Gli affetti di Gesù

di: Alessio Magoga

L’apertura del nuovo anno accademico ­– il Dies academicus – dell’Istituto superiore di scienze religiose “Giovanni Paolo I” di Belluno-Treviso-Vittorio Veneto, dello Studio teologico Interdiocesano di Treviso-Vittorio Veneto e della Scuola di formazione teologica della diocesi di Treviso si è tenuto martedì 21 nel seminario di Treviso (cf. Settimananews 25 novembre).

A Giovanni Cesare Pagazzi, docente di teologia sistematica presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, è stato affidato il compito di sviluppare il tema “Gli affetti di Gesù”. Gli effetti salvifici di Cristo, infatti, non sono disgiungibili dai suoi affetti vissuti in mezzo a noi.

Nelle sue numerose pubblicazioni, Pagazzi rivolge particolare attenzione al modo di essere di Gesù, colto nella sua umanità: una cristologia della figliolanza divina di Cristo, letta in chiave fenomenologica.

Le “cose ovvie”

Pagazzi scruta l’umanità di Gesù per coglierne la divinità: «Cristo volle manifestare la sua natura divina – afferma san Tommaso d’Aquino – attraverso quella umana».

L’espressione difficile “fenomenologia di Gesù” – ha esordito Pagazzi – vuol dire una cosa semplice: «La riscoperta di una polimorfa forma di pensiero che ha capovolto la gerarchia della manifestazione della verità». Se «fenomeno» è letteralmente «ciò che appare», la fenomenologia intende affermare che la verità non sta oltre, dentro o sotto la superficie delle cose ma «nella» superficie stessa: la loro manifestazione è già verità. Per scoprire il vero, non c’è da andare chissà dove, ma cogliere le cose nella loro concretezza. Si tratta di scoprire «l’immanenza della trascendenza», perché «il trascendente tu lo cogli qui nell’immanenza delle cose e del mondo: di tutte le cose».

Pagazzi ha citato le Lettere di Berlicche di C.S. Lewis, nelle quali un diavolo esperto (Berlicche) scrive a un diavoletto alle prime armi (Malacoda) che, per portare gli uomini all’inferno, deve instillare in loro «la negligenza delle cose ovvie»: «Fa’ che si interessino delle cose aeree o di quelle più basse… Il risultato è lo stesso. Fa’ che non si interessino mai alle cose ovvie». Gesù, invece, si è interessato delle cose ovvie: quelle che non sembrano degne della nostra attenzione, come una donna che impasta la farina o un seme che cade sul terreno…

Berlicche, in un certo modo, ha compreso molto bene il cuore dell’atteggiamento di Gesù: la sua attenzione si è sempre rivolta alle cose che accadono sotto gli occhi di tutti, come a dirci che è lì che si rivela la verità, non altrove.

I fiori e gli uccelli

Pagazzi ha citato il salmo 19, che – pur risalendo a due diverse composizioni – la Scrittura ha tramandato come una composizione unitaria. Questo salmo è audace e afferma che l’uomo ha due fonti per comprendere Dio: una è la creazione, che non rivela una generica causa del creato ma la gloria di Dio, e una è la Torah. Il salmo non dice che una è per i principianti e l’altra per gli esperti, ma afferma che ci sono due fonti: la creazione con tutte le sue cose «ovvie» e la Torah.

Questa sintesi si trova anche nello stile di Gesù: il suo modo di guardare e di vedere le cose del mondo. Questo stile si trova anche nella pagina evangelica di Mt 6: rivolgendosi a interlocutori angosciati dalle cose materiali, Gesù li invita a guardare agli uccelli del cielo e ai fiori del campo. «Noi non guardiamo agli uccelli del cielo e ai fiori del campo – ha affermato Pagazzi –, non perché non abbiamo sensibilità ecologica, ma perché siamo deboli di fede». Le cose che ci stanno sotto gli occhi sono una rivelazione, se noi le accostiamo senza presunzione e con fede: una rivelazione che ci mostra il Padre, perché Gesù dice che «il Padre vostro li nutre».

Il «Padre nostro» – la preghiera più nostra – noi l’avremmo a disposizione anche solo guardando i fiori del campo e gli uccelli del cielo. «La fenomenologia di Gesù allora intende cogliere il modo in cui Gesù ha guardato il mondo e la creazione, perché egli vedeva il Padre rivelarsi ovunque, anche nei fiori e negli uccellini».

Gesù e la terra

Altro aspetto della “fenomenologia di Gesù” – ha continuato Pagazzi – è il nostro modo di vedere Gesù: non dobbiamo pensare che la sua identità si dia al di là o altrove, rispetto al suo modo feriale e normale di essere nel mondo.

Fare attenzione all’umanità di Gesù, significa evitare un pericolo che è quello dell’attuale riscoperta del corpo e dell’enfasi sul tema corporeità. Quando parliamo del corpo, dobbiamo fare attenzione a non riproporre il dualismo antico: da una parte il corpo e dall’altra il mondo e poi cercare che i due vadano d’accordo.

Questo modo di interpretare il corpo, come se il mondo non ci fosse, è dualista e tipicamente moderno. La Scrittura invece ci parla di un corpo che è sempre connesso con il «plasma» che sta all’origine del mondo e del corpo: nel racconto della Genesi l’uomo è Adam e la terra è adamàh. E non sembra un caso che il titolo preferito di Gesù sia «figlio dell’uomo», cioè figlio di colui che è stato tratto dalla terra. Insomma, stando alla Bibbia, è impossibile pensare a Gesù e alla sua corporeità senza pensare al legame con la terra.

«Nonostante l’enfasi sulla corporeità – ha affermato Pagazzi – la cristologia oggi è solo all’inizio della riflessione su questo legame di Cristo (e dell’uomo) con la terra».

La prima legge e il primo compito affidato ad Adamo è stato coltivare la terra: tale legge è un onore, perché la terra è la nostra origine e ci ricorda che noi siamo originati, cioè siamo figli e figlie della terra. La terra ci nutre e onorarla significa riconoscersi bisognosi: «La terra che mi nutre – ha detto Pagazzi – mi spinge a riconoscere il bisogno che mi abita e che mi rende consustanziale alla terra. Noi riusciamo a mangiare le cose della terra perché siamo consustanziali ad essa».

La terra, infine, ci ricorda che siamo finiti, che moriamo, che il nostro corpo tornerà alla terra, che i nostri giorni sono contati per avere un cuore saggio…

Ma la terra ci ricorda anche che Qualcuno è in grado di tirarci fuori dalla terra, quando ci restituirà i nostri corpi. Un’immagine evocativa è quella riportata dall’evangelista Giovanni (Gv 8), quella della donna colta in flagrante adulterio: Gesù si mette a scrivere per terra col dito, piegandosi. Difficile non vedere in questo atto il dito di Dio che scrive sulle tavole della Legge. Con un semplice gesto Gesù fa capire che, se non comprendi la legge della terra, non comprendi neanche quella di Dio. Fenomenologia significa allora prendere sul serio questo legame di Gesù con la terra.

L’uso dei sensi

Un altro luogo di emersione della nostra parentela con la terra sono i sensi. Noi utilizziamo tutti e cinque i sensi della nostra carne. Papa Francesco sta capovolgendo la gerarchia dei sensi, che di solito parte dalla vista e dall’udito. Il papa insiste su testi poco commentati, come Lc 24, ove si evidenzia il protagonismo del senso del tatto sulla vista e sull’udito. Gesù ai discepoli dice «toccatemi» e Gesù stesso tocca un pezzo di pane e lo mangia.

Il tatto è il senso della certezza e manifesta più degli altri la parentela tra corpo e mondo: ognuno di noi è sempre in contatto con qualcosa. Il senso del tatto ci farebbe superare tutte quelle filosofie che ci fanno pensare l’uomo senza il mondo (o Gesù senza il mondo).

I sensi sono anche fattori sentimentali, cioè ci danno percezioni che sono anche affettive: esprimono agio o disagio, piacere o fastidio.

Perché Gesù non si è vendicato

Pagazzi si è soffermato su due sentimenti di Gesù di cui parla il Nuovo Testamento. Nella prima lettera di Pietro (1Pt 2), a Gesù sono attribuite paura, tristezza e angoscia. In un certo senso Pietro fa una cristologia a partire dagli affetti. L’unicità di Gesù, secondo Pietro, consiste in una unicità affettiva.

Noi generalmente parliamo di una unicità ontologica, Pietro parla di una singolarità affettiva: tutti gli altri si vendicano, Gesù invece non si è vendicato. La vendetta è un sentimento speciale: noi lo consideriamo peccaminoso per il suo aspetto di aggressività e per la sua escalation. Dovremmo imparare ad abitare il sentimento della vendetta: essa è una «risonanza magnetica» della nostra anima, perché ci dice cosa è veramente importante per noi.

La vendetta si accende quando sono stato toccato sul vivo: sapere cosa accende la vendetta in noi ci aiuta a capire che cosa è vitale per noi.

La vendetta ha due pretese: considerare la vita come qualcosa che si può togliere («è nelle mie mani e me la si può togliere») e come qualcosa che posso anche riprendermi («me l’hai rubata e io me la riprendo»).

La vendetta dice anche solitudine: «Non c’è nessuno che mi difenda o che sia competente a difendermi; quindi, devo difendermi da solo».

Dire che Gesù non si è vendicato non vuol dire che Gesù non è aggressivo o che è genericamente buono: vuol dire riconoscere in lui una visione della vita come qualcosa che non è nelle sue mani, perché non si sentiva solo, ma credeva in Qualcuno che si prendeva cura di lui. Dire che Gesù non si vendica significa ammettere che riteneva il Padre competente a salvare la propria vita. Pertanto, tutte le volte che pecchiamo diamo a Dio dell’incompetente: «Non puoi, ci devo pensare io». Pietro entra nel mistero di Cristo attraverso il portale degli affetti di Gesù.

Gesù vuole fratelli

Una seconda singolarità affettiva di Gesù – ha proseguito Pagazzi – si trova nella lettera agli Ebrei: «Non si vergogna di chiamarci fratelli» (Eb 2,11). Gesù non sente disagio ad avere dei fratelli. In tutta la Bibbia si parla di fratelli che lottano e si mostra la fraternità come un legame difficile, perché fa emergere la paura dell’esclusione e della morte e il magma che c’è dentro di noi: «l’altro è prediletto e io sono fuori»; la paura di non avere vita… La fraternità ci colloca nella rivalità. Gesù al contrario non ha disagio ad avere fratelli.

Anche in questo affetto si dimostra la singolarità di Gesù. Nella rivalità si crede che ci sia un posto solo: o io o lui. Se invece penso che ci sia un posto per me e per gli altri la rivalità si smonta da se stessa. Gesù sa che ci sono molte dimore nel regno del Padre e sa che c’è posto per tutti.

Gesù si fida della competenza del Padre e non si sente a disagio ad avere fratelli. Nella lettera ai Colossesi si legge che la creazione è avvenuta per mezzo e in vista di Cristo, «primogenito di ogni creatura»: sembra quasi suggerire l’idea che il Figlio si sia presentato al Padre dicendo «io voglio fratelli» e così siamo nati noi e tutte le cose. Il posto che doveva essere solo suo è diventato il motivo del sorgere della creazione.

Questo sentirsi a proprio agio nella fraternità è un altro modo per introdurci nella singolarità di Gesù attraverso la porta dei suoi sentimenti.

L’approccio fenomenologico fa cogliere la densità del mistero dell’incarnazione: abitare il mondo, i sensi, il sentimento, il gesto, il desiderio, il bisogno… Per intuire come Dio si è fatto carne, dobbiamo stare in compagnia di queste cose «ovvie».

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