Lingue americane della teologia

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1° incontro di teologi e teologhe di lingua spagnola e portoghese

Partecipanti al 1° Incontro iberoamericano di teologia (Boston, 6-10 febbraio)

Dal 6 al 10 febbraio si è tenuto a Boston il 1° incontro di teologi e teologhe di lingua spagnola e portoghese. Vi hanno preso parte, inviato contributi e sottoscritto la dichiarazione conclusiva note personalità del mondo teologico: da Juan Carlos Scannone, maestro di papa Bergoglio, a Carlos Maria Galli, membro della Commissione teologica internazionale; da Gustavo Gutiérrez, icona della teologia della liberazione, a Victor Codina; dalla brasiliana Maria Clara Lucchetti Bingemer al venezuelano Rafael Luciani, uno dei quattro coordinatori.

La dichiarazione è stata sottoscritta da 32 teologi e teologhe e contiene elementi di spiccato interesse. È stata riaffermata la vocazione ecclesiale della teologia: pensare, investigare, imparare, insegnare e comunicare la ricchezza della fede cristiana nella Chiesa e nella società. Viene riaffermato che si sta vivendo un «kairòs ecclesiale» a partire dai processi iniziati da papa Francesco, incentrati su una riforma sia delle mentalità sia delle strutture dell’istituzione ecclesiale, in una prospettiva sinodale. Al centro del rinnovamento, la parola di Dio letta nella Chiesa, che mette a nudo la situazione socio-politica ed economica dei Paesi latinoamericani, vista come un luogo teologico fondamentale.

È un’epoca caratterizzata, in campo socio-economico, dall’esistenza di relazioni e di sistemi di esclusione e di iniquità; nel campo socio-culturale, dalla necessità di andare dal pluriculturale all’interculturale; nel campo socio-politico, dall’urgenza di consolidare il sistema democratico e le forme emergenti della società civile che propongono uno sguardo più umano. Punto chiave della teologia sudamericana è l’opzione per i poveri e gli esclusi. Non tanto perché è la zona più povera del pianeta, ma perché è la più disuguale, data l’iniquità della proprietà privata in mano a pochi.

La teologia ha da essere «profetica». Dicono i firmatari che vanno denunciate le cause economiche e culturali della povertà. «Una teologia profetica inculturata suppone che ci domandiamo da dove partiamo per fare teologia e in quale parte sociale ci poniamo per capire la realtà. Per questo, è necessario il discernimento critico dei nuovi stili di “stampo neopopulista”, che emergono per via democratica nei distinti paesi dell’America».

Nella dichiarazione viene ripresa una terminologia cara a papa Francesco là dove le «periferie» vengono dette «luoghi teologici», che obbligano la teologia a domandarsi: Quando un popolo è cattolico: quando ha tanti templi o quando ha poca povertà? La povertà ingiusta uccide, perché genera forme di morte prematura. «Come i pastori, noi teologi dobbiamo avere l’odore del popolo e della strada» e, di conseguenza, «i poveri, molte volte vittime della violenza, devono essere per noi luoghi teologici privilegiati». Si è davanti alla globalizzazione dell’indifferenza e dell’indolenza nei confronti delle migrazioni, la precarietà dell’impiego, la mancanza di opportunità. I poveri – osservano i firmatari – non sono considerati soggetti dei propri processi. Si fa strada una nuova tappa mondiale: la de-globalizzazione caratterizzata dall’incapacità di relazionarci come soggetti.

Un altro elemento chiave della riflessione teologica sono le migrazioni, che comportano il riconoscimento dell’alterità, che allarga l’orizzonte delle teologie, esigendo un continuo cambio di mentalità. Ne sono coinvolti gli Stati Uniti e il Canada, dove è consistente la percentuale dei latinoamericani, che portano il loro modo di vivere la religiosità. La conclusione della dichiarazione è perentoria: «Appoggiamo con speranza e collaboriamo al processo di riforma di mentalità e strutture sotto la spinta dell’attuale vescovo di Roma».

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