Se la fede non genera storia…

di: Andrea Lebra

«Leggendo le Scritture, risulta chiaro che la proposta del Vangelo non consiste solo in una relazione personale con Dio. E neppure la nostra risposta di amore dovrebbe intendersi come una mera somma di piccoli gesti personali nei confronti di qualche individuo bisognoso; il che potrebbe costituire una sorta di carità à la carte, una serie di azioni tendenti solo a tranquillizzare la propria coscienza. La proposta è il regno di Dio (Lc 4,43); si tratta di amare Dio che regna nel mondo. Nella misura in cui Egli riuscirà a regnare tra di noi, la vita sociale sarà uno spazio di fraternità, di giustizia, di pace, di dignità per tutti. Dunque, tanto l’annuncio quanto l’esperienza cristiana tendono a provocare conseguenze sociali».

Lo afferma papa Francesco, al paragrafo 180 dell’Evangelii gaudium, il cui capitolo IV (83 paragrafi, la parte più lunga di tutta l’esortazione) è dedicato alla Dimensione sociale dell’evangelizzazione.

A cinque anni dalla relativa promulgazione (24 novembre 2013) e in occasione della Seconda giornata mondiale dei poveri (18 novembre 2018), è utile tornare a riflettere su quello che, a mio giudizio, è il contenuto dell’esortazione apostolica maggiormente disatteso da molte comunità cristiane: le ripercussioni comunitarie e sociali dell’evangelizzazione.

Nell’Evangelii gaudium sono presenti concetti e insegnamenti che, se non di fatto censurati in quanto inopinatamente ritenuti forieri di un riduttivo orizzontalismo immanentista, tendono ad essere interpretati in senso decisamente minimalistico che finisce con l’«oscurare o indebolire il loro significato esortativo» (EG 194), nonostante Francesco incoraggi tutti i cristiani a manifestarli «sempre nelle loro parole, atteggiamenti e azioni» (EG 258).

Una via per il cammino della Chiesa nei prossimi anni

L’Evangelii gaudium non è un’enciclica sociale. Essa, quindi, non ha espressamente la pretesa di aggiornare, sviluppare o riproporre temi tipici dell’insegnamento sociale della chiesa. Anche se redatta tenendo conto dei suggerimenti del Sinodo dei vescovi dell’ottobre 2012 sul tema “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” (EG 14 e 16), non riporta la dizione “post-sinodale”: è, e vuol essere, molto di più.

È il documento, di carattere programmatico e dalle conseguenze importanti (EG 25), del pontificato di Francesco, che ha due obiettivi: segnare una nuova tappa evangelizzatrice caratterizzata dalla gioia del Vangelo che «riempie il cuore e la vita intera di coloro che incontrano Gesù Cristo» e «indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni» (EG 1).

Ne consegue, dunque, che mettere in luce e concretizzare, nelle espressioni della testimonianza individuale e comunitaria, il «contenuto ineludibilmente sociale» (EG 177) del kerygma cristiano deve costituire una priorità pastorale per la Chiesa di oggi. L’azione pastorale della Chiesa deve mostrare che la relazione con Dio «esige e incoraggia una comunione che guarisca, promuova e rafforzi i legami interpersonali» (EG 67).

Ai molti cristiani tentati di rifugiarsi in un «comodo privato» o di rinchiudersi in circoli ristretti «dei più intimi», rinunciando al «realismo della dimensione sociale del Vangelo», e ad alcuni che «vorrebbero un Cristo puramente spirituale, senza carne e senza croce», Francesco ricorda che il Vangelo «ci invita sempre a correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo» (EG 88).

Se la dimensione sociale dell’evangelizzazione «non viene debitamente esplicitata, si corre sempre il rischio di sfigurare il significato autentico e integrale della missione evangelizzatrice» (EG  176) della Chiesa. Non fecondare la Parola con opere di giustizia e carità «significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi e gnosticismi che non danno frutto» (EG 233).

La fede non è relegabile alla segreta intimità delle persone

Il messaggio evangelico va interpretato non come un sistema astratto di verità cui aderire a livello intellettuale, ma come una realtà viva che coinvolge l’essere umano nella sua integralità trasformandolo dal di dentro e conferendo un preciso orientamento alla sua condotta quotidiana.

Alla Chiesa sta a cuore «l’uomo e tutto l’uomo». L’evangelizzazione, quindi, sarebbe incompleta se non tenesse conto delle relazioni che intercorrono tra il Vangelo e la vita concreta, personale e sociale dell’uomo e della donna di oggi. Il Vangelo di Gesù Cristo, oltre che possedere una destinazione universale, è in grado di orientare tutti gli aspetti della natura umana. Il mandato della carità, come il mandato dell’annuncio, abbraccia tutte le dimensioni dell’esistenza, tutte le persone, tutti gli ambienti della convivenza e tutti i popoli. Nulla di quanto è umano può risultare estraneo all’annuncio del Vangelo. La vera speranza cristiana genera sempre storia (cf. EG 181).

Vi è una «mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità» (EG 93). È la mondanità di coloro che «fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato» che impedisce un autentico dinamismo evangelizzatore (EG 94). È la mondanità di coloro che esibiscono «una cura ostentata della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, ma senza che li preoccupi il reale inserimento del Vangelo nel Popolo di Dio e nei bisogni concreti della storia» (EG 95). È la mondanità di coloro che si lasciano coinvolgere in forme di «funzionalismo manageriale, carico di statistiche, pianificazioni e valutazioni, dove il principale beneficiario non è il Popolo di Dio ma piuttosto la Chiesa come organizzazione» (EG 95).

«Il compito dell’evangelizzazione implica ed esige una promozione integrale di ogni essere umano. Non si può più affermare che la religione deve limitarsi all’ambito privato e che esiste solo per preparare le anime per il cielo. Sappiamo che Dio desidera la felicità dei suoi figli anche su questa terra, benché siano chiamati alla pienezza eterna, perché Egli ha creato tutte le cose perché possiamo goderne (1Tm 6,17), perché tutti possano goderne. Ne deriva che la conversione cristiana esige di riconsiderare specialmente tutto ciò che concerne l’ordine sociale e il conseguimento del bene comune» (EG 182).

Pertanto, nessuno può pretendere che i cristiani releghino la vita di fede alla loro segreta intimità, senza influire sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparsi per il buon funzionamento delle istituzioni della società civile e senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano il bene comune (cf. EG 183).

«Una fede autentica – che non è mai comoda e individualista – implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra» (EG 183).

«La Chiesa non può né deve rimanere ai margini della lotta per la giustizia. Tutti i cristiani, anche i Pastori, sono chiamati a preoccuparsi della costruzione di un mondo migliore» (EG 183).

Docili e attenti all’ascolto del grido del povero

C’è un «segno che non deve mai mancare» nella testimonianza personale e comunitaria dei cristiani, un «criterio-chiave di autenticità»: «l’opzione per gli ultimi, per quelli che la società scarta e getta via» (EG 195). «Occorre affermare, senza giri di parole, che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri» (EG 48).

«Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica (EG 198). «Senza l’opzione preferenziale per i più poveri, l’annuncio del Vangelo, che pur è la prima carità, rischia di essere incompreso o di affogare in quel mare di parole a cui l’odierna società della comunicazione quotidianamente ci espone» (EG 199).

«Nessuno dovrebbe dire che si mantiene lontano dai poveri perché le sue scelte di vita comportano di prestare più attenzione ad altre incombenze (EG 201).

«Le esortazioni bibliche che invitano con tanta determinazione all’amore fraterno, al servizio umile e generoso, alla giustizia, alla misericordia verso il povero» costituiscono un messaggio talmente chiaro, diretto, semplice ed eloquente, da non poter essere in alcun modo relativizzato da parte di qualsiasi «ermeneutica ecclesiale» (EG 194).

Ci si deve preoccupare non solo di non cadere in errori dottrinali, ma anche di essere fedeli al cammino, indicato da Gesù, di riconoscimento dell’altro con le sue parole e con i suoi gesti. Non va oscurato ciò che è così chiaro. «Ai difensori dell’ortodossia si rivolge a volte il rimprovero di passività, d’indulgenza o di colpevoli complicità rispetto a situazioni di ingiustizia intollerabili e verso i regimi politici che le mantengono» (EG 194).

Dunque, «ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi nella società; questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e soccorrerlo» (EG 187).

«Qualsiasi comunità della Chiesa, nella misura in cui pretenda di stare tranquilla senza occuparsi creativamente e cooperare con efficacia affinché i poveri vivano con dignità e per l’inclusione di tutti, correrà anche il rischio della dissoluzione, benché parli di temi sociali o critichi i governi. Facilmente finirà per essere sommersa dalla mondanità spirituale, dissimulata con pratiche religiose, con riunioni infeconde o con discorsi vuoti» (EG 207).

Alla politica, una delle forme più preziose della carità, va assegnata un’importanza particolare per sanare le radici profonde dei mali del nostro mondo. La carità è il principio non solo delle micro-relazioni (rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo), ma anche delle macro-relazioni (rapporti sociali, economici, politici). Oggi, più che mai, si avverte la necessità della presenza di politici che abbiano davvero a cuore il grido dei poveri e la loro vita (cf. EG 205).

Per il vescovo di Roma «la necessità di risolvere le cause strutturali della povertà non può attendere… I piani assistenziali, che fanno fronte ad alcune urgenze, si dovrebbero considerare solo come risposte provvisorie. Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri… non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema» (EG 202).

Il bene comune e la pace sociale

Dopo l’opzione preferenziale per i poveri, il tema della pace sociale e della cultura dell’incontro e del dialogo è la seconda grande questione che Francesco considera fondamentale «in questo momento della storia» (EG 185).

È un messaggio esigente e impegnativo che non può essere equivocato e che richiede un coinvolgimento della Chiesa anche a livello ecumenico (EG 244-246) e interreligioso (EG 247-254).

Il papa, infatti, non prospetta mai una pace sociale che pretenda di silenziare la difesa dei poveri e la rassegnazione alle varie forme di ingiustizia sociale. Sarebbe come permettere che coloro che «godono dei maggiori benefici possano mantenere il loro stile di vita senza scosse mentre gli altri sopravvivono come possono» (EG 218). Questo non è ammissibile, poiché «le rivendicazioni sociali, che hanno a che fare con la distribuzione delle entrate, l’inclusione sociale dei poveri e i diritti umani, non possono essere soffocate con il pretesto di costruire un consenso a tavolino o un’effimera pace per una minoranza felice. La dignità della persona umana e il bene comune stanno al di sopra della tranquillità di alcuni che non vogliono rinunciare ai loro privilegi» (EG 218).

«La pace non si riduce ad un’assenza di guerra, frutto dell’equilibrio sempre precario delle forze. Essa si costruisce giorno per giorno, nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini. In definitiva, una pace che non sorga come frutto dello sviluppo integrale di tutti non avrà nemmeno futuro e sarà sempre seme di nuovi conflitti e di varie forme di violenza» (EG 219).

«In ogni nazione, gli abitanti sviluppano la dimensione sociale della loro vita configurandosi come cittadini responsabili in seno ad un popolo, non come massa trascinata dalle forze dominanti. Ricordiamo che l’essere fedele cittadino è una virtù e la partecipazione alla vita politica è un’obbligazione morale. Ma diventare un popolo è qualcosa di più, e richiede un costante processo nel quale ogni nuova generazione si vede coinvolta. È un lavoro lento e arduo che esige di volersi integrare e di imparare a farlo fino a sviluppare una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia» (EG 220).

Per avanzare in questa costruzione di un popolo in pace, giustizia e fraternità, Francesco indica «quattro principi che orientano specificamente lo sviluppo della convivenza sociale e la costruzione di un popolo in cui le differenze si armonizzino all’interno di un progetto comune» (EG 221).

Il primo principio – il tempo è superiore allo spazio – «permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati» e incoraggia a «privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci» (EG 223).

Il secondo principio – l’unità prevale sul conflitto – ci invita a prendere atto che «il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Deve essere accettato», senza però farci da esso intrappolare (cf. EG 226). Il conflitto va sopportato, risolto e trasformato «in un anello di collegamento di un nuovo processo» (EG 227): esso richiede la presenza di «persone nobili che considerano gli altri nella loro dignità più profonda» e, in nome della solidarietà, sono capaci di prospettare la risoluzione delle tensioni e dei conflitti «su di un piano superiore che conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto» (EG 228).

Il terzo principio – la realtà è più importante dell’idea – dovrebbe indurre politici e leaders religiosi a domandarsi «perché il popolo non li comprende e non li segue, se le loro proposte sono così logiche e chiare. Probabilmente è perché si sono collocati nel regno delle pure idee e hanno ridotto la politica o la fede alla retorica» (EG 232).

Il quarto principio – il tutto è superiore alla parte – ci invita a non essere «troppo ossessionati da questioni limitate e particolari. Bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti» (EG 235). Questo principio dovrebbe insegnare a tutti che «il modello non è la sfera che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità. Sia l’azione pastorale sia l’azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno. Lì sono inseriti i poveri, con la loro cultura, i loro progetti e le loro proprie potenzialità. Persino le persone che possono essere criticate per i loro errori, hanno qualcosa da apportare che non deve andare perduto. È l’unione dei popoli, che, nell’ordine universale, conservano la loro peculiarità; è la totalità delle persone in una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti» (EG 236).

Per concludere

«A questo punto ci sembra di riascoltare le solite obiezioni, ritualmente e regolarmente sollevate, da parte di chi nella Chiesa, anche a livelli alti e non solo intermedi, non si rassegna a riconoscere questo dato (l’opzione preferenziale per i poveri e, più in generale, la dimensione sociale dell’annuncio cristiano, ndr) come dato della fede e non semplicemente come frutto di una particolare sensibilità sociale. Finché c’è una zona di zavorra pregiudiziale di questo genere, il cammino pastorale della Chiesa va a rilento e l’opera della liberazione segna il passo… Vorremmo solo umilmente ricordare che quanto esposto non è il frutto della sensibilità sociale di papa Francesco, ma la ricezione seria, non prevenuta ed evangelicamente coerente, di quanto sia il Vaticano II sia il Compendio della dottrina sociale della Chiesa, che da esso principalmente dipende, hanno affermato a questo riguardo» (Giovanni Mazzillo, La dimensione sociale dell’annuncio secondo Evangelii gaudium, Ed. San Paolo, Cinisello B. (MI) 2018, pp. 126-127).

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