Florenskij a 80 anni dalla morte / 2

di: Lorenzo Prezzi

FlorenskijDopo aver parlato – nella prima parte dell’intervista – della personalità e del pensiero di Pavel Florenskij, del suo apporto al concilio di Mosca (1917-18) e delle sue opere, il dott. Natalino Valentini si sofferma ora sulla sua resistenza all’ideologia e alla prassi comunista, sul giudizio che egli ha dato dell’umanesimo occidentale, sulla sua idea di ecumenismo e sul significato centrale che egli assegna al culto liturgico.

– Dottor Valentini, come si è collocato e comportato Florenskij rispetto al nascente comunismo russo e al regime dittatoriale avviato con la rivoluzione dell’ottobre 1917?

Egli aveva intuito con molto anticipo ciò che stava accadendo all’interno della cultura e della società russa, adoprandosi in vari modi per scongiurare le derive dell’ideologia bolscevica e della feroce macchina del totalitarismo che da quella trasse alimento.

Dopo la rivoluzione del 1917, a differenza di molti altri intellettuali russi che scelsero la via dell’esilio, egli si convinse della necessità di stare al fianco della comunità che soffriva soprusi e violenze, nella speranza di smascherare dal di dentro le mistificazioni ideologiche e politiche.

In questa prospettiva accetta l’insegnamento per tre anni al Vchutemas (Atelier superiori tecnico-artistici di Stato) e offre la sua collaborazione scientifica al piano di elettrificazione della Russia (presso la Glavelektro, l’Istituto Elettrotecnico di Stato), mettendo a disposizione la propria competenza in qualità di ingegnere elettrotecnico e la sua ricerca nel campo dei materiali elettrici e isolanti.

Ma Florenskij opera in questi contesti pubblici senza mai rinnegare la propria fede e vocazione ministeriale, presentandosi sempre in abito talare nonostante l’esplicito e reiterato divieto, correndo continuamente il rischio della censura e dello scontro con il regime. Ben presto, infatti, l’immagine pubblica del “prete-scienziato” diventa sempre più imbarazzante per il regime che non esita ad annientarlo completamente.

Egli viene arrestato una prima volta nel maggio del 1928, quindi incluso tra i soggetti socialmente pericolosi in quanto considerato «un oscurantista, una minaccia per il potere sovietico».

Florenskij e CristoNei mesi immediatamente successivi alla sua scarcerazione, pur essendo perfettamente consapevole della recrudescenza del clima di persecuzione nei confronti della cultura ecclesiale e della sua persona, rinuncia alla possibilità dell’esilio a Parigi più volte offertagli, motivando la scelta con queste parole: «Ci sono stati dei giusti che hanno avvertito con particolare acutezza il male e il peccato presenti nel mondo, e che, nella loro coscienza, non si sono separati da quella corruzione; con grande dolore hanno preso su di loro la responsabilità per il peccato di tutti, come se fosse il loro personale peccato, per la forza irresistibile della particolare struttura della loro personalità».

Ora egli stesso è diventato tragicamente uno di questi giusti. A nulla servono le autorevoli prese di posizione in difesa del suo caso, come quella di L.K. Martens, direttore dell’Enciclopedia Tecnica, fermamente convinto che alla vita di Florenskij sia legata la stessa sorte della scienza sovietica; come pure i diversi tentativi di negoziazione della sua liberazione.

La piena consapevolezza di vivere in un momento storico tanto terribile accresce in padre Florenskij la fermezza interiore di non tradire mai e in nessun modo le proprie convinzioni, ma di viverle e di testimoniarle fino in fondo nella libertà, con perfetta persuasione e responsabilità personale. La fedeltà alla propria coscienza, soprattutto nel momento gravoso della sofferenza, esige la più perfetta libertà.

La consapevolezza di vivere in un momento storico tanto terribile si fa sempre più acuto, tanto da confessare alla figlia Olga, durante l’unica visita ricevuta al lager: «Questa è un’epoca tanto tremenda che ognuno deve rispondere di se stesso, io ho compreso che è soltanto l’ascolto della voce di Dio che devo seguire».

– Come si collocava rispetto all’intellettualità positivista e progressista del tempo? Perché ha polemizzato contro Tolstoj e dava un giudizio drastico sull’umanesimo occidentale?

Nel quadro culturale e politico ribollente e tumultuoso dei primi decenni del XX secolo in Russia, Florenskij si ritaglia una sua autonomia di pensiero distaccandosi nettamente dalla maggioranza degli intellettuali russi di derivazione neopositivista e progressista, appartenenti alla così detta intelligencija, ma distinguendosi al contempo anche dalla nuova coscienza religiosa russa, senza risparmiare una critica molto aspra nei confronti della teosofia e dello spiritualismo. Mentre intende oltrepassare la storica contrapposizione ottocentesca tra occidentalismo e slavofilismo, elabora una nuova prospettiva di pensiero in grado di tenere insieme scienza e teologia, filosofia e mistica, avanguardia e riscoperta della tradizione iconica, le nuove teorie estetiche del simbolo e del linguaggio con le forme canoniche della liturgia e dell’antica innologia.

Come sappiamo dalle sue Memorie, ancora studente liceale, Florenskij si rivolge a Lev Tolstoj con una lettera scritta in un momento cruciale della sua esistenza e del suo smarrimento interiore, ma la distanza dal grande scrittore appare presto incolmabile. Soprattutto egli considera intollerabile la riduzione tolstojana del cristianesimo a forma razionale, a sentimento morale, con la conseguente svalutazione e messa in ridicolo della Chiesa rispetto a ciò che la costituisce essenzialmente, a partire dalla vita liturgica e sacramentale.

Per ragioni analoghe, non risparmia sferzanti accuse verso la civiltà umanistica europea – seppure con qualche eccezione – dominata dalla pretesa antropocentrica, dal soggettivismo e dalla frammentarietà della conoscenza. Da quel momento, forma e contenuto iniziano a separarsi, come pure la realtà dal suo significato, la certezza formale dalla verità, la coscienza dalla verità, la verità dalla bellezza…; alla cultura contemplativo-creativa si sostituisce progressivamente quella rapace-meccanica.

– In che senso, nonostante la dura contrapposizione a Roma, ha anticipato il dialogo ecumenico e interreligioso?

In realtà, nell’opera di Florenskij non vi è mai un attacco diretto alla Chiesa cattolica, né tanto meno al papa. Certo non mancano qua e là sferzate nei riguardi di alcuni eccessi di razionalismo teologico e di dogmatizzazione del mistero, oppure di derive spiritualiste, che egli identifica con un certo cattolicesimo del passato, ma l’atteggiamento di fondo resta generalmente propositivo. Molto più critico risulta, invece, il giudizio nei confronti del protestantesimo. D’altra parte, egli non risparmia osservazioni altrettanto caustiche persino nei confronti della stessa Chiesa ortodossa russa, come si evince dallo scritto Dogmatismo e dogmatica, ma anche dall’opera Il concetto di Chiesa nella Sacra Scrittura.

Pavel FlorenskijCiò nonostante, Florenskij resta, dopo Solov’ëv, un pioniere dell’ecumenismo del XX secolo, purtroppo ancora dimenticato e trascurato dalla sua stessa Chiesa. Le tesi sostenute un secolo fa in alcuni suoi scritti – in modo particolare in Cristianesimo e cultura – dovrebbero costituire un punto di riferimento imprescindibile per la teologia ecumenica.

Anticipando di mezzo secolo i pronunciamenti ufficiali delle Chiese e le storiche dichiarazioni sull’ecumenismo elaborate dalle diverse confessioni cristiane, egli non esita a pronunciarsi risolutamente a sostegno delle ardite Tesi di Lev M. Lopatin sull’unità e la perfetta comunione in Cristo di tutte le Chiese cristiane, evidenziando una sorprendente consonanza con alcune delle dichiarazioni elaborate diversi anni dopo dal concilio Vaticano II, soprattutto tramite il decreto sull’ecumenismo, Unitatis redintegratio.

Questi richiami di padre Florenskij a un autentico ecumenismo, frutto del reciproco scambio di doni e dell’amore vicendevole, per un rinnovato cammino di comunione in Cristo, nonostante la loro rilevanza culturale, teologica e spirituale, restano oggi in gran parte ancora sconosciuti e disattesi, dentro e fuori l’Ortodossia.

– Lei ha scritto recentemente un’ampia introduzione a La filosofia del culto, tradotta per la prima volta fuori dalla Russia. Come sintetizzerebbe la tesi del volume?

Si tratta di un’opera particolarmente intensa e articolata, frutto di un ciclo di incandescenti lezioni pubbliche svolte da padre Florenskij a Mosca nell’estate del 1918, non all’Accademia teologica, bensì in un contesto assolutamente laico, al centro di Mosca, esponendosi fin dall’inizio ai primi segnali di persecuzione.

Come altre opere dell’autore, essa tiene insieme, con sorprendente densità e rigore teoretico, filosofia e teologia, fenomenologia ed estetica, antropologia e sacramentaria, logica e mistica, per giungere a una sorta di sintesi globale, di visione cosmica del mondo che si regge su questo presupposto: «Le radici del visibile sono nell’invisibile, i fini dell’intelligibile nell’inintelligibile. E il culto è il punto fermo dell’universo per il quale e sul quale l’universo esiste».

La filosofia del culto è difficile da definire. È un’opera di filosofia della religione e, insieme, un compendio di antropologia teologica; un potente trattato di simbolica sacramentaria e, insieme, di fenomenologia e ontologia, di mistica e teurgia; certamente una delle più poderose opere del XX secolo dedicate alla liturgia.

Tuttavia, questo ardito progetto non si limita a ricollocare il culto al cuore della riflessione filosofica, considerandolo fulcro dell’ordinamento della vita e della visione del mondo, ma ha persino l’intento di mostrare come molti nuclei vitali, di cui si nutre inconsapevolmente la cultura secolarizzata e laicizzata, affondino le loro radici proprio in esso; e questo emerge dal confronto con il senso originario della filosofia, della scienza, dell’arte, delle forme psicologiche e della vita sociale.

La tesi di fondo di quest’opera indica nell’azione liturgica non soltanto un nucleo centrale rispetto all’intero universo, bensì, più radicalmente, il luogo dell’universo in cui le parti disarticolate del mondo si ricompongono in unità, si dispiegano nella loro piena verità e bellezza.

Una delle definizioni “chiave” dell’opera presenta il culto come «un cratere nel quale la lava non si copre mai di una crosta di pietra. È una finestra aperta nella nostra realtà, dalla quale si vedono altri mondi. È una breccia nell’esistenza terrena, dalla quale si riversano, da un altro mondo, rivoli che la nutrono e la rafforzano. La prima, fondamentale e più sostanziale definizione del culto è proprio questa: quella specifica parte della realtà, nella quale si incontrano immanente e trascendente, le cose terrene e quelle celesti, l’istante fugace e l’eterno, il relativo e l’assoluto, il mortale e l’immortale».

L’homo liturgicus è colui che può operare questa unità vivente dell’infinito e del finito, dell’eterno e del transeunte, testimoniando così la natura più autentica della religione che è quella «di unire Dio e il mondo, lo spirito e la carne, il significato e la realtà».

– Il pensiero teologico e spirituale dell’Ortodossia sta entrando nella riflessione delle Chiese d’Occidente e della Chiesa cattolica. Quali possono essere i punti di maggiore interlocuzione con Florenskij?

A mio parere sono molteplici e tutti di straordinaria decisività e attualità. Penso, in particolare, a uno dei temi fondamentali quale quello del rapporto tra fede e ragione. Non certo casualmente l’enciclica Fides et ratio di papa Giovanni Paolo II cita Pavel Florenskij tra gli esempi più significativi per questo rinnovato confronto.

Allo stesso modo, la dilatazione degli spazi della razionalità, oltre le secche del razionalismo, evocata più volte da papa Benedetto XVI, trova nell’opera del pensatore russo una delle fondazioni epistemologiche più rigorose e persuasive. Sempre lo stesso pontefice ricorre al Testamento spirituale di Florenskij in due momenti decisivi del suo pontificato.

Ma anche l’attuale riforma della Chiesa messa in atto da papa Francesco incentrata sulla riscoperta della sinodalità ha profonde consonanze ecclesiologiche e spirituali con la concezione florenskijana della Sobornost’, della conciliarità-insiemità ecclesiale, nella quale, come egli sottolinea, «la Chiesa è organo tramite il quale nel mondo si riversa l’energia dello Spirito Santo, il cui contenuto è la Vita eterna: è questa la Pienezza di cui Cristo riempie il proprio Corpo che è la Chiesa».

Sostieni SettimanaNews.itOltre a questi rimandi più immediati con gli ultimi pontificati ci sarebbero tanti altri versanti di sorprendente convergenza; penso a molte questioni cruciali inerenti la nozione di simbolo, il rapporto tra conoscenza e simbolo, verità e bellezza, tra teologia e cosmologia, la centralità di Cristo e dell’eucaristia, la concezione della mistica, della corporeità, della bellezza, della tecnica, dell’ecologia e di tante altre tematiche sulle quali la teologia cattolica contemporanea si sta cimentando, purtroppo trascurando molto spesso una prospettiva di confronto ecumenico con l’ortodossia contemporanea, che potrebbe trovare in Florenskij uno degli interlocutori privilegiati.

Come pensare e fare teologia oggi senza confrontarsi con l’ontologia trinitaria messa in atto da Florenskij? Come continuare a trascurare la sua estetica teologica, la potente concezione dell’antinomia dogmatica, della verità antinomica come essenza della fede, la sua folgorante teologia dell’amicizia, il dialogo della fede cristiana con le scienze contemporanee?

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