Il XXVII congresso dell’ATI

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Per indicare sinteticamente il cuore del dialogo a più voci che ha costituito l’ultimo congresso dell’Associazione teologica italiana (Fare teologia per questo mondo, per questo tempo; Napoli 30 agosto – 3 settembre), scegliamo la tensione realizzata da due termini: contaminazione e identità.

Mi sembra infatti che il desiderio di pensare la teologia, perché sia rilevante per questo nostro tempo e nel mondo che condividiamo con tutti gli altri, abbia portato anzitutto a pensare come contaminarsi con quel vissuto per nutrirlo, ma abbia anche posto la questione di come fare questo senza perdere la propria identità.

Il congresso è stato articolato in: contesti, soggetti e metodo, teologia pubblica, cantieri sulle trasformazioni in atto, affondo sulla teologia italiana. Provo a ripercorrere alcune delle idee che sono emerse, oggetto di confronto in aula e fuori. Non ho la pretesa di farlo in modo compiuto – a questo serviranno gli Atti a tempo debito – provo invece a far emergere, nel riferire brevemente i contenuti, la tensione polare fra contaminazione e identità.

Il congresso

Vincenzo Rosito e Massimo Faggioli, che avevano il compito di mostrare il contesto in cui la teologia oggi si colloca, hanno scelto tagli molto diversi capaci di richiamare da una parte (Rosito) il bisogno di costruire nella concretezza delle pratiche uno spazio comune e, dall’altra (Faggioli), il monito di non disperdersi dentro le dinamiche sociali, dominate da poteri altri, che possono portare persino ad un dominio sul pensiero teologico che lo espropri della sua identità.

Per i teologi italiani, che soffrono la propria condizione dilettantistica (perché fare ricerca chiede strumenti, strutture e, minimalmente, di potersi mantenere della ricerca stessa) e anche la fatica di una gestione ecclesiale della teologia (spesso improvvisata e non sempre libera), sentirsi descrivere una teologia, come quella statunitense, inserita nel sistema universitario, con stipendio, mezzi di ricerca e strutture, ma sottomessa a poteri economici che possono pretendere da essa persino il diventare qualcosa d’altro, è stato spiazzante.

Ha confermato d’altra parte che il destino della teologia – anche nello spazio pubblico – non solo non prescinde, ma dipende strettamente da ciò che la chiesa pensa della teologia e da come (e se) ne favorisce la crescita e la libertà.

Possiamo però dedurre da questo quadro che il disinteresse dei poteri sociali ed economici per la teologia italiana sia una risorsa, perché ci permette di porre mano liberamente a quanto Rosito evocava nel suo articolato intervento, cioè alla ricerca di uno spazio comune, nel quale la teologia possa svolgere il proprio compito proprio a partire da ciò che condivide con tutti e che insieme a tutti costruisce. Non è possibile pensare una teologia – ma nemmeno una chiesa – che viva il mondo in altro modo da come lo vivono quelli che ha intorno, che non ne occupi lo stesso spazio.

Come fare pensiero teologico in questo spazio però? Siamo abituati ad uno spazio “nostro”, nel quale ciò che diciamo assume un significato, destinato a non essere più tale appena varchiamo il confine delle comunità cristiane. O almeno questo sembra essere il problema. Come possiamo fare una teologia pubblica, cioè in uno spazio condiviso con altri (mi permetto di parafrasare così) se il nostro è un pensiero interno, fortemente e ineluttabilmente identitario? Di nuovo la polarità già proposta fra contaminazione e identità.

La dimensione pubblica

Questa domanda è stata presa di petto da Neri e Nardello, che si sono occupati del rapporto fra la teologia e spazio pubblico.

Massimo Nardello ha riproposto, con precisione ed esaustività, la pur complessa posizione di Tracy che indica con teologia pubblica la capacità propria della teologia di arricchire il mondo dei significati di tutti. Le sfaccettature della proposta di Tracy sono molte e non facilmente sintetizzabili, ricordo solo qualche suggestione: la necessità di prendere in considerazione le domande di coloro cui l’annuncio è rivolto per poter elaborare il pensiero teologico, comunicare l’interpretazione della propria tradizione fatta a partire dal contesto culturale in cui si è, la prudenza di non elaborare il cristianesimo a partire da ciò che è comune, ma pur andando incontro al comune elaborare il pensiero a partire dalla integralità e dalla profezia che il cristianesimo ha.

Quest’ultima sottolineatura in modo particolare mette in evidenza il timore per l’identità cristiana. D’altra parte – e qui la stimolante e interdisciplinare relazione di Neri meriterà di essere riletta – se la teologia si ritiene propria di un alveo sociale delimitato e si sottrae al pubblico, tradisce ciò che essa ha di più proprio, ovvero il Vangelo, che per definizione getta nel pubblico, “in uscita”. Custodire l’identità specifica ci tira fuori dal pubblico, dunque, mentre il vissuto quotidiano – e così riemerge quanto visto nella relazione di Rosito – ci immerge in esso.

Soggetti

Andiamo ora alle relazioni che dovevano mettere a fuoco la questione dei soggetti e del metodo in teologia. Quattro approcci molto diversi e sottolineature altrettanto diverse.

Stella Morra ha ripreso categorie come quella delle pratiche e dello spazio comune (in quanto la teologia non può che partire dall’esperienza e questa non è solo autocoscienza, ma processo che fa nelle pratiche), concentrandosi però sul fatto che i soggetti che fanno teologia sono molti, diversi e tutti parziali. Non c’è più un soggetto unico autorizzato della teologia, in base al quale si sono pensate strutture e metodi: maschio, occidentale, prete e celibe.

Si danno dunque delle contaminazioni che fanno saltare gli schemi precostituiti: altri soggetti prendono parola, si danno diverse ratio possibili e persino una rinnovata accezione di verità, gli enunciati poi si rivelano sempre parziali e biografici. E proprio il parziale diventa la via per il comune possibile.

Armando Nugnez, invece, con un linguaggio e citazioni più usuali per i contesti teologici, ha colto nel dialogo e nella profezia la tensione fra identità e contaminazione e ha delineato una teologia capace di stare sulla frontiera, dove il Vangelo (profezia) incontra la vita delle persone (dialogo).

Qui il comune condiviso con tutti sembra essere quasi la meta, ciò a cui tendere in forza della profezia, cioè del proprium ecclesiale. È così o c’è un comune previo di cui accorgersi? Forse sono vere entrambe le prospettive, ma se così fosse dal pubblico – dal vissuto condiviso cioè – la chiesa non è in grado di sfuggire.

Mi sembra che anche De Candia sia partito da questa osservazione. La teologia infatti si ridurrebbe a visione del mondo se si sottraesse al comune e al dialogo, d’altra parte per un reale dialogo in un contesto pluralista essa deve saper dare ragione di ciò che sostiene mostrando in che modo esso sia antropologicamente fondato, ovvero mostrando come esso sia in grado di favorire la vita.

Non mi azzardo qui a riprendere i singoli snodi di una relazione affascinante, dalla quale però prendo ancora uno spunto che mi sembra prezioso. La ragione universale che ci unisce tutti e che è capace di sintesi nel conoscere le cose si apre all’ermeneutica: la verità infatti non può essere fissata, dal momento che essa è inesauribile.

Nell’ultima tappa di una mattinata davvero densa, Francesco Brancato si è occupato della relazione fra teologia e scienze. La questione non è nuova ed emerge ogni volta che si ragiona di metodo in teologia perché le scienze sorgono, storicamente, come un pensiero altro rispetto a quello teologico.

Forse questo confronto è di utilità anche per cogliere le dinamiche di contrapposizione rispetto ad altre forme di sapere da parte della teologia e paradigmatico per comprendere la mancata considerazione della teologia come forma di sapere da parte delle altre discipline.

Svendersi ai saperi scientifici o cedere loro ogni ambito d’indagine, sbilanciandosi sulla difesa dell’identità, non può essere una soluzione, ma non può esserlo nemmeno non saper declinare un pensiero teologico adeguato ad una società che ha indubbiamente una cultura scientifica (e qui arriviamo all’altro polo, ovvero la necessaria contaminazione).

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Cattedrale di Pozzuoli

Il lavoro del religioso

Ai cantieri, ovvero alla trattazione di nodi che chiedono una rielaborazione, sono state dedicate sei relazioni: Isabella Guanzini ha tentato di declinare lo spirito in un’età che sembra non averne più bisogno quale quella post-secolare, Sergio Bonanni ha indagato con minuzia il pensiero medievale alla ricerca dell’intreccio fra natura e soprannatura (anche se poi sarebbe stato di estremo interesse tirare le conseguenze su che cosa le disquisizioni medievali possano apportare oggi al pensare teologico).

Duilio Albarello ha sondato il rapporto fra grazia e cultura, Luca Mazzinghi ha esplorato – dal punto di vista biblico – la questione dell’ecologia integrale, Grazia De Vecchi ha spostato la questione del pubblico sul piano della teologia morale e, infine, Roberto Repole ha riproposto una lettura dell’ecclesiologia servendosi della chiave del dono.

Sia Guanzini che Albarello, mi sembra, sono riusciti a porre la domanda su come la teologia si collochi (o non si collochi) nel contesto odierno. Guanzini ha descritto la modernità come bisognosa di nutrimento e ha sostenuto che la fede potrebbe nutrirla, aprendola al trascendente, ma anche offrendo una carica simbolica e affettiva che la ragione da sola non sa dare. Prospettiva, questa, che incoraggia la teologia a contaminarsi.

D’altra parte però, osservava Guanzini, la religione – cedendo forse alla vulgata moderna che la vuole irrazionale – spesso non si connette alla ragione dando luogo a fondamentalismi e populismi. E così la tentazione identitaria fa fallire la fecondità insita nella tradizione cristiana. Questa invece, come tutte le tradizioni, fiorisce proprio nelle contaminazioni.

A questo punto Guanzini ha offerto come categoria determinante quella della traduzione. Ogni tradizione infatti chiede una continua traduzione, che è capace non solo di farsi comprendere in altro contesto, ma anche di rigenerare quanto viene tradotto. Perché si dia una traduzione però occorre accettare un esilio, una delocalizzazione. E se Guanzini parlava di esilio Albarello ha proposto la figura di un cristianesimo in diaspora, collocato in una cultura che non ha elaborato e della quale però non può fare a meno per parlare di Dio.

Grazia e cultura si incontrano infatti nella inevitabile contaminazione di chiesa e mondo umano, là dove la fede si mostra capace di dar credito alla vita. D’altra parte – ricordava Albarello – quando l’essere umano si impegna autenticamente nel realizzare la propria esistenza, fa ciò che troviamo pienamente e paradigmaticamente compiuto in Cristo.

Il fare teologico

Mi sembra che gli altri tre laboratori (De Vecchi, Mazzinghi, Repole) abbiano offerto invece indicazioni concrete per il fare teologia. Mazzinghi infatti nella rilettura dei testi biblici alla ricerca di una parola efficace sulla questione ecologica ha saputo mostrare proprio nel narrare della tradizione biblico-sapienziale un modo di fare teologia che forse si avvicina alla sensibilità contemporanea, aperta alla parzialità e alla concretezza del vissuto e del biografico.

De Vecchi poi – toccando con la questione morale un nodo spesso dolente dell’incontro fra teologia e pubblico – ha suggerito una figura di riflessione che si potesse definire come “logia-teo”, ovvero come un discorso che fosse prima umano, cioè logico, narrativo, simbolico, portatore di senso, quindi riflettesse sull’esperienza di fede. La teologia dovrebbe partire dunque dal discorso umano e poi vedere come collocarsi dentro questo discorso in una contaminazione che faccia della propria identità una risorsa per tutti, come fa papa Francesco nella Laudato si’.

Repole infine ha declinato un’ecclesiologia a partire dalla categoria del dono, studiata, fondata, definita, giustificata (tutto questo con estrema precisione nel suo ultimo volume) e quindi applicata alla chiesa nel suo insieme e a diversi dei suoi aspetti. Si tratta di una teologia in atto, che non pone la questione di un metodo, ma lo applica con profitto e ne comunica i risultati.

La teologia in Italia

L’ultima tranche del congresso è stata dedicata alla riflessione diretta sulla condizione della teologia in Italia, in un primo momento tramite dei laboratori che mettevano a tema alcuni luoghi o problemi specifici con l’intento di confrontarsi in piccoli gruppi, poi tramite una riflessione a due voci che prendesse l’avvio dal Commentario dei documenti del concilio vaticano II, pubblicato da Dehoniane.

Un’analisi puntuale del Commentario, indicando risorse, limiti e possibilità di sviluppo è stata fatta da Fabrizio Mandreoli, che ha comunque posto la domanda su come la teologia possa contribuire al pubblico.

Suggestivamente offriva la traccia di un metodo rubando a Italo Calvino una citazione da Le città invisibili che mi permetto di parafrasare: fare spazio e far durare ciò che inferno non è proprio nel mezzo dell’inferno. Un altro modo per pensare la fede e il pensiero critico che da essa sorge (ovvero la teologia) come capace di favorire la vita.

E a partire dal fatto che favorire la vita può essere la trama per lo sviluppo di una teologia che si collochi nel pubblico oggi, l’ultima relazione ha cercato di chiedersi quale chiesa sia adeguata ad una tale teologia.

Non sembra infatti che la teologia italiana – che pure dal punto di vista del riconoscimento internazionale, delle pubblicazioni e degli eventi gode buona salute – occupi nel vissuto della chiesa uno spazio importante. Potrebbe darsi che la figura di chiesa che ancora resiste in Italia sia di fatto chiusa ad un pensiero critico, perché chiusa a quelle contaminazioni che invece paiono essenziali se non si vuole tradire il Vangelo.

Solo contaminandosi si può infatti condividere il vissuto e aprirsi a nuove narrazioni, avendo il coraggio di lasciare andare il “piccolo mondo antico” che pure ci ha fatto del bene.

Conclusione

Una immagine finale per sintetizzare il tutto, richiamata anche dal presidente dell’ATI Riccardo Battocchio, può essere quella della cattedrale di Pozzuoli, visitata dai convegnisti a metà del congresso.

Oggetto di una ristrutturazione suggestiva in cui l’antico e il contemporaneo si valorizzano reciprocamente, questa meravigliosa cattedrale è al centro di un quartiere che è stato evacuato a causa del bradisismo. L’intero quartiere è stato restaurato ed è usato per eventi e visite guidate: tutto dentro un progetto di rara bellezza perché valorizza il territorio e persone con un passato ferito e bisognoso di riscatto.

Però, senza nulla togliere alla validità e alla bellezza di questo progetto ovviamente, l’immagine che se ne può prendere ha dello sconvolgente: una bellissima cattedrale costruita dove non abita nessuno.

Nella cattedrale di Pozzuoli stanno però anche i dipinti di Artemisia Gentileschi: ignorata nel suo talento perché donna, violentata e poi processata e torturata come se fosse la colpevole della violenza che ha subito, lei ha saputo rinascere andando in un altro luogo e facendo spazio alla vita, a ciò che inferno non è proprio nel pieno dell’inferno.

Magari può essere lei un’immagine buona di ciò che la teologia è chiamata ad essere in questo tempo per questo mondo.

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