La teologia al tempo di papa Francesco

di: Massimo Nardello

Il pontificato di papa Francesco ha comportato una svolta nell’orientamento pastorale della Chiesa cattolica. Nei decenni precedenti, l’impegno dei pontefici era orientato primariamente alla riconquista del mondo attraverso la nuova evangelizzazione e alla difesa della visione cristiana della realtà come l’unica pienamene autentica.

Il compito principale della Chiesa doveva essere quello di mediare la salvezza cristologica a vantaggio di un’umanità che, pur essendo intrinsecamente buona in quanto creata da Dio, era pure segnata dal peccato e schiava di dinamiche contrarie al disegno divino.

Occorreva, parimenti, contrapporsi con forza ad un certo modo di utilizzare la ragione, tipico di certa cultura illuminista, per il quale è possibile dare un significato all’esistenza umana a prescindere da ogni riferimento religioso.

Era necessario contrapporsi alla presa di distanza del mondo civile dal sapere teologico, relegato ormai all’ambito confessionale o addirittura privato, a vantaggio di una conoscenza fondata esclusivamente su un uso autosufficiente della ragione.

Papa Francesco, da parte sua, sembra identificare il pericolo più grave del nostro tempo nello strapotere dell’economia, precisamente di un modello economico capitalista che finisce per creare gravi situazioni di disuguaglianza e di povertà, e per sottomettere al proprio controllo tutti gli ambiti del vivere sociale, dalla politica alla cultura, dalla tecnologia alla custodia dell’ambiente.

L’attenzione di papa Francesco al tema della povertà, insomma, non è semplicemente frutto della sua fedeltà all’Evangelo, cosa che anche i pontefici precedenti hanno perseguito con eguale dedizione, ma è frutto di una diversa valutazione delle priorità pastorali che la Chiesa deve darsi per aiutare il mondo contemporaneo a camminare verso il regno di Dio. Insomma, una diversa valutazione della malattia, a cui corrisponde una differente terapia.

Quale ruolo per la teologia?

A fronte di questo cambiamento epocale, viene da chiedersi quale possa essere il ruolo della teologia specialistica.

Quando il “nemico” da combattere era il razionalismo di stampo illuminista, il teologo poteva tirar fuori dal cassetto una serie collaudata di argomentazioni volte a mostrare, da un lato, l’insufficienza di un uso autoreferenziale della ragione umana e, dall’altro, la congruenza del pensiero cristiano con le istanze antropologiche più autentiche. Se, però, si tratta di mettere in discussione un determinato modello economico, la sua egemonia pervasiva e le conseguenze che questo determina a livello globale, la teologia, almeno quella sistematica e fondamentale, sono in maggiore difficoltà.

Non c’è bisogno di sofisticate argomentazioni teologiche per mostrare come la visione cristiana promuova un’equa distribuzione delle ricchezze, pur riconoscendo il valore della proprietà privata come funzionale al loro utilizzo, e come una società che non voglia collassare debba imporre delle regole etiche al mondo della finanza e dell’economia che siano funzionali al bene di tutti gli individui. Peraltro, queste conclusioni possono essere comprese e condivise anche da chi non è cristiano, ma usa in modo illuminato la ragione per cogliere ciò che è buono.

Tutto questo rischia di marginalizzare ulte­­­­riormente la riflessione teologica specialistica, cioè quella che va al di là della formazione di base e dei ministri ordinati. Anzi potrebbe affermarsi l’idea che il quadro teoretico che sta alla base del rinnovato orientamento pastorale della Chiesa cattolica sia ormai ampiamente chiarito, che non servano ulteriori approfondimenti, e che invece sia ora di investire tutte le energie disponibili nell’agire.

Questo orientamento penalizzerebbe ulteriormente la ricerca teologica che nel nostro paese, da alcuni anni, non gode più di quella stima e di quel riconoscimento ecclesiale che l’aveva invece caratterizzata nell’immediato postconcilio.

Per evitare questi esiti, la teologia deve ripensare coraggiosamente il suo ruolo all’interno dell’orientamento pastorale che papa Francesco ha voluto dare alla Chiesa cattolica.

Forse il contributo più significativo della ricerca teologica potrebbe essere quello di ricavare dalla tradizione cristiana una nuova antropologia, cioè una visione originale dell’essere umano che esprima l’eccedenza della rivelazione cristiana, e che quindi non sia una brutta copia di quanto è già emerso nelle attuali prospettive filosofiche ma che, nello stesso tempo, abbia le caratteristiche necessarie ad essere detta nel dibattito pubblico.

“Pensare diversamente”

In caso contrario, non servirebbe ad aiutare il mondo a camminare verso il regno di Dio, ma resterebbe uno strumento meramente intraecclesiale.

In questo modo la teologia potrebbe aiutare le persone a pensarsi diversamente, in modo particolare a mettere in discussione la loro costitutiva autonomia autoreferenziale e a pensarsi invece come radicalmente in relazione con le altre persone e con il mondo.

Ovviamente quest’impresa non può che richiedere tempi molto lunghi perché è molto complessa. I teologi, però, sanno bene che non possono rinunciare a misurarsi con questioni di ampio respiro che sono di cruciale importanza perché non solo la Chiesa, ma il mondo intero, possa effettivamente camminare verso il regno di Dio. La vera difficoltà di questo progetto è che, se lo studio della tradizione cristiana sul tema antropologico fa parte da tempo della riflessione teologica, questa non è più abituata a ricercare un orizzonte intellettuale nuovo, cioè una nuova metafisica, intesa non necessariamente come ontologia, ma genericamente come comprensione globale del reale.

Eppure, non ci si può più accontentare di ricostruire in modo dettagliato quanto hanno affermato i grandi autori del passato, ma occorre imparare a “pensare diversamente”, cioè a perseguire coraggiosamente nuove acquisizioni.

Nello stesso tempo, però, queste acquisizioni dovrebbero poter essere declinate nel dibattito culturale civile, accettandone le regole democratiche e servendosi di argomentazioni che possano essere discusse in questo contesto.

L’impressione è che, soprattutto nel nostro paese, la ricerca teologica sia in difficoltà, sia nel cercare nuove comprensioni del reale ispirate dalla tradizione cristiana, sia nel dirsi all’interno dell’ambito pubblico. Queste difficoltà, però, non possono diventare ulteriori ragioni per ritenerla non più necessaria e per smantellarla ma, al contrario, motivazioni ulteriori per darle maggiore fiducia e consentirle di dare il suo contributo all’interno del nuovo orientamento pastorale della Chiesa.

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