentari

Il termine risurrezione non è l’unico per esprimere il messaggio del Nuovo Testamento relativamente al destino di Gesù dopo la sua morte. Ve ne sono altri che intendono dire la stessa cosa: Dio lo ha risuscitato/risvegliato/rialzato (At 2,32; At 10,40); Dio lo ha innalzato alla sua destra (At 2,33; At 5,31); Dio lo ha glorificato/esaltato (Gv 12,28; 1Tim 3,16; Fil 2,9).

A ben vedere, morte, risurrezione, ascensione, dono dello Spirito (Pentecoste) si saldano nell’unica «Pasqua del Signore Gesù».

Non c’è modo dunque di pensare alla risurrezione come ad una sorta di rianimazione del corpo di Gesù, come un suo ritorno alla vita biologica terrena. Gesù passa dalla morte alla vita in Dio. La sua vita è stata totalmente approvata da Dio che lo assume nella sua gloria e lo costituisce Signore: «Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (At 2,36). Presente nella storia perché presente in Dio. È il Signore risorto che noi incontriamo nell’ascolto orante della Parola, nel segno della cena eucaristica, nella carità vissuta verso tutti, soprattutto verso che è più povero e più bisognoso.

Credere che «Gesù è risorto» non significa aderire ad una credenza o ad un dogma che riguarda un avvenimento del passato, ma credere che in Dio Gesù è diventato modello di umanità e fonte di vita per ciascuno di noi.

Nascita e rinascita, nella Chiesa delle origini e in noi, della fede nella risurrezione

Come fecero gli apostoli a convincersi che Gesù era “risorto” nel senso sopra indicato? Che cosa accadde, cioè, in concreto e storicamente agli apostoli per condurli ad annunciare «Gesù è risorto» e a proclamarsi testimoni della risurrezione («Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi ne siamo testimoni» At 2,32)?

I racconti della risurrezione fanno riferimento ad alcuni eventi: in particolare alla tomba vuota e alle apparizioni nei quaranta giorni dopo Pasqua alle donne e ai discepoli e nel momento della conversione/chiamata di Paolo («Ultimo fra tutti apparve anche a me come ad un aborto», 1Cor 15,8).

Questi eventi non sono da intendersi come fatti «storici», nel senso che chiunque avrebbe potuto constatarli empiricamente o eventualmente «fotografarli» e così documentarli «storicamente», ma esperienze personali o di gruppo del tutto particolari, interpretabili come «avvenimenti di rivelazione». Accolti con fede per azione dello Spirito e alla luce delle Scritture, sono poi stati comunicati in forme plastiche comprensibili nella cultura del tempo.

Come emerge dall’episodio dei discepoli di Emmaus narrato nel vangelo di Luca (24,13-35), per credere nella risurrezione poteva bastare sia un’intelligente interpretazione della vita e morte di Gesù alla luce delle Scritture, sia un’interpretazione delle Scritture alla luce della vita e morte di Gesù.

Verità esistenzialmente decisive derivanti dalla risurrezione di Gesù Cristo

La risurrezione è stata per i primi discepoli un’esperienza che ha fatto irruzione nella loro vita cambiandola radicalmente. Così deve essere per ogni discepolo e per ogni discepola in ogni tempo. Non esiste una grande differenza tra il modo con cui noi oggi possiamo confessare come risorto il Cristo crocifisso e il modo con cui sono arrivati a professare la stessa fede i suoi discepoli che lo avevano seguito per le strade della Palestina.

L’annuncio folgorante della risurrezione di Gesù getta raggi di luce nella nostra esistenza sotto molteplici profili.

In primo luogo, la risurrezione sta a testimoniare che Dio è da sempre e per sempre il Signore della vita e l’amante della vita, e che il Regno di Dio, annunciato da Gesù, è il trionfo della vita sulla morte, del bene sul male.

In secondo luogo, la risurrezione illumina la nostra esistenza nei confronti della morte, aprendoci gli occhi a un nuovo sguardo su di essa, sulla morte di Cristo e sulla nostra morte; e quindi anche sulla nostra finitezza di mortali che Gesù ha voluto condividere.

Inoltre, la risurrezione illumina il futuro ultimo del mondo inaugurando e anticipando i tempi messianici ed escatologici. Il futuro dell’umanità non è la catastrofe dell’estinzione ma l’ingresso nella gloria dei figli di Dio (Rom 8,18-22).

La risurrezione, infine, illumina la nostra vita attuale, ricordandoci e abilitandoci ad anticipare e a testimoniare, nella storia, la condizione di «morti e risorti in Cristo», partecipi fin d’ora della «vita eterna» del Signore risorto. Ogni inizio di «vita nuova» che sperimentiamo in noi e attorno a noi può ben esprimere, ad un tempo, sia il frutto sia l’attestazione della forza risanante della morte/risurrezione di Gesù. «Come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rom 6,4).

Conclusione

Alla luce dell’insieme di verità esistenziali dischiuse dall’annuncio cristiano della risurrezione Ferretti ci invita ad essere certi che il suo influsso nel complesso della cultura occidentale non è esaurito né è in fase di esaurimento. Esso ha molto da offrire all’uomo e alla donna di oggi, «soprattutto se i cristiani sapranno svincolarlo dalle immagini mitiche premoderne, che pur ce l’hanno trasmesso, recuperandone la profonda valenza di apertura ad una futuro di piena umanizzazione, capace di rigenerare continuamente la vita presente senza rinchiuderla entro gli angusti confini della morte».

Ne consegue che «i cristiani non debbono far mancare al mondo il prezioso dono della loro testimonianza della luce luminosa di Gesù risorto. Essa, infatti, costantemente attesta che il male non è né ineluttabile né definitivo. Sempre nuovamente ci sprona a non smettere di sperare nel futuro. Ci ricorda che ogni persona è una individualità irrepetibile, di suprema dignità. Ci assicura che chiunque ha cura, rispetto, amore per ogni singola persona, è in sintonia con Dio, anzi è accolto nella vita piena di Dio. Per questo la risurrezione di Gesù è anche annuncio e testimonianza di carità, di cui il mondo d’oggi non cessa di aver bisogno».

Nel corso del partecipato dibattito che ha fatto seguito alla relazione, Ferretti ha avuto occasione di citare il rimprovero che Friedrich Nietzsche rivolgeva ai cristiani del suo tempo e che continua ad essere di impressionante attualità: «Se Cristo è risorto, perché siete così tristi? Voi cristiani non avete un volto da persone redente».

Una proposta

Vorrei a questo punto fare una piccola proposta.

In considerazione del fatto che, secondo le testimonianze neotestamentarie, è alle donne – le quali non avevano abbandonato Gesù prima, durante e dopo la crocifissione – che Cristo affida il mandato missionario di annunciare agli apostoli la sua risurrezione («Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno», Mt 28,10), perché non introdurre la prassi di affidare, al termine della Veglia Pasquale della Settimana Santa, ad una voce femminile un «annuncio di risurrezione»?

Che potrebbe essere così formulato:

Cristo è risorto! È veramente risorto!
Oggi è il giorno della vita che prevale sulla morte.
Oggi è il giorno del bene che sconfigge il male.

Cristo è risorto! È veramente risorto!
Oggi è il giorno della luce che mette in fuga le tenebre.
Oggi è il giorno della speranza che non viene mai meno.

Cristo è risorto! È veramente risorto!
Oggi è il giorno del perdono che spezza la catena della vendetta.
Oggi è il giorno della fede rianimata che è più forte dell’incredulità paurosa. 

Cristo è risorto! È veramente risorto!
Oggi è il giorno del fiume di grazia che inonda l’intera creazione.
Oggi è il giorno dell’irruzione dell’onnipotenza divina dell’amore.

Cristo è risorto! È veramente risorto!
Per tutti noi sia davvero
un giorno di vita e di bene,
un giorno di luce e di speranza,
un giorno di perdono e di fede,
un giorno di grazia e di amore!

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Un commento

  1. Pietro 27 ottobre 2020

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